di CARMELO PALMA – E’ vero che ieri il Tribunale dell’Aquila non ha condannato i componenti della Commissione Grandi Rischi per non avere previsto il terremoto annunciato dallo sciame sismico né per avere escluso che il disastro, che poi ha avuto luogo, avrebbe potuto verificarsi.

La colpa che ha guadagnato loro una condanna da pirati della strada è di avere rassicurato una popolazione terrorizzata, che dal terrore avrebbe, col senno del poi, tratto preventivo rimedio (abbandonando le case, accampandosi in strada, sfollando disordinatamente…) e che, rassicurata, ha invece atteso la sciagura intrappolata in costruzioni precarie e tutt’altro che anti-sismiche. Questo a prescindere dai verbali tutt’altro che imprudenti della Commissione ma all’interno di un contesto in cui la comunicazione – quelle ufficiale e governativa e quella giornalistica e (in teoria) professionale – tentava forzosamente di diffondere un senso di normalità.
E’ una sentenza tanto scontata nei suoi esiti quanto conforme alle premesse ideologiche e alle aspettative extragiudiziarie del suo “pubblico”, che non poteva essere deluso, né tradito da una pronuncia condiscendente. I morti ammazzati più da una politica negligente che da un terremoto irresistibile sono così stati vendicati, aggiungendo però ingiustizia a ingiustizia.

La storica sottovalutazione del rischio sismico, che ha reso l’Abruzzo indifeso di fronte al sisma, ha anche reso, dopo il disastro, indifendibili gli esperti della Commissione e compromesso il discorso scientifico con quello politico, autorizzando il Tribunale a una sentenza “esemplare”. Che condanna i sismologi per non avere suggerito misure di prevenzione più efficienti, non i politici per non averle predisposte. Che scarica su di un organo consultivo i ritardi e le compromissioni degli organi di governo. Che censura non i rapporti formali della Commissione, ma le parole in libertà che alcuni suoi esponenti hanno aggiunto alle troppe e troppo tranquillizzanti che confusamente circolavano, accanto a quelle confusamente allarmistiche.

E’ fin troppo evidente che questa sentenza farà della sismologia, come di ogni scienza chiamata a pronunciarsi su base probabilistica, e quindi incerta, un interlocutore muto ai tavoli della politica. Le esigenze di auto-tutela più che i limiti imposti dallo statuto del discorso scientifico suggeriranno una prudenza conformistica e convenzionale. “Non possiamo dire nulla di certo e quindi non dobbiamo dire nulla”. Così si eviterà di arrischiare un’analisi “approssimativa, generica e inefficace” e di fornire “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie” a chi spera che la scienza dispensi il responso dell’oracolo.