Categorized | Economia e mercato

Sovrano è solo chi paga i propri debiti

– Si fa un gran parlare di sovranità, di deleghe di attribuzioni ad organismi esterni dal territorio dello Stato, di perdita di autonomia decisionale. Nel miserevole panorama politico attuale, a destra come a sinistra, al centro e tra le forze di espressione popolare, si lamenta la perdita di sovranità a cui l’Italia va incontro come causa e contemporaneamente effetto della crisi economica contingente.

Chi scrive, in ordine a teoria e filosofia del diritto, può vantare solo un paio di esami universitari dati oramai un lustro fa. Per cui ci limiteremo a identificare il concetto di sovranità alla definizione, scientificamente inevitabilmente incompleta, fornita da Wikipedia.

Nelle pagine dell’enciclopedia della rete la sovranità viene definita come «l’espressione della somma dei poteri di governo riconosciuta ad un soggetto di diritto pubblico internazionale che può essere una persona od un organo collegiale». E ancora, «il diritto pubblico teorizza tale istituto giuridico essenzialmente come uno degli elementi costitutivi dello Stato, insieme al territorio ed al popolo».

Dunque, ordinamento dello Stato, territorio e popolo.

Abbiamo già trattato in passato il tema relativo al trasferimento a organismi sovranazionali della vigilanza sul sistema bancario. Sostenemmo allora che in un contesto comunitario la disciplina e il controllo dei criteri di formazione dei regolamenti dovessero essere opportunamente uniformati. A beneficiarne sarebbe stata l’efficienza complessiva del sistema e, di conseguenza, ne avrebbero beneficiato anche cittadini e consumatori.

La grave crisi economica e del debito che stiamo attraversando ha però sollecitato la protesta di molti ambienti verso l’imminente trasferimento delle potestà decisionali.

Questa delega, si dice, mette in pericolo la democrazia.

Il fuoco di fila si concentra in massima parte sulle politiche economiche e su quelle monetarie.

Alimentando una confusione vecchia di un secolo, si attribuisce al neoliberismo la responsabilità delle politiche di rigore di bilancio. L’Europa invece, e in specie l’Italia, si è sempre distinta per politiche che di liberismo avevano poco più di niente. Il dirigismo, il capitalismo solidale che produce eccesso di legislazione e contributi alle imprese, nulla ha a che fare con i principi del laissez faire tipico dei movimenti liberali e libertari.

In un sistema veramente liberale, invece, sarebbero i principi della autonomia responsabile a governare l’economia. Responsabile perché il minimo comun denominatore di ogni iniziativa economica, sia privata che pubblica, è l’equilibrio fra ciò che si spende e ciò che si incassa. Italia, Spagna, Grecia, Belgio, Francia e, per alcuni anni, anche Germania hanno viceversa speso più di quanto riuscivano ad incassare attraverso attività e gettito fiscale.

Chiarito l’equivoco, proviamo ad analizzare il problema contingente.

A partire dai primi anni ’80 il nostro Paese ha cominciato ad accumulare debito pubblico. Dal 1980 al 1989 il rapporto fra debito e ricchezza prodotta crebbe di 34 punti. Nel ’94 il debito toccò il 120%, ieri, come ci ha ricordato Eurostat, il 126%.

 

La seconda repubblica, nata dalle ceneri dei vecchi partiti travolti dal ciclone tangentizio, ha sostanzialmente cristallizzato quel rapporto, aumentandolo in valore assoluto.

Nel frattempo la nascita dell’euro e il trasferimento dell’autorità monetaria alla Banca Centrale Europea ha fornito a Paesi indebitati come il nostro un’occasione straordinaria per abbattere il peso del debito accumulato precedentemente. In soli 12 mesi il tasso medio ponderato al quale vendevamo i nostri bot e btp è crollato dall’8 al 4%.

Di colpo, per il solo effetto di avere una valuta stabile, abbiamo beneficiato di una consistente diminuzione della spesa per interessi. Avremmo potuto approfittarne per ridurre l’ammontare complessivo del debito, oppure per aumentare la spesa per investimenti e quindi recuperare produttività. Abbiamo sprecato l’occasione. Chiunque ha un mutuo sa che l’accesso al credito e il suo costo dipendono dalla capacità del debitore di restituire il prestito. Che il prestatore detti le condizioni è perfettamente lecito.

