Permessi edilizi e vincoli, una riforma che non risolve il problema

– Triscina di Selinunte come la Valle dei Templi. La prima è una frazione di Castelvetrano, fatta di 5mila unità immobiliari, tutte abusive. Con le meravigliose rovine di Selinunte ad un passo. La seconda l’improvvida location sulla quale l’ex sindaco, come ha certificato la Corte dei Conti, ha perpetuato un incredibile scempio. Omettendo, ed in alcuni casi ostacolando, la lotta all’abusivismo edilizio.

Il Lungomare di Vindicio a Formia come l’area di Casarinaccio ad Ardea. Ville moderne costruite direttamente su strutture romane. Esempi di abusi perpetrati a danno di vincoli archeologici esistenti. Ma non rispettati. Come accaduto anche a Palmaria, davanti a Portovenere, dove era stato innalzato il celebre “scheletrone” (abbattuto nel 2009). Oppure a Treppiedi di Modica, dove gli “ecomostri” sono stati demoliti nel 2011.

L’abusivismo edilizio, sfortunatamente, è un fenomeno che in Italia non conosce crisi. Anzi prospera. Ovunque. Come dimostrano i dati raccolti da Paolo Berdini nel libro “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia” (Donzelli, pp. VIII-168, euro 16,50). Per il periodo compreso tra il 1948 e il 2009, 4.600.000 cioè 74.200 l’anno, 203 al giorno. Cifra impressionante che ha prodotto 453.500 edifici illegali, 7.314 all’anno, 20 al giorno. Distribuiti, seppur con più che sensibili differenze da regione a regione, sull’intero territorio nazionale.

Abusivismo da un lato, Patrimonio storico-archeologico e Paesaggio, Città e Territori, dall’altro. Eterni sfidanti di una battaglia senza reali vincitori. Con al centro la macchina statale, sostanzialmente incapace di rispondere in maniera efficace, di ostacolare davvero il primo e difendere davvero il secondo. Ma anche di assicurare risposte in tempi certi alle richieste di quanti volevano realizzare una nuova costruzione.

In questa ottica, presumibilmente, il Governo ha voluto porre mano alla materia con l’articolo 12 del nuovo disegno in materia di semplificazione. Eliminando il decreto legge 70 del 2011 che sanciva il “silenzio-rifiuto” per quanto riguarda le aree vincolate e il “silenzio-assenso” per quelle non vincolate. Introducendo l’obbligo per l’ente di rispondere sempre anche quando il parere è negativo, alla richiesta dell’impresa o del cittadino, entro il termine di 45 giorni.

La nuova norma interviene sui tempi, partendo dal presupposto che la semplificazione possa costituire una sorta di deterrente agli abusi. Almeno ad una parte di essi. Scelta legittima. Ma opinabile. Dal momento che la decisione di modificare i termini della questione non sembra prevedere un contemporaneo intervento sul contesto. Insomma la riorganizzazione degli organi deputati ad assicurare pronte risposte. Si modifica meritoriamente la norma, garantendo una risposta entro 45 giorni. Si sceglie di agire sui tempi della burocrazia. Uno dei riconosciuti “talloni d’Achille” italiani. Ma colpevolmente si lascia inalterata la fragile (e scarna) impalcatura amministrativa che dovrebbe assicurare tempi certi.

Un discorso che accomuna Soprintendenze, Regioni e Comuni. Tutti a dover far fronte a numerosissime richieste con un organico sempre più ridotto. Gli uffici competenti della gran parte dei Comuni italiani hanno finito per essere sommersi dalle pratiche, dopo i condoni edilizi craxiani e berlusconiani. Accumulando ritardi quasi incolmabili. Ancora di più risultano inadeguate le Soprintendenze, con un personale generalmente sottodimensionato rispetto alle necessità. Tanto più, proprio nelle quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Puglia e Campania), nelle quali secondo il Cresme si concentra il 59,6% delle abitazioni abusive. Regioni nelle quali il patrimonio storico-archeologico è più densamente rappresentato. E dunque sarebbe necessario fosse monitorato con sopralluoghi frequenti.

Il pericolo è quello paventato da alcuni. Che nell’attesa di una risposta fuori tempo massimo dei soprintendenti asfissiati dal lavoro, le Regioni e i Comuni consentano di costruire anche nelle “aree più delicate”. Di fronte a questo cambiamento normativo che, almeno per quanto riguarda le zone con vincoli, sembra addirittura promettere scempi maggiori di quelli perpetrati finora, il Ministro Ornaghi naturalmente è di ben altro avviso. A suo dire “non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio e dei beni culturali poiché la nuova norma (…) ha solo ribadito il diritto del cittadino ad avere in ogni caso una risposta espressa e motivata sulla propria domanda di permesso di costruire”.

Verrebbe da dire che è diritto del cittadino anche poter usufruire, nel rispetto dovuto, di siti archeologici e monumenti. In maniera consona. Evitando di vedere interrotto il basolato della via Appia antica, nella campagna di Lanuvio, da una villetta che negli anni ’80 vi si è impiantata proprio al di sopra. Evitando di osservare come la villa di Poppea e quella di Lucius Cassius, a Torre Annunziata, siano circondate da orrendi palazzi e palazzine.

