E intanto, il Tibet…

di MARIANNA MASCIOLETTI – Mentre la stampa italiana si esalta o si indigna per varie condanne di primo grado; mentre i due candidati alla presidenza USA colgono tutte le occasioni per parlare di politica estera il meno possibile; mentre la crisi economica continua a mordere in tutto il mondo; mentre tutto questo succede, il Tibet continua ad essere ignorato.

Il Primo Ministro tibetano in esilio, Lobsang Sangay, è stato in questi giorni in visita in Italia, incontrando associazioni, rappresentanti di partiti e di istituzioni e delegazioni di parlamentari: per l’ennesima volta, nonostante la situazione nel suo Paese negato sia sempre più drammatica, ha ribadito che crede nella nonviolenza e nella democrazia come princìpi irrinunciabili, da tenere sempre ben presenti quando, da vicino o da lontano, si vuole appoggiare la causa e la lotta del  popolo tibetano.

Ben poco possono le attestazioni di solidarietà da parte di singole persone o di gruppi nel mondo occidentale, quando dall’altra parte c’è il gigante cinese; ben poco può il fermo e pacato racconto della situazione tibetana, e della durezza dell’esilio, contro una macchina di propaganda e di soppressione del dissenso potente come quella di Pechino.

L’ultimo tocco, non recentissimo ma sempre scioccante nel suo cinismo, è quello degli estintori dati in dotazione alla polizia cinese per spegnere (è il caso di dirlo) sul nascere le autoimmolazioni dei giovani tibetani, e quello della sostanziosa somma data come ricompensa a chi segnali alle autorità un tentativo di darsi alle fiamme, in modo che queste possano prevenirlo (con quali metodi possiamo solo immaginarlo).

La realpolitik imporrebbe di ignorare le misure sempre più liberticide prese dal governo cinese (in concomitanza, peraltro, con la preparazione del diciottesimo Congresso del locale Partito Comunista), il senso comune degli scambi economici e dei complessi rapporti di potere sembra aver vinto sul buon senso del semplice rispetto dei diritti umani.

Non per questo, però, possiamo permetterci il “lusso” di distogliere lo sguardo da quella realtà e di seguire il pensiero maggioritario della “causa persa”; riteniamo sia dovere di tutte le persone che, come Lobsang Sangay, credono in democrazia e nonviolenza come princìpi irrinunciabili, sostenere con forza la battaglia – democratica e nonviolenta, appunto, a differenza di altre ben più “mediatiche” – del popolo tibetano.

Quest’uomo ancora giovane (un lattante, per gli standard politici italiani), che ha lasciato una brillante carriera ad Harvard per combattere in prima fila una lotta ritenuta da molti irrimediabilmente perduta, dovrebbe ispirare molti di noi: quelli che vogliono cambiare ma non hanno il coraggio, quelli che vogliono lottare ma non sanno come e temono la sconfitta prima ancora di iniziare, quelli che non vogliono arrendersi alla violenza e allo schiamazzo ma vogliono dire con chiarezza quello che la coscienza impone loro di dire, e magari essere pure ascoltati.

Per questi, c’è Lobsang Sangay; gli altri hanno una pletora di personaggi violenti e reazionari da venerare, e noi mai ci permetteremmo di toglier loro questo piacere.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

One Response to “E intanto, il Tibet…”

  1. Edoardo Buso scrive:

    Che dire se non fosse per il “fattore K” anche noi religiosi,radicali,liberali,socialisti,ed destri di Italia,avremmo subito delle persecuzioni come negli altri paesi dell’ex blocco comunista;urge ricordare le battaglie fatte negli anni 70 80 tra radicali ed cristiani insieme per la libertà religiosa,nel cinico blocco comunista,anche per temperare un laicismo forzato che si sta infiltrando nei partiti liberali,ed allo stesso tempo sfatare il mito del laicismo dapperttutto proposto dai movimenti neo ed teocon.In questi giorni sto leggendo un libro stampato in poche copie,sulla tragedia delle persecuzioni dei cristiani pentecostali in Siberia,si intitola Lettere dalla Siberia.Questi ed altri fatti tenuti nascosti,anche da un Intellighenzia elitaristica (anni 70-80) che pur definendosi libertaria,(erano gli anni dei radical-chic alla lotta continua, herbert marcuse ecc)taceva dei crimini contro la libertà religiosa nel mondo,mentre solo sparuti gruppi di liberali ed radicali combattevano non violentemente con i religiosi perseguitati,(passando davanti all’opinione colta “comunista” come dei liberisti “servi degli stati uniti”).La Cina soffre ancora della mancanza di libertà religiosa,perchè proprio la concessione della libertà religiosa,alle sue colonie ed all’interno della stessa Cina,porterebbe ad un declino progressivo del concetto materialistico ed produttivista che oggi vediamo in atto,sopprattutto quando ad emergere è una coscienza buddhista che non è mai scesa ad compromessi con la mentalità produttivistica ed materialista.La Cina però allo stesso tempo è una nazione che andrebbe imitata anche da noi Occidentali,per la sua trasformazione da un sistema collettivistico ad un moderno sistema di mercato che molti criticano solo per gettare discredito,su un modello che in molti aspetti è efficiente,ed di cui si nasconde la nostra incapacita ad imitare un modello industriale da lanciare nel futuro,perchè l’Europa si è chiusa nel suo conservatorismo culturale,dovuto al gap tra manodopera ed ceto intellettuale,con il fattore che si determina sempre più,di disoccuppazione della manodopera,viste le politiche antiindustriali antiliberali delle sinistre passate,ed anche la disoccupazione del ceto intellettuale,per la sua crescita esponenziale negli ultimi anni,ed qui torniamo al discorso sacrosanto di Elsa Fornero ai giovani(non fate gli schizzinosi).

    Ma il problema è anche un altro,i cinesi sono sicuramente insieme ad i paesi emergenti una Risorsa per un europa che non trova più la sua via industriale,oltre ad delocalizzare la finanza,nel prossimo futuro penso che dovremmo chiedere ai paesi emergenti come la Cina di delocalizzare nelle nostre nazioni europee le loro attività produttive,incentivando la produzione nel nostro paese,attraverso delle zone franche industriali.Altrimenti avremmo presto,(con il calare dei ritmi produttivi nei prossimi anni da parte della cina,che creando benessere diminuisce il tempo di lavoro)in un sistema mondiale ad rischio de-industrializzazione completa,ed questo sarebbe grave per la stessa tenuta umana del pianeta,miliardi di persone senza lavoro,(a livelli estremi da quelli attuali)sarebbero presto fagocitabili per guerre,od genocidi,distruzioni terroristiche,od sistemi totalitari statali ma anche aziendali.(la fantascienza ci ha già avvertiti).Quindi o si va verso il progetto democratico dell’unificazione delle politiche produttive nel mondo,ragionando in base alla massa mondiale,ed non più alle “cerchie,conventicole,elite”,od si fara strada il collasso planetario.

Trackbacks/Pingbacks