Sui mercati obbligazionari succede la stessa cosa. Le oscillazioni degli spread, i tassi ai quali si scambiano i titoli obbligazionari, dipendono dalla affidabilità del debitore, ovvero dalla sua capacità di reperire le risorse per ripagare il capitale. Così accade che uno Stato molto indebitato abbia difficoltà a trovare prestatori o che questi chiedano interessi più alti; si chiama premio per il rischio.

Quando abbiamo aderito volontariamente, ovvero nel pieno rispetto della sovranità nazionale, all’Unione Europea, abbiamo preso un impegno di riduzione del debito. Non l’abbiamo rispettato e chi presta denaro ora vuole migliori condizioni.

Alcune teorie, diventate di moda, sostengono che quello del debito sia un falso problema perché, se avessimo una banca centrale controllata dallo Stato, qualunque debito, anche se molto superiore a quello attuale, sarebbe rimborsabile emettendo nuova moneta.

È come se il lavoratore salariato che fa un mutuo in banca dicesse all’istituto di credito che restituirà il prestito stampando nuove banconote. Possibile certo, ma sarebbe un falsario. Lo Stato non diventerebbe un falsario, giacché avrebbe la facoltà di dare corso legale alle nuove banconote, ma commetterebbe comunque un artificio.

Immettere nel circuito maggiore quantità di valuta di quella corrispondente a beni e servizi, provoca un aumento dei prezzi per eccesso di domanda. La sovranità monetaria che si penserebbe di aver riconquistato si perderebbe nel momento in cui i nostri creditori, possessori di titoli che per effetto dell’inflazione avrebbero perso valore, pretenderebbero (e otterrebbero) condizioni più gravose.

Si immagini di chiedere soldi ad un soggetto al quale su precedenti prestiti abbiamo restituito la metà di quanto avuto; un paese che lo facesse sarebbe totalmente in balia delle pretese del creditore. Perderebbe sovranità.

Se bot e btp fossero totalmente in mano italiana la situazione non cambierebbe di molto. Vero è che più difficilmente un comune cittadino farebbe operazioni di arbitraggio internazionale vendendo titoli svalutati e acquistando titoli stranieri più affidabili, ma la maggior parte delle obbligazioni nazionali sono detenute, per conto dei risparmiatori, da banche e fondi di investimento, soggetti che per legge devono contenere il rischio nell’interesse dei loro clienti. Un btp italiano che perdesse valore per effetto della svalutazione dovrebbe essere venduto dal fondo perché il rischio non corrisponderebbe più a quello desiderato dal cliente al momento della sottoscrizione.

Le ipotesi autarchiche e quelle che prevedono il prestito forzoso dagli italiani dunque non risolverebbero né i problemi di bilancio dello Stato né quelli della sovranità.

Ricompriamoci il debito dunque, proposta partita dall’ex superministro delle finanze Tremonti in occasione della presentazione del suo movimento politico.

Banca d’Italia e Ministero dell’Economia ci dicono che il 44% dei titoli circolanti è in mano straniera. Per ricomprarlo tutto dovremmo mettere in piedi un’operazione da 700 miliardi, cifra superiore a quella corrispondente ad un rapporto debito/pil al 60% per il quale il tanto vituperato Fiscal Compact ci concede 20 anni!

In definitiva non esiste un “problema sovranità” fino a che chi ci amministra mostrerà serietà, competenza e volontà politica di affrontare la crisi. Ogni altra soluzione nasconde solo la verità ai cittadini.

 


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

One Response to “Sovrano è solo chi paga i propri debiti”

  1. marcello scrive:

    E’ difficile pagare i debiti se poi qualsiasi riforma si prova a fare per bloccare la falla dello stato è annacquata da chi non vuole lasciare l’osso. La legge sulla corruzione rischia di essere inoperante perché c’è sempre qualcuno che ricatta il governo e fa produrre un testo che alla fine è aggirabile, come i tetti ai costi della politica e ai vari sprechi.
    Alla fine si fa pagare chi non c’entra niente e non è responsabile, con la beffa che dicono che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, anche se avendo più mezzi ben potrebbe fare il cittadino europeo.

Trackbacks/Pingbacks