Italia corrotta perché c’è poco mercato e troppo Stato

– Tra il 2009 e il 2010 i dati giudiziari evidenziano una significativa contrazione dei casi riguardanti corruzione e concussione consumata (-88 casi, -595 denunce, – 46 condannati), ma questa non è affatto una buona notizia. Non siamo davanti alla certificazione di un successo; al contrario, assistiamo a quella china scivolosa che è l’accettazione (più o meno obtorto collo) di un fenomeno sempre più intrecciato all’immarciscito tessuto che è il capitalismo relazionale all’italiana. Il Corruption Perceptions Index (CPI) – celebre istituto che si occupa di stilare annualmente un rapporto con l’obiettivo di misurare la corruzione percepita in ogni singolo paese  –  assegna impietosamente all’Italia un punteggio pari a 3.9 (il massimo è 10. La media dei paesi OCSE è 6.9); a pari merito con Ghana e Macedonia. Il Rating of Control of Corruption (RCC) della Banca Mondiale sottolinea il pesantissimo trend negativo del Belpaese; l’Italia – fanalino di coda dell’Europa –  è passata dal punteggio di 82 (un punteggio di 100 equivale all’assenza di corurrizione) del 2000, al 59 del 2009.

Mentre il mondo occidentale è sempre più lontano e l’Africa è sempre più vicina, a partire da oggi la Camera dei Deputati discuterà dell’approvazione del “DDL  Anticorruzione”, fortemente sponsorizzato dal Ministro della Giustizia e dall’OCSE. Pur viziato da numerose lacune (sinteticamente e senza esigenza di completezza: mancanza di una fattispecie riguardante l’autoriciclaggio, rischio di amnistia mascherata per i processi di concussione causa contrazione dei tempi prescrittivi, assenza di una riforma sul falso in bilancio e sul voto di scambio. L’ANM è arrivata a definirlo “un’occasione mancata”.), il testo ha l’indiscutibile merito di occuparsi organicamente della genesi del fenomeno corruttivo senza limitarsi a una pura e semplice opera repressiva. Rimangono aperti degli spiragli di manovra al fine di migliorare la normativa, da più parti  invocata come “necessaria” e “salvifica”. Ma sarebbe un errore pensare che la corruzione si sconfigga tramite la pura legislazione; il DDL – che costituisce, indubbiamente, un passo necessario nella lotta al fenomeno corruttivo – non è (e non può essere) un passo sufficiente.
Nessuno si sognerebbe di negare che la risposta a un reato estremamente riprorevole, dannoso (la Corte dei Conti ha quantificato la “tassa occulta” della corruzione in 60 miliardi di Euro; la terza maggior fonte di danno per l’erario) e contrario ai principi dello stato di diritto debba – innanzi tutto – provenire dalla giustizia penale, e che questa risposta necessiti tanto di celerità quanto di severità. Contemporaneamente, ci si dovrebbe ricordare la profonda, fallace ed ipocrita convinzione secondo cui le pene elevate e la “giustizia cattiva” scoraggino i comportamenti illeciti. Anzi: quasi sempre avviene l’esatto contrario.

Se la corruzione è estremamente elevata, la causa prima è da ricercarsi nel deficit di capitale civico e nel disastrato quadro economico del Paese. Non è un caso che i paesi con minore libertà economica (e quindi con la maggior presenza del pubblico nelle logiche economiche e/o con la maggior presenza di un mercato non libero, ma piegato a logiche clientelari ed anti-concorrenziali) siano quelli con il maggior tasso corruttivo. E non è nemmeno un caso che l’Heritage Foundation, nella sua classifica riguardante la libertà economica, collochi l’Italia al 92° Posto (su 184 paesi) e – più precisamente – nella categoria “Mostly Unfree”. Peggio dell’Azerbaijan. La corruzione, sostanzialmente, è un virus che attecchisce con estrema efficacia in quei paesi che non hanno sviluppato i dovuti anticorpi, cioè quei paesi che non hanno alle loro spalle una tradizione di libero mercato e di concorrenza.

E’ una tesi esposta con estrema lucidità da Luigi Zingales in “A Capitalism for People” (in italiano: “Manifesto Capitalista”): la concorrenza e il libero mercato non sono solo i migliori strumenti per la creazione della ricchezza, ma costituiscono finanche il miglior disinfettante contro la malversazione e la corruzione. Quali anticorpi può aver sviluppato, un Paese che si occupa di nominare secondo logiche clientelari i CdA delle aziende pubbliche, che sfrutta una spesa pubblica e ormai fuori controllo per fini elettorali, e in cui contano solo le conoscenze e non il bistrattato merito? Privatizzare veramente, falcidiare la spesa pubblica, liberalizzare e liberare l’economia dai lacci e lacciuoli (con ordine e criterio) non risponde solo a esigenze di contenimento della spesa e di efficienza economica; a conti fatti, è l’unica strada possibile e non utopistico-velleitaria per abbattere la corruzione e ripartire da un’etica di mercato.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

3 Responses to “Italia corrotta perché c’è poco mercato e troppo Stato”

  1. Edoardo scrive:

    concordo in pieno,grazie per aver scritto questo articolo,complimenti.
    Edoardo

  2. Andrea B. scrive:

    Avevo letto qualcosa sulla percentuale di attività economiche che in Italia devono essere obbilgatoriamente “intermediate” in misura maggiore o minore dallo stato, situazione quindi che rende possibile, in moltissimi casi, l’instaurarsi di logiche corruttive e/o concussive … se non ricordo male si parlava di più della metà del pil, sbaglio ?

  3. Alessandro De Martino scrive:

    Io sono d’accorso su tutto o quasi; mi chiedo: ma Benedetto Della Vedova non ha vissuto e vive di finanziamenti pubblici? O sbaglio?

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