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L’Ucraina vota, e fa cinque passi indietro

– «Un passo indietro». E’ questo il laconico commento di Hillary Clinton sulle elezioni parlamentari in Ucraina, vinte, come previsto, dal Partito delle Regioni del presidente Viktor Yanukovych.

E come non darle ragione?

Un passo indietro per la democrazia: contrariamente alla tornata elettorale del 2010, che fu giudicata “tendenzialmente equa e trasparente” da tutti gli osservatori internazionali, questo voto per il rinnovo della Rada (il parlamento di Kiev) è stato disputato fra un avvantaggiatissimo Partito delle Regioni, fedele al presidente Viktor Yanukovych e un Partito dell’Opposizione Unita per la Madrepatria la cui leader, Yulia Tymoshenko, è in carcere da un anno. Condannata per reati economici, dopo un processo in cui ha avuto ben poche possibilità di difesa, la leader democratica è una prigioniera politica, a tutti gli effetti. Basta solo questo fatto per capire che si è trattato di elezioni tutt’altro che libere. Come minimo, non poteva essere uno scontro alla pari. Nonostante tutto, il gruppo della Tymoshenko è arrivato secondo, con il 25% dei voti, contro il 30% del Partito di Yanukovych. Vuol dire che, anche dal carcere, la Tymoshenko riesce ad essere competitiva.

Un passo indietro per il Paese: ha vinto Yanukovych, che è un esponente della vecchia gerarchia economica sovietica. E ha ottenuto buoni risultati anche il Partito Comunista (terza forza del Paese, per le prime proiezioni, poi ridimensionata a quarta), apertamente nostalgico dell’Urss. Yanukovych non guarda più ad Occidente, ma alla Russia di Putin e Medvedev. Non solo come scelta di campo nelle relazioni internazionali, ma anche come modello politico ed economico. Originario del Donbass, la terra di Stakanov e dell’industria mineraria di Stalin, Yanukovych è un leader post-sovietico. Sulla carta, il suo programma è assolutamente liberale: riduzione delle tasse, sviluppo dell’industria energetica ed estrattiva locale (per esser meno dipendenti dalla Russia), protezione dei diritti civili, integrazione graduale nell’Unione Europea e neutralità militare. In pratica, però, i ratings dell’Ucraina, da quando è lui al potere, sono tutti calati.

Secondo Freedom House ha perso libertà politica, passando da uno status di “Paese libero” nel 2010 (con un voto di 2,5 dove 1 è il massimo di libertà) a “Parzialmente libero” nei due anni successivi, con un voto di 3,5. I motivi principali di questo declassamento, secondo l’Ong statunitense sono: “Consolidamento del potere esecutivo a scapito di quello legislativo, maggiori restrizioni alla libertà di stampa, persecuzione selettiva di elementi dell’opposizione, maggiore intrusività del Servizio di Sicurezza Ucraino (Sbu), elezioni locali fortemente contestate, una Rada (il parlamento ucraino) dipendente dall’esecutivo, erosione dei principali diritti di libertà di parola e assemblea e una corruzione endemica”.

Secondo l’Index of Economic Freedom (redatto da Heritage Foundation e Wall Street Journal), che valuta la libertà economica dei Paesi in tutto il mondo, l’Ucraina è passata dal 152mo posto all’inizio del 2010 al 163mo attuale. Non bene, considerando che i Paesi scrutinati sono 179. E che l’ultimo è la Corea del Nord. Il motivo del declino della libertà economica? Secondo l’Index: «Una scarsa protezione dei diritti di proprietà privata e una corruzione dilagante scoraggiano l’attività imprenditoriale, danneggiando gravemente le prospettive per una crescita economica di lungo termine. Il governo della legge è fragile e il sistema giudiziario è suscettibile di interferenze politiche».

Al di là di un programma tendenzialmente liberale, insomma, l’Ucraina è stata gestita alla maniera dell’Urss dal Partito delle Regioni. Figuriamoci nei prossimi anni di maggioranza parlamentare, di cui farà parte anche il Partito Comunista, dichiaratamente nostalgico del vecchio sistema.

