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Scambio IVA-IRPEF. I perchè di chi è contrario…

– Uno degli aspetti della legge di stabilità su cui maggiormente si è sviluppato il dibattito in queste settimane è il cosiddetto “scambio IVA-IRPEF”, cioè la scelta di ridurre l’aliquota IRPEF di un punto sui due scaglioni più bassi di reddito, confermando però al tempo stesso il previsto aumento dell’aliquota IVA. “Spostare la pressione fiscale dalle persone alle cose”, per usare l’attraente espressione dell’ex ministro Tremonti, è di per sé una scelta politica che trova un discreto numero di sostenitori ed anche su questo giornale sono apparse diverse argomentazioni a riguardo. Tuttavia molti di questi ragionamenti si basano esclusivamente su considerazioni di “ottimizzazione fiscale” di breve periodo, sottovalutando invece gli effetti che determinate riforme del meccanismo impositivo possono avere dal punto di vista politico-culturale.In realtà il principale problema delle politiche di “rimodulazione fiscale”, che – al di là del gettito coplessivo – abbassano alcune imposte per alzarne altre, è che contribuiscono a rendere opaca l’effettiva azione del governo ed a rendere poco misurabili per i cittadini l’esito delle modifiche che si apportano al sistema tributario. Se si abbassa l’IRPEF e si alza l’IVA, il cittadino ci guadagna o ci perde? La maggior parte della gente avrà difficoltà a “calcolarlo” personalmente ed al massimo si dovrà accontentare di sentire cosa dicono questa o quella campana. Tuttavia il cittadino non sarà messo nelle condizioni di comprendere in modo chiaro come stanno le cose e quindi di conoscere per deliberare.

Quanto siano poco chiari e leggibili gli effetti della legge di stabilità lo mostrano le interpretazioni divergenti fino al limite del ridicolo che abbiamo ascoltato in questi giorni. Se per il ministro Grilli il 99% dei contribuenti avrà vantaggi dal nuovo regime fiscale, letture completamente diverse si hanno dagli stessi partiti che sostengono il governo oltre che dalle organizzazioni datoriali, sindacali e di categoria. Nella pratica le riforme di “redistribuzione” del carico fiscale hanno buona possibilità di essere “vantaggiose” per il governo sia in termini di gettito che di popolarità politica, in quanto la sensibilità dell’elettorato a determinate imposte è correlata alla loro “visibilità” – questo fa sì che la politica abbia a disposizione ampi margini per spacciare come tagli alle tasse, quelli che poi se si facessero i conti fino in fondo si rivelerebbero aumenti. E’ chiaro, da questo punto di vista, che una strategia politicamente fruttuosa è quella di ridurre tasse più visibili e spostare la pressione su tasse che lo sono meno.

Il governo Berlusconi, pur accrescendo la pressione fiscale in termini complessivi, riscosse ad esempio un importante successo sull’abolizione dell’ICI. E lo scambio IVA-IRPEF del governo Monti appare coerente con la strategia di spostare il prelievo da un’imposta più visibile ad una che lo è meno perché facilmente dissimulata dalle normali dinamiche dei prezzi. La sensazione è che questo tipo di interventi in materia fiscale finisca per consolidare quel concetto che Anthony De Jasay chiama “churning society” (“società rimescolata”) – un sistema in cui tutti in qualche modo danno “qualcosa” e ricevono “qualcosa”, ma quanto effettivamente si dà e soprattutto la relazione tra “input” e “output” sono aspetti volutamente confusi ed opacizzati, in modo che il cittadino non possa esprimere alcun giudizio analitico sull’azione statale e sui processi di mediazione politica.

Se non altro per ragioni di correttezza e di trasparenza nei confronti del cittadino, i liberali dovrebbero difendere il principio generale che “alzare non si alza nulla e da qui si comincia a diminuire”, in modo tale che ogni volta che la politica “vende” ai cittadini una riduzione fiscale questa sia “vera” e non compensata da un’altra tassa magari maggiore. Peraltro, per i liberali sostenere certi tipi di rimodulazione fiscale è anche strategicamente sbagliato, in quanto ritenere che certe tasse possano utilmente essere alzate da un lato compromette la purezza e la chiarezza del messaggio di fondo, dall’altro si presta a facile strumentalizzazioni da parte di qualsiasi avversario politico. Chiunque può coglierti in castagna dicendoti “epperò questa tassa l’avete alzata e quindi non siete credibili come difensori dei contribuenti”. Anche se in termini complessivi ci fosse stata effettivamente una diminuzione, il segnale che passerebbe sarebbe comunque debole e contradditorio.

Insomma se si sono create le condizioni per un abbassamento della pressione fiscale e ci sono due tasse, a parità di riduzione complessiva è molto meglio ridurle entrambe di un punto oppure ridurre la prima di due punti e tenere ferma la seconda, piuttosto che ad esempio ridurre la prima di quattro punti ed aumentare la seconda di due. Nei primi due casi la politica liberale emerge in termini qualitativamente netti; si stabilisce una direzione univoca e le esigenze di pragmatismo e moderazione sono demandate alla dimensione quantitativa. Il messaggio risulta chiaro: “Le tasse vanno abbassate e noi ci stiamo muovendo per farlo nella misura in cui via via ci riusciamo”. Nell’ultimo caso, invece, il messaggio è ambiguo e in gran parte a-liberale. Non si trasmette l’idea che le tasse costituiscano un elemento di negatività, ma al contrario quello che la politica abbia uguale legittimità nell’aumentare o ridurre questa o quell’imposta e che il governo agisca “tecnicamente” su questo tipo di fattori – nello stesso spirito con cui potrebbe farlo un farmacista, un cuoco o un ingegnere – con l’obiettivo di massimizzare un qualche criterio di efficienza economica o anche più banalmente politico-elettorale.

Insomma, non complichiamo la vita a noi stessi e non confondiamo le carte ai cittadini. La linea giusta da tenere è “meno tasse e basta”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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