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Miseria e nobiltà. A Palermo, tra palazzi in rovina e recuperi eccellenti

La Palermo dei “sommessi sussurri”, palcoscenico de I pugnalatori (Einaudi, 1976, pp. 108) di Leonardo Sciascia, continua a essere una città nella quale gli opposti convivono, l’uno accanto all’altro. Spesso indissolubilmente legati. Comunque ben in vista. Così accade anche per i nobili edifici del centro storico. Per i quali fasto e rovina sono i termini estremi, ma contestuali e ricorrenti. Palazzo Abatellis con la sua raccolta d’arte, che include l’affresco del Trionfo della Morte e uno splendido Antonello da Messina. A poca distanza, Palazzo dello Steri, antica sede dell’Inquisizione e ora sede del Rettorato. E ancora Palazzo Mirto, in una traversa vicina, Palazzo Aiutamicristo e più in là Palazzo Gangi. Ma anche Palazzo Sammartino, l’edificio seicentesco a ridosso di Piazza Marina oppure Palazzo Giallongo Fiumetorto all’Albergheria e anche Palazzo Papè di Valdina in via Protonotaro.

In questo cocktail di decadenza e fasto hanno un loro posto le storie di Palazzo Branciforte e di Palazzo Bonagia. Paradigmi dei tanti Scilla e Cariddi palermitani.

Palazzo Bonagia degli Stella, Duchi di Castel di Mirto, con il suo scheletro si affaccia su via Alloro alla Kalsa. È uno dei palazzi patrizi centrati dalle bombe angloamericane nel ’43. In quell’occasione si salvarono l’atrio, la scala di marmo rosa che conduce in alto e la facciata. Crollata anch’essa, nel 1981. A causa della perdurata incuria. Alcuni interventi di consolidamento sono stati realizzati, a partire dagli anni ottanta, su iniziativa della Soprintendenza regionale ai beni culturali, per la stabilizzazione di alcuni solai e la copertura dello scalone. Il rafforzamento di alcune altre parti edificate e, soprattutto, di coperture e architravi, è stato reso possibile con i fondi stanziati in occasione della conferenza ONU sul crimine transnazionale.

L’edificio di proprietà dell’Ospedale Civico, dal 2009, dopo i parziali lavori di bonifica  e di sistemazione curati dall’Amministrazione comunale, ma sponsorizzati dalla Fondazione Banco di Sicilia è divenuta la location della rassegna teatrale Kals’ Art 2004. Sembra l’inizio della rinascita. Che, naturalmente, si attende.

Ma a Palermo si trova anche Palazzo Branciforte, una delle più belle dimore storiche della città. Il nuovo centro polifunzionale di cultura inaugurato il 23 maggio dal presidente Napolitano. Nel cuore dell’antico quartiere della Loggia, a metà tra il Teatro Massimo e il Castello a mare, su via Bara dell’Olivella. Dove nel tardo Cinquecento Nicolò Placido Branciforte Lanza conte di Raccuja fece costruire una residenza privata divenuta, presto, una delle più importanti roccaforti della nobiltà sicula. Finché la famiglia non cedette tutto al Senato di Palermo, lasciando che diventasse il Monte di Pietà. In seguito, la gestione della Cassa di Risparmio fino all’approdo alla Fondazione del Banco di Sicilia. Con il suo Presidente, Gianni Puglisi, regista di un’operazione straordinaria. Una sfida intellettuale. Dai costi altissimi, interamente a carico della Fondazione Banco di Sicilia, divenuta nel frattempo Fondazione Sicilia. Quasi 6 milioni per l’acquisto dell’edificio, 17 per il restauro e 4 per gli arredi.

Una rinascita affidata a Gae Aulenti, l’autrice del recupero di una stazione ferroviaria trasformata nel Museo d’Orsay di Parigi, oltre che di Palazzo Grassi e del Museu Nacional d’Art de Catalunya. Un edificio non facile, Palazzo Branciforte. Per la sua struttura complessa. Con tanto di loggiato, cortile, cavallerizza. E persino di strada. Attorno alla quale si è snodata l’idea del recupero. Il nuovo Palazzo Branciforte si segnala non soltanto per la funzione antica restituita all’antica strada. Per l’affresco contemporaneo affidato a Gabriele Moncada e per il colore verde acqua scelto per la biblioteca. Soprattutto per la valorizzazione delle collezioni della Fondazione Sicilia. Da quella di monete siciliane a quella di francobolli. Da quella dei bronzi italiani del primo Novecento a quella archeologica.

La scelta del progettista “di mettere tutto in mostra, a disposizione del visitatore, per poi isolare di volta in volta un determinato nucleo”, la risposta ai magazzini ingombri di materiali che costituiscono il comune denominatore di non pochi musei ed antiquarium italiani. Palermo con Palazzo Branciforte, si riappropria di un pezzo della sua storia. Elimina una delle zone d’ombra che definiscono la città. Restituendole parte della bellezza, a lungo perduta.

Parafrasando il Pirandello del Berretto a sonagli sembra davvero giunto il tempo perché Palermo ricominci a far seriamente conto sulla corda “seria” e quella “civile”. Lasciando da parte quella “pazza”.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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