– Notizie di questi giorni ci invitano a riflettere sulla situazione di due paesi dell’America Latina che, in modi diversi, stanno seguendo ricette economiche e politiche proprie, non certo in linea con le dottrine del liberismo economico, caratterizzate da un forte interventismo statale e da un consenso dopato da un nazionalismo populista. Venezuela e Argentina vogliono emanciparsi da Stati Uniti & Co., per proporsi come modello da replicare negli altri paesi dell’area. Ma forti contraddizioni minano alla base il loro modello di sviluppo.

In Venezuela, dieci giorni fa Hugo Chavez è stato eletto presidente per la quarta volta, lasciando però spiragli di buoni auspici futuri per l’opposizione. Infatti il 54% dei voti rappresenta il risultato più basso mai ottenuto dal lìder bolivariano e, nonostante il controllo assoluto della potentissima macchina di risorse e media governativi, le forze di opposizione hanno raggiunto il miglior risultato di sempre. Qualcosa quindi sta cambiando, e il chavismo sembra stia perdendo la spinta propulsiva dei primi anni.

L’economia venezuelana è strettamente dipendente dal petrolio, che rappresenta il 95 percento delle esportazioni, a scapito dello sviluppo degli altri settori produttivi. Non a caso l’entrata del Venezuela nel Mercosur lo scorso luglio, salutata da Chavez come un grande successo per il ritrovato sostegno di  Brasile, Argentina e Uruguay, preoccupa la debole industria venezuelana che teme di non reggere la concorrenza dei vicini.

Gli introiti petroliferi sono stati utilizzati in programmi sociali per migliorare le condizioni degli strati più poveri della popolazione, riscuotendo anche un soddisfacente successo. Dati delle varie organizzazioni internazionali e ONG – non certo sospettabili di essere di parte – parlano di disuguaglianza diminuita, Pil pro capite aumentato, analfabetismo eliminato, disoccupazione e mortalità infantile in calo. Tali programmi sociali hanno creato un ceto sicuramente meno povero, ma non autonomo e dipendente dallo stato, legato a filo doppio alle sorti del protettore Hugo Chavez sopra il corso del petrolio. Non è un caso, quindi, che l’entità delle spese sociali sia in via di diminuzione insieme alle entrate derivanti dal greggio, conseguenza della prolungata crisi mondiale (abbassamento del prezzo del petrolio e della domanda). Inoltre i petroldollari non sono stati impiegati per sviluppare il sistema produttivo nella sua generalità e nemmeno le infrastrutture, che rimangono arretrate.

Restano poi irrisolti i problemi dell’alta inflazione e dell’insicurezza, con un media di 67 omicidi ogni centomila abitanti nel 2011.

I “successi” economici del chavismo, quindi, possono essere definiti relativi. Essi non sono avvenuti in modo armonico ed equilibrato, hanno messo toppe su alcuni problemi, lasciandone scoperti altri.  Per non parlare dell’indebolimento dello stato democratico e di diritto, a cui sono anteposti il carisma del presidente, dal 2009 senza limiti alla rielezione, e la realizzazione del programma dal forte connotato ideologico.

Stanno passando, invece, in sordina le ripetute restrizioni dell’Argentina ai flussi commerciali. Essi suscitano meno clamore della nazionalizzazione delle compagnie petrolifere o delle periodiche minacce alle Isole Falkland, ma ugualmente testimoniano una deriva autarchica poco lungimirante della presidenta Kirchner.

Nell’ultimo periodo le “licenze non automatiche all’importazione” sono state estese a nuovi prodotti manifatturieri (circa 4.000). Esse comportano tempi molto lunghi per l’importazione nel paese di prodotti stranieri, e spesso il diniego dell’autorizzazione. È stata anche introdotta una “dichiarazione giurata anticipata di esportazione” con cui le imprese importatrici dichiarano che esporteranno merce argentina per l’equivalente di quanto importato. Ciò sta creando difficoltà facilmente immaginabili per le imprese estere esportatrici e per le nazionali importatrici, ma non solo.

Conseguenze  negative si prospettano anche per l’economia argentina più in generale. Infatti si sta innestando un ciclo perverso per cui alla produzione nazionale vengono a mancare alcuni degli input di provenienza estera, la domanda interna viene depressa dall’aumento dei prezzi proprio per la scarsità di alcuni prodotti e per l’inadeguata qualità dei corrispondenti  “made in Argentina”.

Sempre più imprese estere sono scoraggiate dall’investire in Argentina per l’instabilità del quadro regolatorio che limita la libertà imprenditoriale.

La solidità del governo è messa in discussione anche dagli scioperi per gli aumenti salariali e dalla crescente inflazione.

Questi due esempi dimostrano che l’America Latina, nonostante le potenzialità innegabili, non coincide ancora né con l’Eldorado degli investimenti esteri né tantomeno con il paradigma di nuovi modelli di sviluppo, come certa vulgata terzomondista di casa nostra spesso tenta di sostenere.