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Il racconto del capo. Che ne sarà dei leader carismatici dopo Monti?

– L’ultima ricerca di Sofia Ventura, “Il racconto del capo. Berlusconi e Sarkozy” (Laterza, Roma-Bari, 2012) appare un appropriato consuntivo di due stagioni politiche tramontate, almeno quanto alla loro capacità, persino autopoietica, di generare consenso di massa: quella di Sarkozy e quella di Berlusconi, due leader affermatisi nello scenario del centrodestra europeo a partire dalla prima metà degli anni Novanta  (per un decennio in modo più silenzioso, anche per ragioni anagrafiche, l’ex Presidente francese; nell’ultimo decennio, in modo assai più polemico e chiacchierato, l’ex Presidente del Consiglio italiano).

Nel capitolo iniziale del testo e in quello conclusivo, v’è spazio per una raffinata comparazione di contributi teorici giungenti dalla semiologia, dalla letteratura, dall’antropologia culturale. L’analisi politologica della Ventura è, al solito, ricca di riferimenti alla sociologia della comunicazione, dal lato della prospettiva sul conseguimento del consenso e sulle strategie perseguite dai leader oggetto dell’osservazione, e al diritto dell’economia, dal lato della comprensione teleologica dei provvedimenti adottati da quei governanti. Questa parte del lavoro è certamente “retrospettiva”: analizza qualcosa che è avvenuto, fornendone interpretazioni non banali. Sarkozy contro il monolitismo del sistema amministrativo francese, Berlusconi contro la conglomerazione elitistica di esponenti del potere giudiziario, dell’istruzione e della pubblica amministrazione in Italia – in parte, del sindacato, ma la polemica antisindacale in Berlusconi è abbastanza discontinua, rispetto all’ossessività dei temi giudiziari, quasi mai, purtroppo, declinati nella programmazione di serie, durevoli, depenalizzazioni in senso accusatorio, garantista e libertario.

La cosa più interessante, però, è quanto del lavoro ricostruttivo della Ventura si proietta nella precomprensione del futuro prossimo: l’accertamento di una propensione popolare verso lo smantellamento delle rendite di posizione del voto, basate su ideologie, partiti e codici impersonali, già scritti; la necessità di una parabola personale che non deve disgiungersi da una seria idea sul rilancio economico, sullo sviluppo, sull’ordine pubblico; la ricerca, nella leadership, di una dismissione di quei filtri rappresentativi che, nati per aggregare la partecipazione, hanno concretamente finito per ostruirla e devolverla ad opzioni politiciste. La sovraesposizione di istituzioni, investite di poteri decisionali importanti, in sede sovranazionale, nonché l’affacciarsi di pretese risolutive in capo ad organismi sempre più tecnici e sempre meno intellegibili (l’altra faccia del racconto del capo, che di ruvidezze e slanci intuitivi ha costellato le proprie fortune), complicano lo scenario o, almeno, lo rendono assai più intricato, soprattutto in Italia. In ultima istanza, la crisi della politica si rivela per crisi della responsabilità politica: il meccanismo di imputabilità di un provvedimento che crea disagio, non produce benessere e affossa risorse già esigue, è sempre meno cristallino, opacizzato da giustificazioni, passaggi attuativi esasperatamente burocratici – e, diciamocelo, più specificamente interministeriali, per restare a casa nostra.

La cultura liberale italiana sembra star dividendosi sul governo Monti. Chi non lo sostiene, evidentemente, non tollera la stretta su tagli e tassazione che pure il suo esecutivo ha determinato, attraverso un programma di contabilità rigoroso ma, a detta del suo stesso artefice, breve e medio tempore potenzialmente ancor più depressivo. Chi lo sostiene, invece, in un’impostazione politica liberale, liberista e libertaria, non può non apprezzare la lotta al debito pubblico, i tentativi di razionalizzazione amministrativa, il superamento del muscolarismo sterile dell’ultimo governo Berlusconi. È inconsueto, e d’altra parte segnala pure l’irrinunciabilità di un qualche tasso di personalizzazione del discorso politico, che questa bipartizione venga suscitata da chi non certo brilla in sensazionalismo, personalismo e narrazione. Forse, la conclusione da trarre è che l’eccessiva compartimentazione tra carismatici ha provato a rispondere a un mutamento sociopolitico che lasciava disarmate le vecchie categorie e le vecchie etichette, assecondando maggiori possibilità partecipative o un approccio più pragmatico e diretto alle problematiche, anche sconfinando apertamente nell’emergenzialismo.

L’elettore attuale (in misure diverse, il cittadino e il consumatore gli sono accanto), pur riscontrando e talvolta apprezzando i mille rivoli dell’antipolitica, della narrazione gridata più che costruita, sbraitata o esibita piuttosto che condivisa, potrebbe esser pronto, se mai la politica se ne accorgesse, per il passaggio successivo: imbottire i bipartitismi impropri, i personalismi da “odio/amore”, le contrapposizioni elettorali e mediatiche, di contenuti ancor più efficaci; magari, cambiando le parole che “l’uno solo” ha, volta per volta, declinato, senza trasformarle in pratiche politiche più durevoli del proprio consenso.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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