di PIERCAMILLO FALASCA – Il 17 novembre, a Roma, ci sarà un incontro pubblico, un appello a quanti credono che l’Italia possa farcela, che il declino incipiente sia arrestabile, che la risposta all’antipolitica furiosa possa venire da una rivitalizzazione dell’enorme giacimento di capitale umano di cui dispone l’Italia.

Mi hanno chiesto di essere tra i promotori, perché con l’iniziativa di ZeroPositivo abbiamo da mesi posto l’accento sulla necessità di “cose nuove, per “rinnovare – scrivevamo – il senso ed il concetto di rappresentanza” e per “riaffermare una proposta politica autenticamente riformatrice, che offra a tutti noi un futuro di maggiore libertà e responsabilità individuale, una società più forte ed uno Stato meno intrusivo nella nostra vita, più innovazione tecnologica e scientifica, più autonomia di scelta e sussidiarietà“. 

Il manifesto Verso la Terza Repubblica è un lago a cui il piccolo fiume delle nostre istanze liberali e libertarie può conferire acqua buona e fresca, insieme a tanti altri affluenti provenienti da luoghi diversi e spesso lontani. Per questo l’ho firmato e lo sostengo, perché credo che la sfida più appassionante, per l’Italia del 2013, non sia la mera testimonianza della purezza delle proprie idee, ma il tentativo di contribuire con tali idee ad uno sforzo concreto per il governo del Paese.

L’Italia è in preda ad un deterioramento preoccupante del suo clima sociale. Come è accaduto spesso, nel corso della storia, le crisi economiche prolungate compromettono la tenuta delle istituzioni e incattiviscono le relazioni umane. La “semplificazione” della domanda politica – vogliamo il pane, alla forca gli affamatori del popolo – è quel che porta al trionfo del populismo becero e sincretista, a volte mascherato dalla faccia pulita del sindaco grillino di Parma, altre volte dal volto meno rassicurante di Alba Dorata, la destra neo-nazista greca. A questa semplificazione, e al fallimento degli attuali partiti, noi non possiamo pensare di rispondere con un arroccamento identitario, ma con una straordinaria prova di coraggio e di buon senso. C’è da far ragionare la folla inferocita, non assecondarla.

C’è chi non l’ha firmato questo manifesto, perché lo ha ritenuto “blando”, perché non ha gradito la presenza di questo o quel compagno di viaggio o la primazia di questa o quell’associazione. A cercare le ragioni per differenziarsi, se ne trovano sempre moltissime. Ad essere troppo schizzinosi nel firmare i manifesti, si finisce poi per compromettere mesi e mesi di passione e lavoro comune, di fatto favorendo chi tifa contro il cambiamento: gli attuali partiti politici. Il tempo per ritrovare unità d’intenti c’è, se si ha la voglia, da qui al 17 novembre.

Ai responsabili di Italia Futura, che mi hanno chiesto di essere tra i promotori del manifesto – con il bagaglio laico e libertario delle “13 proposte per il 2013” di Zero+ e l’impalcatura culturale che da anni ho contribuito pro-quota ad  allestire con Libertiamo – rivolgo un invito: non connotiamo questa iniziativa come “moderata”, in un’Italia in cui a moderare le spinte d’innovazione ci pensano quotidianamente caste e corporazioni insopportabili. L’ha detto Mario Monti, riprendendo un bel pezzo dell’Economist di qualche giorno fa: c’è da essere radicalmente riformatori. Accanto a questo, sulle grandi questioni dei diritti civili, siamo “condannati” alla pluralità, perché plurale è la società italiana ed europea. 

C’è da essere ambiziosi. C’è da essere credibili, per dire all’opinione pubblica la verità sugli anni difficili che ci aspettano. C’è da essere molto concreti nelle soluzioni che si offrono per il rilancio dell’Italia. C’è da provarci, i calci di rigore li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli. Il 17 novembre sarà una data importante.