di PIERCAMILLO FALASCA e MARIANNA MASCIOLETTI – Toc toc. Buongiorno. Salve. Siamo… no, signora, non vendiamo aspirapolvere. No, niente opuscoli religiosi e versetti biblici, non tema, se non marginalmente. Manzoni, sì, ma mai dopo le sette di sera. Sì, forse scocciamo un po’, ma non siamo i soliti scocciatori. Siamo la “maggioranza silenziosa” che non si rassegna ad essere tenuta in ostaggio dalla minoranza casinara di turno.

Siamo, solo e semplicemente, persone che vorrebbero parlare di politica. Possibilmente senza essere linciate, se non è troppo disturbo.
Siamo persone che non si rassegnano al declino, che non riescono proprio ad essere “felici” di questa decrescita forzata, che vogliono, ancora, come tanti altri prima di loro, lavorare per cambiare le cose.
Abbiamo l’ambizione, folle ma necessaria, di rinnovare un Paese allergico al rinnovamento, di scambiare i privilegi di pochi coi diritti e la dignità di tutti. E non cominciamo coi “Ma chi ve l’ha chiesto?”, ce lo siamo chiesti da soli, basta e avanza.
Viviamo in un periodo storico in cui la parola all’ordine del giorno sembra essere “fallimento”.
Sono falliti, o stanno fallendo, o sono a rischio di fallimento, comuni, province, regioni, stati interi, istituzioni che hanno rifiutato il cambiamento e oggi risultano tragicamente inadeguate alla contemporaneità.
Seguendo da vicino le sue fallite istituzioni, è fallita la Seconda Repubblica, iniziata come un periodo in cui si voleva scardinare tutto e finita a stracci volanti peggio della prima.
E’ fallita la retorica con cui, per tanto tempo, la politica codarda ci ha raccontato la realtà come se fosse più facile e meno costosa di quella che era; stanno fallendo i partiti che quella retorica hanno alimentato, ridotti quasi tutti a bande leaderistiche il cui destino e le cui posizioni sono inscindibili dalla biografia del capo.

Non ci illudiamo certo di essere dei geni, ma appunto, non ci voleva un genio a capire che stavamo andando verso il baratro: abbiamo provato con tutte le forze, per anni, quando ancora si diceva che la crisi fosse “solo psicologica”, a gridare che bisognava invertire la marcia, riformare, innovare, crescere, ma, come negli incubi, le grida erano sempre troppo deboli, le persone intorno sempre troppo indifferenti o ostili per rispondere.
Siccome, però, non siamo più di tanto affezionati al personaggio di Cassandra, se continuiamo a dire, scrivere, diffondere quello che pensiamo non è per autolesionismo, ma perché crediamo che valga la pena ascoltarlo.

Oggi, l’unica cosa saggia da fare è quella che in Italia si è evitata come la peste per decenni: osare.
Quelle che stiamo pagando sono le conseguenze del non averlo fatto quando era una scelta possibile; adesso è diventato una scelta obbligata, ma molti sembrano non essersene ancora resi conto.

Molti sembrano pensare che “rinnovamento” significhi far entrare nella stanza dei bottoni un’altra piccola pattuglia di cooptati e continuare esattamente come prima, molti altri invece pensano che per innovare bene davvero si debba cominciare, sobriamente, col mandare a morte chiunque abbia mai avuto la sfortuna di fare politica a qualunque livello, ché se er popolo non sente odore di esecuzioni sommarie non si entusiasma.
Pochi sembrano aver capito che, invece, il rinnovamento è innanzitutto un rinnovamento di idee, di mentalità, di schemi di pensiero, e deve partire con una spinta positiva, cercando di risalire tutti insieme, non come un “si salvi chi può” in cui ognuno tenta di buttare giù gli altri per mantenere la propria posizione di (piccolo o grande) privilegio.

Per rinnovare quello che sta intorno a noi, dobbiamo cercare prima, con tutta l’umiltà possibile, di rinnovare il modo in cui pensiamo a noi stessi e alla nostra realtà; per far avvenire un cambiamento bisogna che prima cominciamo a sognarlo, poi a prefigurarlo, poi a progettarlo, poi a lavorare per renderlo possibile. Nessuno raccoglierà i nostri cahier de doléances e cambierà le cose come vorremmo noi tanto per farci un piacere.

Mentre c’è chi strilla, chi urla, chi minaccia, chi insulta, chiunque voglia davvero innovare deve fare, a sé e alle sue idee, il favore di andare avanti senza lasciarsi trascinare dai toni da sceneggiata delle minoranze chiassose. Deve avere ben presente dove vuole arrivare e perseguire il suo scopo, senza dare ascolto a quelli che nel sistema che oggi vorrebbero distruggere sono stati comodissimi fino all’altro ieri, e adesso vogliono fare la rivoluzione solo perché si sono ritrovati, a vario titolo, buttati fuori, o perché vogliono semplicemente entrare nel prossimo valzer di poltrone (storia già vista, e finita male: sulle macerie, ripetiamo, regnano solo gli sciacalli).

Siamo convinti di potercela fare perché sappiamo che, parafrasando quel che scrive bene Massimo Gramellini, noi che preferiamo il metodo scientifico al complottismo, noi che cerchiamo di fare del nostro meglio senza chiedere niente a nessuno, noi che vorremmo poter vivere liberamente in Italia senza dipendere da burocrazia e intoccabili, beh, noi siamo di più.
Siamo una maggioranza che si è stufata di restare silenziosa, e che aspetta solo un segnale di incoraggiamento per aggregarsi e far sentire la propria voce; siamo quelli (e siamo tanti) che, senza linciare nessuno, ma con rispetto per tutti, vogliono contribuire con il loro “mattoncino” alla ripresa economica, civile e morale di questo sventurato Paese.

In fondo, come cantava il poeta della generazione a cui i nostri contributi stanno pagando la pensione, “When you got nothing, you got nothing to lose“. Molti, a capire che rischiamo davvero di non avere (più) niente, ci stanno arrivando; speriamo di convincerli, presto e bene, che l’Italia ad innovare non ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare.

(su questa traccia, questa mattina, Piercamillo Falasca, uno degli autori di questo articolo, interverrà al Teatro Quirino di Roma ad un incontro pubblico coi promotori di Fermare il Declino a nome dell’associazione Zero+)