De Klerk e la sfida di un Sudafrica davvero non razziale

– Per lunghissimi anni il Sudafrica ha implementato un regime sistematico di discriminazione razziale dai tratti liberticidi e per molti versi distopici. Oggi, a distanza di vent’anni dallo smantellamento dell’apartheid, l’appartenenza razziale continua a contare legalmente in Sudafrica e ad influire in forme istituzionalizzate sulla vita delle persone, per quanto certo in misura molto minore rispetto al modello in vigore fino ai primi anni ’90.

Il nuovo Sudafrica si è infatti dotato di un complesso sistema di affirmative actions volte a “correggere” – nelle intenzioni – le discriminazioni del passato, attraverso trattamenti preferenziali nei confronti dei non bianchi (neri, asiatici e meticci).
La cornice di questo modello di azioni positive è offerta dalle leggi per il Black Economic Empowerment” (BBE), un complesso modello a cui le aziende devono sottostare e che contempla una serie di “indici di diversità”, che riguardano tanto la proprietà societaria, quanto la dirigenza ed il personale impiegato.

Il BEE e le sue più recenti varianti, come il Broad-Based Black Economic Empowerment” (B-BBEE), stanno rappresentando un elemento di appesantimento dell’economia sudafricana, perché obbligano le aziende a considerare la razza come un fattore primario in tutte le decisioni legate alle assunzioni ed alle promozioni, impedendo loro di compiere scelte basate innanzitutto su criteri di efficienza.
Inoltre sono una delle cause di una preoccupante “fuga di talenti”, dell’esodo verso l’estero di molti bianchi qualificati che non trovano posto nel loro paese. I numeri della diaspora sono imponenti; circa 800 mila sudafricani di origine europea avrebbero lasciato il paese dal ’95 per cercare sbocchi di vita in altre nazioni, in particolare Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda.

Contro queste politiche di “reverse discrimination” ha preso posizione l’ex presidente F.W. De Klerk che pochi giorni fa, in occasione di una lezione al Cape Town Press Club, ha portato convincenti argomentazioni a favore della neutralità della legge rispetto alla razza.
La posizione del premio Nobel è limpida e sarebbe sbagliato sostenere che dietro ad essa vi sia il mero desiderio di salvaguardare nei fatti un “potere bianco” nell’economia e nella società.

Al contrario va riconosciuto all’ex-presidente il fatto di parlare da un pulpito non sospetto. Tra il 1990 ed il 1994 è stato il leader della transizione del suo paese dall’era dell’apartheid a quella della democrazia multirazziale ed ha operato in modo determinato per gettare le basi di una nuova cornice democratica basata sui diritti delle persone come individui e non primariamente come appartenenti ad una comunità etnica. In questo senso è stato ampiamente accusato di essere andato oltre rispetto al mandato ottenuto nel referendum del 1992 dall’elettorato bianco, che secondo alcuni avrebbe dovuto essere tradotto in un sistema di power sharing che conservasse alla popolazione di origine europea forme di autogoverno o comunque di veto, nell’ambito di un assetto di federalismo etnico fondato sul concetto di “diritti di gruppo”.

In quel fondamentale passaggio storico F.W. De Klerk ritenne che fosse necessario lanciare il cuore oltre l’ostacolo e superare del tutto un sistema che faceva dipendere legalmente i diritti e le opportunità di una persona dal colore della pelle. Di conseguenza ha guidato la popolazione bianca del Sudafrica alla rinuncia a qualsiasi rete di protezione “comunitaria”.
L’opposizione di De Klerk alle politiche di preferenza razziale di oggi è perfettamente coerente con la sua visione di un Sudafrica non razziale.

