L’ombra di Al Qaeda sui massacri in Nigeria è un problema europeo

- La Nigeria, il più popoloso stato africano, è ancora una volta il teatro della macabra danza del terrorismo religioso. Domenica mattina verso le nove l’ennesimo attentato, le ennesime reazioni che hanno causato dieci morti ed oltre centocinquanta feriti. A Kaduna, città al centro della Nigeria dove si incontrano il sud in maggioranza cristiano ed il nord in maggioranza musulmano, un kamikaze alla guida di un fuoristrada si è fatto esplodere dopo aver sfondato l’ingresso della chiesa di Santa Rita. Questa prima deflagrazione ha ucciso almeno sette persone. Sono state immediate le rappresaglie dei cristiani che armati di machete, bastoni e tutto quello che hanno trovato sono scesi in strada contro i fedeli musulmani. Secondo quello che riferiscono fonti locali una persona è stata addirittura cosparsa di benzina e bruciata viva a pochi passo dall’attentato, altri fedeli musulmani sono stati picchiati dalla folla. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma sono  già in molti a puntare il dito contro Boko Haram, l’organizzazione di integralisti islamici che dall’inizio del 2012 ha già ucciso più di 700 persone.

L’obiettivo di Boko Haram appare chiaro: trasformare la Nigeria in un califfato islamico e cacciare i cristiani dal Paese. Per farlo negli ultimi mesi ha provato a migliorare anche la sua struttura e la sua organizzazione. Lo scorso febbraio, nel corso di una indagine che ha portato all’arresto di alcuni membri del gruppo, la polizia ed i servizi segreti hanno potuto ricostruire alcuni dei nodi della rete fondamentalista. Tra i documenti raccolti dagli inquirenti quelli più interessanti segnalavano finanziamenti in arrivo dal Fund Trust Al Muntada con sede nel Regno Unito, dalla Islamic World Society con sede in Arabia Saudita, altri da una nutrita rete di ricchi uomini d’affari che hanno elargito diverse donazioni. Le operazioni di Boko Haram non hanno però bisogno di grandi risorse. Le armi utilizzate sono relativamente economiche e  facilmente reperibili sul mercato. Spesso poi, con estrema facilità, gli esponenti del gruppo riescono a sottrarre le armi direttamente all’esercito nigeriano. L’alto tasso di disoccupazione fra i giovani nigeriani fornisce inoltre manodopera a basso prezzo.

Le azioni del gruppo estremista vanno ovviamente inquadrate nel più ampio campo relativo allo stato di salute di Al-Qa’ida. L’uccisione di Bin Laden, avvenuta poco più di un anno fa, ha sicuramente contribuito ad indebolire la leadership di Al-Qa’ida che, non a caso, ora cerca di stabilirsi in Africa anche al fine di sfruttare la confusione politica causata dai recenti eventi rivoluzionari. Sembrano infatti ormai accertati i rapporti tra una fazione di Al-Shabaad, il movimento della Gioventù Combattente somalo, Boko Haram e AQMI, Al-Qa’ida nel Maghreb islamico, coordinata dal Mali. Se la prospettiva fosse davvero questa, come ha sottolineato ieri sul Corriere della Sera Roberto Tottoli, i problemi allora sarebbero probabilmente i nostri. Con la fragilità dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo sarebbe l’Europa a dover pensare di impegnarsi in prima linea. Era stato lo stesso Gilles de Kerchore, coordinatore EU per l’azione contro il terrorismo, lo scorso febbraio ad avvertire di una probabile “africanizzazione di Al-Qa’ida. Anche il Royal United Service Institute (think tank britannico specializzato sulle questioni militari) con un dettagliato rapporto ha da tempo messo in guardia circa il pericolo di una diffusione di azioni jihadiste in Europa.  Ma l’Europa può davvero impegnarsi in una azione di contenimento? Ne ha le capacità?


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

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