Un dibattito “alla rovescia”, Obama attacca Romney sulla politica estera

– “Alla tv araba lei ha detto che l’America è stata sprezzante e irrispettosa, e che in diverse occasioni ha dato ordini ad altre nazioni. Presidente, l’America non ha dato ordini ad altre nazioni, noi abbiamo liberato altre nazioni dai loro dittatori”. Con un passaggio così, nel corso del terzo dibattito presidenziale, Mitt Romney ha dimostrato a se stesso, a Barack Obama e agli ascoltatori di sapere cosa significhi attaccare il suo avversario.

E’ stato il momento in cui è risultato più efficace, insieme ai pochi altri in cui ha voluto uscire dall’angolo: la flessibilità promessa da Obama a Medvedev credendo che il microfono fosse spento; l’apology tour; la lettera di 38 Senatori democratici a Obama nella quale si chiede più apertura verso Israele; il ritiro delle installazioni militari in Polonia, che è stato anche l’unico momento in cui qualcuno dei presenti si è ricordato dell’esistenza dell’Europa.

Il terzo dibattito si sarebbe dovuto occupare di politica estera, e per molto tempo lo ha fatto. Ma era evidente, soprattutto in Romney, la voglia di usare qualsiasi pretesto per parlare di economia, che entrambi i candidati sanno essere ciò che importa di più, oggi, agli elettori americani: a un certo punto si è finiti a dibattere l’utilità o meno di assumere insegnanti di matematica. Ancora una volta, la sensazione di chi scrive è che ai punti abbia vinto, di poco, il Presidente uscente.

Barack Obama è stato molto bravo a dimostrarsi presidenziale e confidente nelle sue scelte, aiutato anche dal fatto che su quasi tutto il suo opponente, quando prendeva la parola, si dichiarava d’accordo con lui: è stato di gran lunga, nella storia dei dibattiti presidenziali iniziata giusto 50 anni fa con quello famoso tra Kennedy e Nixon, il confronto in cui i due avversari si sono dimostrati più in sintonia. Il problema è che non erano d’accordo l’uno con l’altro: era Romney che si diceva d’accordo con Obama. Non è la stessa cosa.

Non era facile prevedere di assistere ad un dibattito alla rovescia, in cui chi ha un record in politica estera, invece di essere chiamato a rispondere dei suoi errori (e tanto ci sarebbe stato da dire) attaccava lo sfidante sulle sue dichiarazioni, rovesciando quello che avrebbe potuto essere il match point per Romney, costretto in difesa. Clamorosa, e per certi versi inspiegabile, la rinuncia ad attaccare da parte di Romney su Bengasi, dove l’Amministrazione Obama ha dato prova di inadeguatezza prima, durante e dopo l’attacco terrorista. E clamorosa anche la bugia detta in plain sight da Obama a proposito della posizione di Romney sul bailout all’industria dell’auto, poi puntualmente smentita persino dal fact checking di MSNBC, la rete tv più a sinistra del mondo libero.

Evidente da parte di Romney il tentativo di accreditarsi come asciutto, serio e carismatico, ma non sta scritto da nessuna parte che ciò non si possa fare attaccando e l’ha dimostrato lo stesso Romney nel primo dibattito, dove probabilmente c’erano temi sui quali si sente più preparato: ma ciò non toglie che la sua compostezza è stata scambiata a volte per timidezza, quando non per debolezza, e ciò non gli ha solo tolto una grande opportunità, ma anche creato un piccolo danno.

Dal dibattito ci immaginiamo uscire sorridenti Ahmadinejad e Assad, entrambi certi che chiunque sieda nello studio ovale dal prossimo 20 gennaio farà di tutto per non usare la forza contro di loro. Si cercherà di convincerli a parole: buona fortuna. Esce invece malridotto George W. Bush, la cui dottrina in politica estera risulta bocciata da entrambi i candidati, a dispetto del fatto che chi vede lentamente la democrazia risorgere in aree disastrate come l’Iraq e l’Afghanistan è a lui (e all’esercito americano) che dovrebbe dire grazie.

Ottimi i due closing statements, gli ultimi a disposizione dei candidati prima del voto del 6 novembre: lucidi, determinati, efficaci. Ora tocca ai pochi swing states ancora in bilico dire chi vincerà questa corsa, dalla quale dipendono in buona parte le sorti del prossimo futuro dell’intero pianeta.

Una curiosità finale: molto divertente e azzeccata la battuta di Obama che canzonando Romney gli ricorda che rispetto al 1917 l’America ha meno navi ma anche meno cavalli e meno baionette… però non è vera. Ogni fucile in dotazione ai militari americani è anche una baionetta spesso usata in battaglia, e quindi in effetti oggi l’America ha più baionette del 1917. Una piccola gaffe del Commander in chief, che al di là della curiosità nulla toglie alla sua bravura da grande comunicatore e soprattutto non cancella la grandezza di un Paese che celebra a viso aperto la sua eccezionalità rinnovando ad ogni elezione la sua democrazia.


Autore: Umberto Mucci

Nato a Roma nel 1969, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, ha un master in marketing e comunicazione. Si occupa di pubbliche relazioni in ambito di internazionalizzazione. Rappresenta in Italia l’Italian American Museum di Manhattan. Ha pubblicato per la rivista per italiani all’estero èItalia e per Romacapitale. Ha co-fondato e diretto la Fondazione Roma Europea.

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