Lo Stato narcisista e impotente dietro i titoli altisonanti

– “Se cominciamo tutti ad essere signori, dove lo troviamo più il prefetto?
Con tono pacato, signorile e paternalistico, queste parole le ha dette in una intervista il prefetto di Napoli Andrea De Martino.

La storia è nota. In un incontro con le Istituzioni il sacerdote don Maurizio Patriciello si è rivolto più volte, indirettamente, al prefetto di Caserta Carmela Pagano appellandola con il termine “signora” e non con quello di “prefetto”. A quel punto è intervenuto il prefetto di Napoli che ha duramente rimproverato don Patriciello, lo ha accusato di assenza di rispetto verso le Istituzioni, e con un meraviglioso errore di sintassi, poco istituzionale, gli ha anche detto: “se io la chiamerei signore, lei che cosa penserebbe?”.

Intervistato a proposito dell’accaduto il prefetto di Napoli ha ribadito che quella di don Patriciello “è stata una mancanza di rispetto verso le istituzioni ed a proposito della dura, pubblica, umiliante ramanzina al sacerdote, trattato come un bambino ignorante, ha ribadito che: “Mi è parso doveroso, davanti a tutti i soggetti presenti, riaffermare la regola del rispetto delle istituzioni. Le stesse regole che proviamo ad insegnare ai giovani quando andiamo a dare lezioni di cultura della legalità”.

Ecco la questione. Il prefetto parla di insegnamento di cultura della legalità e poi azzittisce un parroco noto in tutta la Campania per il suo impegno contro la camorra solo e perché ha omesso l’appellativo “prefetto” parlando della signora Pagano. E allora… che cos’è la legalità? Una questione linguistica?

Sappiamo tutti cosa sia l’impotenza. Sessuale, psicologica, ecc. Solitamente l’impotenza si manifesta nell’impossibilità di esprimere e compiere le potenzialità energetiche e psicologiche di un soggetto. Spesso l’impotenza psichica è il risultato di un ripiegamento narcisistico. Il soggetto sposta e indirizza l’oggetto del suo proprio desiderio su di se stesso. E sarà impotente nell’indirizzare le proprie le proprie energie verso oggetti che non corrispondano a se stesso. L’impotenza, in termini metaforici, agisce così sia a livello del singolo e sia al livello di comunità. E arriviamo al nostro problema.

Una scimmia sulle spalle della nostra storia, tutta italiana, è l’impotenza simbolica dello Stato. E’ la malattia endemica delle nostre istituzioni. Se passate al setaccio gli ultimi 150 anni della nostra storia, che per certi versi sono i primi, troverete che la sindrome narcisistica è uno dei nostri marci morbi. Le cariche, spesso, non hanno parlato al popolo, alla società, ma hanno parlato solo a se stesse. E’ la logica dell’autoreferenzialità delle élite. E’ una antica questione antropologica che da noi ha trovato il suo apogeo. Titoli, cariche, appellativi, non per identificare un servizio alla comunità, ma per permettere a qualcuno di autocompiacersi nell’appartenere ad un mondo a parte.

E’ anche una questione linguistica, vero. In molte culture non esiste la differenza tra tu e lei, in quella anglosassone ci si da tutti del “signor” (il nostro prefetto sbroccherebbe) – ma in Italia il titolo e l’appellativo, spesso, non significano “vicinanza” alla gente comune, ma lontananza. Una lontananza che non può essere né bestemmiata né discussa da nessuno. Io devo manifestare rispetto lessicale nei confronti delle Istituzioni, e le Istituzioni possono, così, felicemente nutrirsi di un loro proprio compiacimento autoreferenziale, godere della propria titolazione, inverarsi appieno nella propria distanziazione dal sociale, nutrirsi di se stesse, darsi al proprio benessere autoconservativo, vivere un orizzonte di onanismo di classe e di autopercezione, e fregarsene, olimpicamente, delle istanze dei cittadini, della gente comune, del prete sfigato, di chiunque altro possa anche solo involontariamente mettere in discussione la “superiorità” di chi incarna un alto ruolo istituzionale.

Siamo il paese della lesa maestà. Siamo il paese dove la polizia ti chiede di dare del lei e ti risponde dandoti del tu, siamo il paese dove qualunque rappresentante di questo o di quel potere, solo in virtù dell’avere un presunto potere… si sente un Dio. Vanagloria? Velleitarismo? Egotismo? Supponenza? Vanità? No, semplicemente impotenza. Il prefetto non ha interrotto il prete perché si è sentito, realmente, offeso e discriminato nella sua simbologia di carica istituzionale, ma il prefetto ha azzittito il prete perché ha capito che il prete stava lì lì per dire qualcosa alla quale il prefetto non avrebbe saputo rispondere.

Il titolo e la carica, in Italia, spesso servono per poter non dare risposte. Per potersi trincerare dietro la retorica dei vizi di forma. Anche la burocrazia italiana si comporta così –asfittica e involuta – tronfia di sé e autodigerente – serve in buona parte solo a negare ipotesi di trasformazione, a negare azioni, liberi arbitri, individualità sociali e possibilità del fare. La burocrazia è ripiegata su se stessa e si magnifica a testimoniare l’impotenza di uno Stato che non si risolve nel suo rapporto con in cittadini, ma nel rapporto con se stesso.

Uno stato impotente. Qualche secolo fa gli umiliati facevano le rivolte di piazza, oggi, in democrazia, allo Stato ed ai suoi rappresentanti potremmo al più dargli il Viagra – qualsiasi esso sia, ma troviamone uno, e in fretta.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Lo Stato narcisista e impotente dietro i titoli altisonanti”

  1. stefano scrive:

    ricordo ai gentili lettori che un pubblico ufficiale che si rivolga con il tu a cittadino maggiorenne commette attoarbitrario secondo sentenza di cassazione e che qualora la persona oggetto di questo comportamente lo offendesse il reato di oltraggio non sarebbe tale

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