Un passo indietro verso Oriente. Anche per quanto riguarda la politica estera, Yanukovych è stato equidistante solo sulla carta. Ma intanto, grazie al processo politico alla Tymoshenko, si è fatto sbattere la porta in faccia dall’Unione Europea, che ha interrotto il processo di integrazione dell’Ucraina nell’Accordo di Associazione. In compenso, ha consolidato enormemente i rapporti con la vicina Russia, che è stata accontentata su tutti i fronti: fine dell’avvicinamento di Kiev alla Nato, accordi sul gas con i prezzi voluti da Mosca, introduzione del russo come seconda lingua ufficiale nelle regioni russofone. Persino in campo storico, Yanukovych si è avvicinato ai canoni dell’ideologia sovietica, privando i defunti leader dell’indipendentismo ucraino, Stepan Bandera e Roman Shushkevic, dello status di eroi nazionali.

Un passo indietro è stato compiuto anche dall’opposizione. Non c’è più solo il partito democratico della Tymoshenko a contrastare il potere post-sovietico di Yanukovych. Ma anche altri due movimenti dalla connotazione populista e dalla retorica autoritaria. Il primo è Udar (“pugno”), fondato e guidato dal campione di pugilato Vitali Klitschko. E’ attualmente il preferito dai media occidentali ed è giudicato come la vera rivelazione di queste elezioni ucraine. La sua retorica, però, ricorda ancora una volta l’Urss (e anche il giustizialismo nostrano): oltre al “pugno duro” contro la corruzione si trova ben poco. Alcuni osservatori pensavano addirittura che Klitschko fosse un finto oppositore, del tutto strumentale a Yanukovych. Almeno su questo (forse) si sbagliavano: nella sua prima dichiarazione, il pugile invita a unire tutte le opposizioni contro Yanukovych. Fa ancor più impressione, invece, l’altro partito emergente nella destra: Svoboda. Il nome vuol dire “libertà” e promette benissimo. Ma il suo leader, Oleh Tyahnybok, è convinto che il Paese debba liberarsi “dai russi e dagli ebrei”. Lo ha dichiarato apertamente, in un passato non lontano, anche se oggi nega di essere antisemita.

Un passo indietro, comunque, lo ha fatto anche l’Europa. Se l’Ucraina sta abbandonando la corsa all’Occidente e il modello democratico, è anche perché, oggi come oggi, siamo noi che appariamo meno attraenti. Negli anni della Guerra Fredda, l’Europa dell’Ovest era letteralmente un magnete per tutti i cittadini oppressi dall’Urss. Li attiravamo con il nostro benessere, con la nostra libertà di espressione e movimento, con i nostri colori e la nostra arte libera. E la gente dell’Est rischiava la vita pur di venire a vivere da noi. Finché pezzi interi, sempre più consistenti, del blocco sovietico, si sono staccati dalla “casa madre” di Mosca per riunirsi al resto del Vecchio Continente. Oggi si può dire che l’Unione Europea sia una forza di attrazione altrettanto potente? La crisi del welfare e dell’euro, la recessione dei “Piigs”, la disoccupazione dilagante, la nascita di movimenti populisti sempre più forti e agguerriti non sono una bella immagine da proiettare all’estero. Per un ucraino, soprattutto un ucraino dell’Est o del Sud, culturalmente più vicino alla Russia, l’Europa di oggi non è più una gran bella prospettiva.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “L’Ucraina vota, e fa cinque passi indietro”

  1. donato scrive:

    Ucraina ha 100 miliardi$ di debiti grazie al cielo si allontana da già disastrosa area UE

  2. Zamax scrive:

    L’Occidente ha completamente sbagliato la sua politica verso l’Ucraina. Come finalmente viene riconosciuto, anche in questo articolo, non esiste una Ucraina. Per metterla giù semplice l’Ucraina è oggi mezza ucraina e mezza russa, per di più con un discrimine geografico abbastanza preciso. Un paese in fieri, irrisolto. Tuttavia la storia ucraina vive in simbiosi con quella russa dalla nascita del primo stato “russo” che fu appunto quello di Kiev, dove un’aristocrazia germanica (vichinga) fuse lo slavismo col cristianesimo di rito bizantino, più di mille anni fa. Pur nei suoi rapporti conflittuali con gli zar, l’epopea ucraino-cosacca è fondamentalmente anti-cattolica (polacca) e anti-musulmana. Che un paese così possa essere più vicino all’Europa che alla Russia, fa un po’ ridere. Un paese che fra l’altro è paragonabile per territorio e popolazione ai maggiori paesi europei. Un piccolo colosso. L’Occidente ha voluto forzare la situazione, col suo acritico appoggio alla rivoluzione arancione, invece di fare discretamente e intelligentemente da cane da guardia alla nuova democrazia ucraina. I risultati sarebbero stati migliori.

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