Categorized | Partiti e Stato

Fenomenologia di Renzi, uno di ‘loro’, nonostante ‘loro’

– A tanta parte del popolo che dovrebbe essere il suo, Matteo Renzi non piace. Gli si rimprovera l’assenza di un programma. Programma che, peraltro, è online e consultabile. Lo si accusa di venire dalla Dc. Come, peraltro, una buona metà del suo partito, senza che questo costituisca, giustamente, fonte di scandalo. Lo si marchia con la lettera scarlatta della visita ad Arcore, della partecipazione alla Ruota della Fortuna e della collaborazione di Giorgio Gori, quando il leader storico del suo partito, ancora molto ascoltato e venerato dai nemici di Renzi, definì Mediaset “un patrimonio per il Paese”, pubblicò per anni libri per Mondadori e per anni tentò, respinto, di fare accordi con l’incattivito e disperato leader al crepuscolo di questi giorni, allora “interlocutore credibile”.

E allora, perché Matteo Renzi non piace soprattutto al popolo che dovrebbe essere il suo? Semplice: perché non viene, con posizioni di responsabilità durante la Prima Repubblica, né dalla Dc né, sopratutto, dal Pci. Perché dei due partiti-Chiesa disconosce miti e riti; ne rifiuta i tatticismi; ne rigetta il Pantheon: e si butta a capofitto dentro la Terza Repubblica, scommettendo su una democrazia compiutamente dell’alternanza. In contrapposizione alla Prima, ma anche alla Seconda Repubblica.

Del resto, nel 2007, il Pd nacque proprio per questo: per dare uno sbocco finalmente compiuto alla precocemente abortita stagione ulivista con un partito grande e plurale, capace di parlare a tutta la società italiana presidiando il proprio campo, quello di un centrosinistra moderno e postideologico, senza rinunciare all’idea della “vocazione maggioritaria”. Il discorso del Lingotto, che Di Vico sul Corriere definì “il momento in cui il liberalsocialismo in Italia sembrò avere le ali per volare”, con cui Veltroni inaugurò la campagna elettorale per le primarie di allora diceva proprio questo: il Pd sarebbe dovuto essere il perno attorno al quale far nascere un nuovo sistema politico, la forza in cui dai liberali di sinistra ai laburisti, ai cattolici democratici, agli ambientalisti, si sarebbero potuti e dovuti riconoscere. Veltroni commise allora due errori fatali, che compromisero sul nascere la sua Segreteria e anche l’evoluzione successiva del bipolarismo italiano: si presentò con una maggioranza congressuale eccessivamente ampia, stretta solo intorno al suo nome e non al suo disegno politico, cosa che gli garantì una facile vittoria alle primarie ma un partito sostanzialmente ingovernabile. E alle elezioni del 2008, rinunciando all’idea di presentarsi da solo, imbarcò Antonio Di Pietro, allora con il vento in poppa nei sondaggi, dando il potere d’interdizione a una forza politica che molto poco aveva a che fare con la tradizione storica della sinistra italiana.

I frutti del fallimento di quel Pd sono visibili ancora oggi: e la decisione di appoggiare il governo Monti invece di andare al voto dopo l’infausta esperienza di Berlusconi racconta molto anche dell’impotenza di un partito che vorrebbe, e dovrebbe, essere il pilastro sul quale erigere la Terza Repubblica ma che sembra non volere diventare adulto.

Ecco perché, a prescindere dai contenuti, il disegno di Matteo Renzi piace trasversalmente, e perché in tanti, che anche non si considerano di sinistra, fanno il tifo per lui. Perché la proposta politica di Renzi non è timida né vaga: è chiara e decisa, e su quella chiede il voto. Perché il concetto di “rottamazione” non è solo generazionale, ma è anche e soprattutto politico: non si tratta di rottamare persone vecchie anagraficamente, ma di buttarsi alle spalle visioni della società e della politica che affondano ancora il loro modo di agire nel secolo scorso. Perchè un Pd forte e non “schiavo” delle alleanze, che non aspetti cosa fa Vendola o Casini ma si ponga in posizioni di forza rispetto a essi, avrebbe un effetto virtuoso non solo a sinistra ma anche a destra, aprendo probabilmente la strada a un partito davvero conservatore, popolare ed europeo.

