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Grande coalizione? No, un’alleanza per le riforme. Ecco la prospettiva ‘montiana’

L’onda che sale dell’antipolitica e l’improvvisa svolta populista e anti-montiana di Berlusconi confermano certamente la necessità e le opportunità di un centro riformatore e liberale, ma al tempo stesso impongono alle forze che lo compongono una ridefinizione del proprio progetto politico e un’ineludibile accelerazione dei tempi. Stanno infatti rapidamente svanendo due delle condizioni che avevano sostenuto il progetto ‘montiano’ del centro, soprattutto nel modo in cui alcuni lo avevano inteso.1) La prima condizione era la riforma elettorale in senso proporzionale. E’ sempre più difficile che essa veda la luce, perché il tempo per la sua approvazione si riduce e soprattutto diminuisce la volontà delle principali forze politiche di vararla. La ‘svolta’ di Berlusconi e l’avvio delle primarie anche a destra indeboliscono un’ipotesi di riforma, il cui scopo dichiarato era di favorire una grande coalizione che intronizzasse Monti premier nel 2013. Le primarie, sia a sinistra che a destra, mirano però ad eleggere il candidato premier dei due schieramenti: e tutti i candidati, com’è ovvio, hanno già fatto sapere che spetterebbe a chi di loro vincerà le elezioni (primarie e secondarie), e non a Monti, guidare il governo. Con la diffusione delle primarie, l’ipotesi del ‘Monti-bis’ si indebolisce, e con essa l’ipotesi della riforma elettorale.

Inoltre, è noto che la sinistra a malincuore rinuncia ad un sistema che, come il Porcellum, allo stato attuale dei sondaggi, le consentirebbe una vittoria sicura. Al tempo stesso, Berlusconi potrebbe pensare che solo con il Porcellum sia possibile tenere assieme le disjecta membra del Pdl, pur rinunciando al disegno di ricompattare quelli che lui chiama i ‘moderati’. Le elezioni siciliane, da ultimo, mostrano tutti i rischi della frammentazione, allo stato attuale di dissolvimento del sistema dei partiti.
E’ dunque molto difficile, nonostante le pressioni del Quirinale, che si vari una riforma elettorale proporzionalistica.

2) La seconda condizione – strettamente connessa però alla prima – del progetto ‘montiano’ del centro era naturalmente l’ipotesi di una larga convergenza dopo le elezioni attorno ad una prosecuzione dell’esperienza del governo Monti. La riforma elettorale proporzionale doveva appunto favorire questo disegno, ma il superamento del bipolarismo era – specie nelle intenzioni di Casini – un passaggio comunque obbligato dopo il fallimento della Seconda Repubblica, e una grande coalizione attorno a Monti doveva incarnare questa transizione. Probabilmente, nelle intenzioni di Casini, ciò doveva preludere in qualche modo alla riproposizione di una democrazia di tipo consensuale, anti-maggioritaria e anti-presidenzialistica (peraltro in direzione esattamente opposta a quella difesa da sempre dal Presidente Fini).

Di fatto, anche a parte il probabile naufragio della riforma elettorale, le possibilità di questa larga convergenza si vanno assottigliando, negate con crescente decisione da coloro che dovrebbero realizzarla. La svolta anti-montiana di Berlusconi, la ritrovata intesa con la Lega, la volontà di Alfano di tenere comunque unito un partito in cui i montiani sono una sparuta minoranza, tutto ciò rende impensabile una grande coalizione nella prossima legislatura. Insistere testardamente su questa ipotesi, che potrebbero scaturire solo da una situazione di pericolosa ingovernabilità, significa scherzare col fuoco.

Da tutto ciò segue la provvisoria conclusione. Le possibilità di dare un futuro al centro ‘montiano’ risiedono in tre condizioni: 1) la prima è che si avvii subito un processo unificante di tutte le forze che gravitano in questa area politica, con visibili segnali di novità; la ‘convergenza di Stresa’, nel convegno del 27 ottobre, è un primo passo nella direzione giusta; 2) la seconda condizione è che il ‘montismo’ sia inteso nel senso della prosecuzione dell’agenda Monti, qualunque sia il ruolo che Monti stesso si troverà a svolgere nella prossima legislatura; 3) la terza condizione è che sia ormai chiaro, specie se rimarrà il Porcellum, che un’equidistanza pura e semplice da Pd e Pdl è a questo punto impossibile. Proseguire l’azione riformatrice del governo Monti richiede la costruzione di un’alleanza, che non sarà una ‘grande coalizione’ e che non potrà comprendere le forze disposte ad alimentare le convulsioni finali del berlusconismo. Dalla Sicilia, anche qui, viene un’indicazione chiara.


Autore: Gianluca Sadun Bordoni

Nato a Roma nel 1956. E’ Docente Associato di Filosofia del Diritto presso l’Università di Teramo, ove insegna anche Diritti umani. E’ membro del Forum Strategico del Ministero degli Esteri. Ha pubblicato recentemente "Diritto e politica. Studi sull’epoca post-globale" (Torino 2011) e "Religion in a post-secular world" (“Longitude”, January 2012).

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