– Ultimamente il continente europeo sembra giunto ad una fase storica cruciale, nel quale la crisi economica che stiamo vivendo comincia a mettere in crisi equilibri istituzionali che si erano mantenuti immutati per decenni, fino a sfidare per molti versi il concetto consolidato di statualità e di sovranità.

Se da un lato sono in molti ad invocare che i vecchi stati nazionali siano superati dall’alto, attraverso un conferimento sempre maggiore di competenze ad un livello di potere europeo, dall’altro stiamo assistendo all’emergere di un vento secessionista in molte aree di Europa.
E’ di questi giorni la notizia che il governo britannico ed il governo scozzese hanno concordato i termini di un referendum da tenersi nel 2014 per l’indipendenza della Scozia che dunque viene a risultare la prima regione dell’Europa occidentale a cui viene riconosciuto un pieno diritto ad autodeterminarsi, fino a recidere i legami con lo Stato di cui oggi è parte.

Solo poche settimane fa invece, l’11 settembre, due milioni di catalani (su sette milioni!) sono scesi in piazza a Barcellona, in una manifestazione oceanica, per chiedere la secessione della Catalogna dalla Spagna. Il presidente catalano Artur Màs ha deciso di sciogliere il parlamento regionale e di convocare elezioni anticipate che si terranno in novembre e nelle quali chiederà (e verosimilmente otterrà) un pieno mandato popolare per guidare la Catalogna all’indipendenza.
Si trova un passo indietro, invece, l’indipendentismo fiammingo, imbrigliato nel farraginoso sistema istituzionale belga. Tuttavia i nazionalisti di Bart De Wever sono diventati ormai il primo partito delle Fiandre e proprio in questi giorni hanno dato un’impressionante prova di forza alle amministrative, conquistando per la prima volta la città di Anversa.

La Catalogna, la Scozia e le Fiandre rappresentano le storie di successo di un “indipendentismo tranquillo”, di un separatismo che sceglie di collocarsi solidamente nel mainstream politico della democrazia occidentale, piuttosto che marginalizzarsi su sponde ideologiche minoritarie e poco presentabili.

Lontani dai toni sgangherati e xenofobi che tanti danni hanno fatto al “nostro” leghismo, i nazionalisti catalani di Convergencia i Unio, ad esempio, sono una coalizione di liberali e di democristiani, affiliati a livello europeo all’ELDR ed al PPE. I nazionalisti scozzesi dello Scottish National Party sono sostanzialmente dei socialdemocratici e con il loro leader Alex Salmond hanno convinto gli elettori grazie ad una linea fortemente pragmatica. Nelle Fiandre, invece, la Nuova Alleanza Fiamminga, di ispirazione liberalconservatrice, ha assunto una guida indiscussa del nazionalismo, relegando in posizione ormai molto laterale l’ultradestra del Vlaams Belang.

Dunque catalani, scozzesi e fiamminghi provano a delineare un indipendentismo lontano dalle estreme, per certi versi un “nazionalismo di centro”, praticabile e moderato, ma proprio per questo più efficace rispetto all’obiettivo di fondo.

Va detto che la questione posta dalle tendenze secessioniste è particolarmente significativa, in quanto ci sono buone ragioni per ritenere che attorno all’asse centralizzazione-decentralizzazione si articoli una delle dimensioni più rilevanti della politica dei nostri giorni – probabilmente prevalente rispetto alle classiche polarità destra-sinistra ed in certi casi persino rispetto alla cultura di fondo di un paese.
E nei fatti la bilancia sembra pendere decisamente a favore degli Stati di dimensione piccola, che quasi sempre risultano allo stesso tempo più ricchi e più economicamente liberi rispetto agli stati grandi.

Le statistiche parlano chiaro. I primi 13 stati europei per PIL pro-capite sono tutti stati “piccoli”, mentre gli stati “grandi” dell’occidente (Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna) si collocano tutti indietro. Inoltre gli stati piccoli se la passano, in generale, meglio per quanto riguarda tutte le libertà di mercato, come si evince da rapporti quale l’Index for Economic Freedom e Economic Freedom of the World.

In fin dei conti, la globalizzazione economica fa sì che la dimensione dei mercati non sia vincolata dai confini nazionali e così i paesi piccoli si trovano a beneficiare di mercati ampi senza dover scontare le inefficienze intrinseche a Stati grandi dimensioni. In effetti all’interno di Stati grossi, specie se disomogenei, aumenta il ruolo della mediazione politica e si accresce conseguentemente la spesa assistenziale come strumento di composizione dei conflitti e dei sindacalismi territoriali.

Se appare evidente che gli Stati piccoli che già ci sono funzionano bene, è legittimo chiedersi se questo potrebbe valere anche per nuovi paesi che nascessero dalla rottura di un paese più grande, oppure se la frattura istituzionale determinerebbe in questo caso anche una profonda compromissione delle relazioni economiche e culturali.

Il rischio di “contraccolpi” di questo tipo in effetti non è nullo e la cosa nella pratica è anche utilizzata come uno “spauracchio” nei confronti dell’indipendentismo.
E’ realistico, ad esempio, che alcune aziende catalane possano avere più difficoltà ad operare in Spagna, se la Catalogna divenisse indipedente, e che un certo numero di consumatori spagnoli possa decidere di boicottare i prodotti catalani.

E’ difficile giudicare quanto questi timori siano realistici, in assenza di veri precedenti ai quali appoggiarsi – troppo distanti dal punto del quadro economico erano le secessioni verificatesi negli anni ’90 nell’Europa dell’Est.
Per il think-tank liberale catalano Fundacio CatDem l’impatto di un boicottaggio commerciale sulla Catalogna potrebbe essere ragionevolmente limitato, con tutta probabilità inferiore al beneficio che la secessione porterebbe ai catalani sul piano fiscale, e pertanto tale rischio non dovrebbe essere ritenuto un elemento discriminante rispetto alla decisione di abbandonare Madrid.

D’altronde per la Spagna la scelta di intraprendere politicamente sanzioni nei confronti di una Catalogna indipendente, da limitazioni commerciali fino al veto all’accesso a pieno titolo all’Unione Europea, potrebbe rivelarsi autolesionistica, non solamente perché quando si interrompono politicamente delle relazioni commerciali a farsi male sono entrambe le parti, ma anche perché a Barcellona certo non mancherebbero margini per eventuali “ritorsioni” politiche – basti pensare alla possibilità di far pesare sul piano negoziale lo “status” della lingua spagnola in Catalogna.

Certamente la partita che si aprirà da quelle parti si annuncia complicata.
Se gli scozzesi hanno già concordato con il governo di Londra i termini di un percorso istituzionale verso la piena indipendenza nazionale, i catalani si stanno muovendo in mare aperto, in assenza di dispositivi istituzionali che regolino la loro fuoriuscita dalla Spagna.
Se, dopo le elezioni del 25 novembre, la Catalogna chiederà ufficialmente a Madrid di diventare indipendente nessuno può sapere esattamente quello che succederà, ma quello che è certo è che se tale secessione avrà successo stabilirà in modo più generale un fondamentale precedente di risoluzione pacifica del vincolo nazionale che potrà poi creare la cornice di regole attraverso le quali ulteriori regioni europee potrebbero nei prossimi anni accedere alla sovranità.

Non è escluso che andremo ad assistere ad un confronto istituzionale duro, ma la sensazione è che nessuno possa avere interesse a farlo degenerare verso esiti incompatibili con gli standard di civiltà ai quali siamo abituati in Occidente e che le “forze tranquille” che vediamo in campo siano in grado di governare questo processo complicato in modo non troppo accidentato.