Secondo l’ex presidente, quote ed azioni positive “violano il principio non derogabile alla non-discriminazione e minano il valore fondamentale della società non razziale”.
Le politiche di Black Economic Empowerment privano tante persone, in virtù del colore della loro pelle, di opportunità professionali che meritano ed al tempo stesso sono inefficaci nell’indirizzare le disuguaglianze sociali più gravi presenti in Sudafrica. Al contrario concentrano i loro effetti solo su una piccola fascia della popolazione non bianca, quella più privilegiata dal punto di vista economico e culturale; quindi, come spesso avviene in queste casi, l’esito delle quote finisce per essere quello di favorire i “fortunati” della classe tutelata a scapito degli “svantaggiati” della classe non tutelata. Così, alla fine, quello che viene perseguito è un concetto di uguaglianza non tra gli individui, bensì solamente a livello di indicatori statistici di gruppo.

Nei fatti, i bianchi non sono più gli unici “ricchi”; nel 2007 rappresentavano solo il 43% del “primo decile” in termini di reddito. Per di più, all’interno della stessa comunità bianca ci sono forti livelli di disuguaglianza, con una parte della popolazione che si trova in condizioni relativamente povere – tanto che secondo Statistics South Africa ci sono circa nove milioni di non bianchi che stanno meglio, in termini di reddito e di educazione, rispetto a più di un milione di bianchi.

E’ sempre più evidente, del resto, come la razza non rappresenti l’unico fattore correlato al livello di benessere economico; ve ne sono altri che pure sono molto rilevanti, tra i quali, ad esempio, il fatto di vivere in città o in una zona rurale o il fatto di essere cresciuti in una famiglia con un solo genitore o in una famiglia con due genitori.

Poi, sugli squilibri nel paese incide pesantemente lo stato penoso del sistema educativo che penalizza le opportunità future di tanti sudafricani, oltre che in generale la situazione di insufficiente crescita economica che induce livelli insostenibili di disoccupazione. Anzi, secondo l’ex presidente, la principale linea di diseguaglianza nel Sudafrica di oggi non è più quella che separa bianchi e neri, ma quella che separa “i lavoratori impiegati e sindacalizzati da una parte” ed il “40% dei cittadini che sono disoccupati dall’altra”.

In definitiva F.W. De Klerk non ha dubbi. Occorre abbandonare le politiche su base razziale e promuovere un sistema di welfare e di sviluppo sociale che ponga al centro gli individui e non le appartenenze etniche e che si concentri a livello generale sulle situazioni di relativo svantaggio.
Servono, quindi, politiche “non razziali” che puntino, tra le altre cose, a rafforzare il sistema scolastico, a sostenere la bigenitorialità, a rendere più flessibile il mercato del lavoro ed a promuovere il merito a tutti i livelli. Su simili linee guida è possibile veramente aggredire le profonde differenze economiche del paese.

Un’agenda impossibile per il Sudafrica? “Basta tornare indietro con la mente al 1994, per renderci conto di come noi sudafricani siamo specializzati nel realizzare l’impossibile” – conclude convinto l’anziano leader.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “De Klerk e la sfida di un Sudafrica davvero non razziale”

  1. Annalisa scrive:

    L’informazione mancante nell’articolo è che le normative BEE non si applicano alle piccole e medie imprese (anche se un buon indice di diversità nella compagine societaria garantisce del punteggio qualora la ditta partecipasse a gare d’appalto per l’ente pubblico). E’ un obbligo, invece, per le grandi aziende. Per d più, sebbene spesso letta come una normativa che ruota intorno all’appartenenza razziale, la legge parla di “categorie precedentemente svantaggiate”, in cui rientrano anche le donne, bianche e non. I politici che l’hanno promossa hanno anche sempre detto chiaramente che non si aspettavano che divenisse un tratto permanente della legislazione sudafricana, ma che lo ritenevano un “male necessario” per accelerare il percorso di riequilibrio del gap sociale. Lo slogan “promuovere il merito a tutti i livelli” non tiene conto del fatto che il privilegio ha una storia, come anche lo svantaggio: se fino 20 anni fa i non bianchi non avevano accesso allo stesso livello di istruzione dei bianchi (e in gran parte continuano a non averlo nemmeno ora) non possiamo certo parlare di confronto sullo stesso livello, e il merito individuale non può essere valutato con lo stesso metro.

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