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Le smartphone wars non si fermano, i consumatori sono i veri sconfitti

Il lunghissimo legal-drama fra Apple e Samsung continua, ma stavolta è l’azienda coreana ad aver segnato un punto a proprio favore: un giudice britannico ha dichiarato infondata l’accusa di aver copiato il design della concorrente di Cupertino, che ora sarà costretta a dover pubblicare le proprie scuse.

Il 26 luglio scorso, Samsung è stata prosciolta dall’accusa di aver violato il design dell’iPad con tre versioni del Galaxy Tab (7.7, 8.9 e 10.1). Il giudice Colin Birss ha bocciato le richieste di Apple, dichiarando testualmente che i prodotti Samsung “non hanno la stessa estrema e sobria semplicità che è propria del design Apple. Non sono così cool. L’impressione complessiva prodotta è diversa“.

La decisione è stata confermata in appello il 18 ottobre scorso. Apple adesso dovrà pubblicare a proprie spese vari avvisi pubblicitari e perfino ospitare sulla versione britannica del suo sito un banner, in cui dovrà esplicitamente affermare che “Samsung non ha violato la legge britannica“.

L’aspetto divertente della vicenda, però, risiede nel fatto che la decisione britannica è in aperto contrasto con quella di una corte tedesca del 24 luglio scorso, che ha esteso a tutta l’Unione Europea (Regno Unito incluso) il divieto di commercializzazione del Galaxy Tab 7.7, inizialmente deciso per la sola Germania nel settembre 2011. Motivo: violazione di alcuni brevetti Apple, gli stessi che secondo il giudice Birss non sono stati violati.

La battaglia legale fra Apple e Samsung è iniziata negli Stati Uniti ad aprile 2011, con una denuncia per la violazione di sette brevetti sulle funzioni, tre brevetti sul design, diverse icone delle app registrate come marchi, e una serie di “vesti commerciali” registrate per iPhone, iPod touch e iPad, compreso il loro imballaggio (sì, pure quello). Poco è valso, all’azienda coreana, essere il principale fornitore di componenti proprio dell’azienda denunciante.

Da quella prima denuncia, lo scontro si è intensificato, tracimando in altri Paesi (Sud Corea, Giappone, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Australia e Regno Unito) e raggiungendo a luglio scorso l’incredibile cifra di 50 cause aperte in tutto il mondo. Sono poche quelle che si sono concluse, con risultati contrastanti: se negli Stati Uniti e in Germania ha vinto Apple, in Sud Corea e Giappone ha vinto Samsung.

In realtà, Apple Inc. v. Samsung Electronics Co., Ltd. non è altro che l’ultimo (e ipertrofico) capitolo di una lunga serie di cause e contro-cause intentate dall’azienda del fu Steve Jobs contro varie altre aziende, a loro volta inserite nel complesso dedalo di casi giudiziari che ormai va sotto il nome di “smartphone wars“.

Una vera e propria guerra “tutti contro tutti” dove, come al solito, chi ci rimette sono gli innocenti – in questo caso i consumatori, a cui viene negata la libertà di scelta fra un più ampio numero di dispositivi. Con questo non vogliamo certo dire che violare brevetti altrui sia giusto, tutt’altro: tutelare il lavoro di programmatori e ingegneri è cosa buona e giusta. Non riteniamo, però, che portare alle estreme conseguenze questo principio aiuti il mercato, anzi.

Michele Boldrin e David K. Levine, nel loro Abolire la proprietà intellettuale, dimostrano ampiamente come proprio la tutela di quest’ultima sia stata utilizzata da svariate aziende per ritagliarsi posizioni di dominio sul mercato, così come da approfittatori e furbetti per guadagnare soldi tramite l’acquisto strategico di enormi quantità di brevetti.

Il più grave danno, tuttavia, lo subisce il settore ricerca e sviluppo: citando il lavoro di James Bessen e Robert Hunt, Boldrin e Levine denunciano che “il brevetto viene considerato come un sostituto – non un complemento – di ricerca e sviluppo, con l’evidente conseguenza di una riduzione dell’innovazione effettiva” (pagg. 92-93), anche a causa dell’aumento del rischio di violare (magari senza saperlo) brevetti altrui.

È evidente che la “guerra dei brevetti” continuerà ancora a lungo e che i risultati non faranno altro che ingarbugliare sempre più la situazione. Sarebbe forse il caso, quindi, che Apple e Samsung dessero il buon esempio e si sedessero a un tavolo, mettendo fine a questa disputa da persone, ehm, aziende civili, anziché attendere invano che sia una corte di tribunale ad assestare il colpo vincente all’avversario. Ne guadagnerebbero per primi loro (in termini di risparmio sulle spese legali e di potenziali investimenti sulla ricerca) e di conseguenza noi consumatori.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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