Non è sicuro, certo, che Matteo Renzi sia l’esponente più brillante della sua generazione. Dopotutto, ha 37 anni e solo da tre è sindaco di Firenze, dopo esserne stato Presidente della Provincia. Un certo narcisismo misto a paraculismo lo porta a volte a specchiarsi troppo sulla sua persona, tralasciando i contenuti. Ma è indubbio che Renzi abbia fatto quello che in tanti, in questi anni, avrebbero voluto fare, fermandosi sulla porta, illanguidendo e invecchiando dietro la speranza di una promozione che non arrivava mai, non ultimi due esponenti democratici del Lazio e della Lombardia come Zingaretti e Civati, capaci, popolari e brillanti ma poco coraggiosi per fare il grande salto. Renzi rappresenta lo scontro frontale con la perdente gerontocrazia – politica, prima che anagrafica – del proprio partito, l’ “all-in, la giocata con cui si rischia di perdere tutto, ma in cui se si vince si porta a casa  l’intero montepremi.

Per chi abbia a cuore una democrazia dell’alternanza, inoltre, non è un guaio, piacere ai propri avversari proprio perché le elezioni si vincono così, rimanendo ancorati al luogo dal quale si viene ma convincendo chi non ti ha mai votato di quello che puoi fare per il Paese.

L’Italia ha un disperato bisogno di mobilità – sociale, politica, generazionale – perché è un Paese che sta morendo di inamovibilità. Ed è un Paese che ha un disperato bisogno di merito e competizione, anche nel ricambio generazionale, che finora si è svolto solo attraverso la cooptazione (“aspetta il tuo turno, che poi sarai il mio clone”) o per mezzo del parricidio, più o meno simbolico.

E abbiamo bisogno, tutti quanti, da destra al centro a sinistra, nessuno escluso, di credere in una visione meno tattica della politica, che privilegi meno la sommatoria degli apparati e parli più dei problemi quotidiani; una politica aperta, semplice, contendibile che non sia confinata né alle stanze fumose delle sezioni di partito in cui si parla il linguaggio degli iniziati né ai forum in rete che trasudano accecato livore conformista tradendo le promesse di una democrazia diretta.

Al di là della sua stessa figura e forse delle sue stesse capacità, Matteo Renzi può e deve rappresentare tutto questo, non solo per la sua parte. Ecco perché a molta parte del ceto politico e del popolo di sinistra non piace: perché si sono formati dentro una società che non esiste più ma dalla quale non riescono a staccarsi né ad accettare che questa sia finita. Ecco perché a destra, fingendo di arruolarlo, cercano in realtà di depotenziarlo e di dargli un abbraccio “mortale”: perché un Renzi vittorioso travolgerebbe anche tutto quello che c’è dall’altra parte.

Ed ecco perché Renzi ha già vinto, al di là, e oltre, se stesso: perché ha segnato la strada e dimostrato che prendersi sulle spalle qualcosa in cui si crede mettendoci la faccia e rischiando tutto senza aspettare che te lo consegnino gli altri è possibile, anche in Italia. Certo, costa, ma vuoi mettere la soddisfazione anche solo di partecipare, e figuriamoci di vincere, senza dover dire grazie a nessuno, se non agli elettori?


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

3 Responses to “Fenomenologia di Renzi, uno di ‘loro’, nonostante ‘loro’”

  1. Mauro scrive:

    Renzi non ha contenuto , è una canna vuota , da due mesi ripete lo stesso “spettacolo” , le stesse parole tutte le sere in TV e nei teatri e ,Silvio docet , questo bombardamento mediatico funziona. A Firenze lo conosciamo bene , niente fatti solo apparenza , la frase “..senza dover dire grazie a nessuno..” mi sembra completamente inapropriata : Qualcuno paga profumatamente perchè il carrozzone e lo spettacolo che Renzi mette in scena più volte al giorno da mesi vada avanti , ma costa (si calcola di 3-4 milioni di € ) e questo “qualcuno” gli presenterà il conto sia che vinca o no. saluti

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    Mauro, coerentemente da quello che lei scrive immagino sia per il finanziamento pubblico ai partiti, no?

  3. Davide scrive:

    Concordo su tutto, una delle più lucide analisi del “fenomeno Renzi” che abbia letto. Salvo sul fatto che abbia già vinto. Dovesse perdere le primarie, ci trascineremo per almeno altri 4, 5 anni in questa palude abitata da pseudo-politici e personaggi che orientano le proprie scelte non sull’interesse generale ma sul proprio e che fanno le alleanze non per governare ma per durare.

Trackbacks/Pingbacks