Che orrore il processo a Marchionne nei tribunali del popolo “bene comunista”

di CARMELO PALMA – Abbondano i politici pronti a fare la morale a Marchionne, ma difettano quelli capaci di trarre una morale onesta da una vicenda che ha qualcosa di pazzesco, cioè di molto italiano, nel senso non proprio lusinghiero in cui Romney parla dell’Italia.

La nuova Pomigliano è l’unico grande investimento produttivo privato – cioè fatto con quattrini privati – realizzato negli ultimi anni in un’area del Sud che un investitore normale giudicherebbe infrequentabile e economicamente perduta. Su Pomigliano e più in generale sul progetto Fabbrica Italia Marchionne ha pasticciato molto, ha promesso troppo, ha pagato dazio alle esigenze della “famiglia” che, a sua differenza, potrebbe essere ancora accusata del “prendi i soldi e scappa” di cui il vecchio management –  che oggi pontifica contro di lui, a partire da Romiti – era evidentemente specializzato.

Si è messo avventurosamente a fare una politica antisindacale e anticonfindustriale sacrosanta, ma incompatibile col ruolo politico che il Ceo della Fiat è costretto a esercitare nel capitalismo di relazione di un paese molto relazionale e poco capitalistico. Ha dovuto fronteggiare una guerra sindacale e giudiziaria durissima e avendola vinta su quasi tutti i fronti – dal referendum in fabbrica, alla “assoluzione” giudiziaria del nuovo modello organizzativo e contrattuale  – si è alla fine impuntato sull’unico che l’aveva visto perdente, con una sentenza più costosa per l’Italia che per la Fiat, in cui si stabilisce un principio antidiscriminatorio (e lottizzatorio) non in materia di licenziamenti, ma di assunzioni e che aprirà un supermarket giudiziario frequentatissimo nel prossimo futuro, e non solo dalla Fiom. Uno dei tanti esempi, insomma, del fiat iustitia et pereat mundus in cui si esercita da decenni la giustizia lavoristica.

Alla Fiat, a cui vinta la guerra giudiziaria e sindacale restava aperto un fronte politico sensibilissimo – perché il mercato dell’auto è quello che è, ma soprattutto l’Italia è quella che è – sarebbe convenuto abbozzare. Invece Marchionne – non sappiamo se con o contro l’azionista – ha scelto di trarre tutte le conseguenze da una sentenza che ordinando l’assunzione di alcuni lavoratori comportava evidentemente, a organico invariato, la messa in mobilità di un uguale numero di dipendenti già assunti. Una sfida di principio non ingiusta, ma come si è visto perdente e da questo punto di vista (solo da questo punto di vista) sbagliata. Sbagliata, intendo, per chi tifa Marchionne e non Landini.

Di fronte a tutto questo, però, i ditini alzati, la buona coscienza a buon mercato e il disprezzo malcelato verso questo “taglieggiatore” che avrebbe imposto un pizzo intollerabile sul lavoro e sui lavoratori raccontano di un Paese e di una politica che la verità non la vuole vedere e non se la vuole proprio raccontare. Di un Paese e di una politica che trova normale e perfino giusto resistere ad una crisi industriale durissima processando nei tribunali del popolo “bene-comunista” i pochi che nell’industria italiana i quattrini continuano a metterceli e anche, come Marchionne, a perderceli.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

5 Responses to “Che orrore il processo a Marchionne nei tribunali del popolo “bene comunista””

  1. lodovico scrive:

    Art. 35.La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Di conseguenza………..mi auguro una forte dichiarazione di Fini a difesa della Costituzione, ancora una volta attaccata da Fermiamo il declino. (a dir contro non si sbaglia)

  2. creonte scrive:

    si dovrebbero licenziare con giusta causa i consiglieri legali e e gli addetti alle comunicazioni esterne della FIAT

  3. FABRIZIO DALLA VILLA scrive:

    Lavoro da oltre 30 e da quel lontano 1979 periodicamente è di moda parlare della Fiat. Spesso ho sentito di casse integrazioni, di mobilità, di ricatti che i dirigenti avrebbero fatto ai nostri politici, ecc…. ecc… in altre parole, tutte le volte che la Fiat ha avuto un utile, se lo sono intascati gli azionisti, mentre viceversa, tutte le volte che ci sono state perdite, ci è toccato pagarle noi contribuenti italiani. Se questo è liberismo, stiamo freschi! Allora si è liberali e liberisti quando si debbono intascare gli utili, mentre si diventa socialisti e statalisti quando ci sono le perdite!?

  4. Souvarine scrive:

    Nella sua cieca ed incommensurabile arroganza,il pifferaio magico è partito a testa bassa contro le sentenze della Magistratura,credendosi al di sopra della Giustizia e della Costituzione Italiana.
    E che la FIAT fosse in Svizzera o in Canada.Non è così.
    Non ha capito che cercare di aggirare o eludere o ignorare sentenze,e quindi facendosi beffe della suddetta Magistratura,in questo Paese può diventare un esercizio molto,molto,molto pericoloso.
    Marpionne lo imparerà a sue spese.

  5. Adriano scrive:

    A me pare che Marchionne stia conducendo un gioco win- win:
    se riesce ad affermare la propria linea, rimarrà a produrre in italia alle proprie condizioni;
    se risulterà perdente, avrà la scusa per portare la Fiat all’estero.
    In questo gioco chi perderà effettivamente sarà il paese e i lavoratori che, nel piccolo, vedranno chiudere le linee di produzione fiat nazionali e, nel grande, rarefarsi, per evidente mancanza di ritorni e garanzie, gli investimenti esteri.

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