Viene in mente ciò che scrisse nel 1775 Alphonse De Sade, a proposito del patrimonio pompeiano, in Viaggio in Italia. “Ma in quali mani si trova, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?”. Qualcuno continua ancora a chiederselo.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Permessi edilizi e vincoli, una riforma che non risolve il problema”

  1. Marco Galliano scrive:

    Stupendo articolo.

  2. Barbara Maroni scrive:

    Vorrei, apprezzando comunque l’articolo del dott. Lilli, sottoporre alla sua attenzione questo paradosso: l’abusivismo si è sviluppato ed è fenomeno ancora in crescita in Italia nonostante il nostro paese sia una delle nazioni che ha più “vincolato” il suo territorio. Leggi nazionali, regionali, Piani Territoriali di ogni sorta, di prima e di ultima generazione, soprintendenze, enti parco, comunità montane, avrebbero dovuto, in un sistema funzionante, costituire una barriera invalicabile nei confronti di questo fenomeno, scongiurando la spesso irrimediabile deturpazione del nostro paesaggio. Dunque, il binomio vincolo-tutela, qui da noi, non ha prodotto i risultati sperati. Credo dovremmo chiederci il perchè. Al di là delle operazioni smaccatamente speculative, che pure esistono e sono esistite, esiste pure una enorme quantità di piccoli e grandi abusi edilizi che rientrano nella casistica del cosidetto abuso di necessità. Questo dovrebbe a mio giudizio, sollevare l’ulteriore dubbio, collegato col primo (che il vincolo non garantisca sic et simpliciter la tutela), che l’abuso più diffuso sia di natura NON speculativa, legato piuttosto alla necessità di abitazioni con un costo, per così dire “calmierato”. Il possesso di un piccolo appezzamento di terreno, sappiamo, consente un risparmio sui costi di costruzione di circa il 30%. Che questo terreno non fosse edificabile (dovremmo forse fare un cenno alla scadente pianificazione urbanistica dei nostri territori, ma forse si correrebbe il rischio di uscire dal seminato..) non è stato un problema, nei periodi in cui la crescita selvaggia delle nostre città (anni 60-80) è avvenuta per lo più in questo disordinato e spontaneo modo, stante l’assenza di offerta abitativa capace di soddisfare certe esigenze. Quindi, una politica della casa più varia ed attenta, questa si, alle necessità di abitazioni con costi contenuti, avrebbe potuto, meglio dei vincoli, essere un deterrente alla costruzione degli orrori (spesso è questo che sono le abitazioni abusive) edilizi ed urbanistici che punteggiano le nostre colline e pianure: orrori che sono tali anche dal punto di vista sismico ed energetico, con quel che oggi ne consegue. Poichè raramente si è represso l’abuso “microdiffuso” con la demolizione, ci dobbiamo solo augurare che, in qualche modo essi possano essere recuperati architettonicamente ed urbanisticamente e riportati ad una condizione di “decenza”. Mi auguro però che a nessuno sfugga l’enorme responsabilità che debbono assumere su di sè le amministrazioni che, ai vari livelli hanno avuto ed hanno il compito di gestire lo sviluppo e la crescita delle città. Tra queste responsabilità elencherei la mancanza assoluta del rispetto dei tempi previsti per legge per costruire in modo legittimo: dover attendere tempi biblici per il rilascio di un titolo edilizio, oltre ad essere un deterrente ad investimenti nel settore, ha spesso indotto i cittadini a costruire abusivamente, spinti da urgenze che, a quanto oggi vediamo, nè la politica nè l’apparato amministrativo di questo nostro paese ha mai tenuto nel debito conto. Sarebbe cosa DOVUTA, la risposta nei tempi certi che la Legge prescrive, e non è ammissibile dover ancora subire la giustificazione della “penuria di personale” in enti nei quali, oggi sappiamo e vediamo in quale misura, esiste una sottrazione ed uno sperpero di danaro e risorse pubbliche che è ingiustificato ed incontrollato. Va da sè che nessuno che sia sano di mente può giustificare l’assalto al basolato delle vie consolari, o lo scempio di un sito archeologico…. sarebbe bastato demolire immediatamente gli abusi e punire severamente gli “abusatori”…. ma il fenomeno che ha più peso, in termini di volumetrie e conseguenze sul territorio, è senza dubbio quello a cui accennavo. Dovremmo avere il coraggio di dire che dirigenti di questi uffici non compiono il loro dovere. Non lo compiono se non organizzano il loro lavoro, se non esigono efficienza e puntualità, se non razionalizzano i processi lavorativi, se non modernizzano i sistemi ed i processi di gestione delle pratiche edilizie nel loro iter. I sistemi informatici, per esempio, potrebbero risolvere, come in effetti risolvono nei nostri studi professionali, tutti gli aspetti della progettazione: perchè le amministrazioni sono così indietro, nell’informatizzazione dei loro servizi? Esistono leggi dello stato che le obbligano già da tempo a dotarsene e servirsene. Può uno Stato serio chiedere il rispetto delle leggi che esso stesso per primo disattende?

  3. Lucio Scudiero scrive:

    Per rendere la discussione fruibile, chiediamo ai gentili lettori l’accortezza di postare commenti più concisi.
    Grazie per l’attenzione.

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