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Le regole per le primarie del centro sinistra riguardano tutti

– Chi aveva salutato le primarie per selezionare il candidato premier della coalizione di centro-sinistra come un positivo tentativo di allargare la partecipazione dei cittadini alla politica nazionale ha visto raffreddare il proprio entusiasmo con i primi accenni alle regole che avrebbero dovuto ordinare l’esercizio di voto.

In assenza di una legge che regolamenti la partecipazione alle primarie, i partiti che compongono quella coalizione hanno di fatti avviato un legittimo processo di autoregolamentazione finalizzato a stabilirne i requisiti sia di voto attivo che passivo, le tornate elettorali ed il quorum per stabilire il candidato vincitore.
Il contenuto delle regole, al momento ancora declinate a livello di principi e di direttive di massima, permette di svolgere alcune considerazioni critiche sia nel merito sia rispetto ad argomentazioni utilizzate come presupposto per procedere ad una regolamentazione.
Per procedere con ordine è necessario muovere dal secondo aspetto.
Dai dirigenti del Partito democratico si è detto che una regolamentazione delle primarie, e segnatamente la previsione di meccanismi di registrazione in elenchi degli elettori del centrosinistra e dichiarazioni di sostegno della coalizione, avrebbe l’effetto positivo di dare ordine alla procedura, evitarne forme d’inquinamento e quindi garantirne la certezza dell’esito, imitando così l’esperienza già collaudata in altri paesi come gli Stati Uniti.

Spesso, quando parliamo di modelli stranieri, li evochiamo senza conoscerne non solo i dettagli ma neanche le caratteristiche principali, ignorando le ragioni storiche ed istituzionali della loro emersione. Ciò si ripete anche nel caso delle regole per le primarie del centrosinistra.
Il richiamare infatti l’esempio degli Stati Uniti può facilmente tradursi in un argomento fuorviante ed a tratti strumentale.

Fuorviante in quanto non esiste un solo modello in quel Paese ma una eterogeneità di procedure di voto alle primarie in quanto materia che rientra nella competenza dei singoli stati, che, negli anni, si sono coagulati intorno ad alcune tipologie di partecipazione elettorale.
Strumentale perché l’iscrizione a registri così come l’affiliazione ai partiti, da dichiarare al momento del voto o anche prima, possono essere spiegate nella storia delle procedure di voto di quel paese e delle sue peculiarità istituzionali come presupposto per partecipare anche alle elezioni federali, statali e locali (e non solo quindi alle consultazioni che le precedono), e quindi non sono esportabili d’emblée ad altre esperienze.

Ma vi sono ragioni ulteriori che spiegano perché, in quel sistema, la partecipazione al voto nelle primarie e nelle ordinarie tornate elettorali preveda una procedura così macchinosa. Nella storia delle elezioni americane, sia a livello federale che statale o locale, sono stati frequenti, e molto gravi, i casi di inquinamento del voto e di voto di scambio, una prassi favorita dal fatto che quel sistema non conosce un criterio omogeneo, tra stati, di identificazione e localizzazione dei cittadini americani, per intenderci paragonabile al nostro stato civile. Da qui quindi la necessità che, essendo incerti i meccanismi identificativi della persona, il diritto di voto sia esercitabile solo adempiendo alla condizione di iscriversi in un registro di elettori, un meccanismo spesso indicato per spiegare le basse percentuali di partecipazione alle urne che caratterizzano quel sistema.

Sono quindi le caratteristiche e le ragioni su cui si fonda quel sistema di partecipazione a dare sostanza al dubbio di strumentalità circa il suo utilizzo come modello da seguire. Del resto, ci si può facilmente chiedere quali siano i rischi concreti che si vogliono evitare nel prevedere una forma aggravata di partecipazione alle primarie in un sistema, come quello italiano, che prevede un meccanismo di accertamento pubblico della cittadinanza e della residenza e la consegna della tessera elettorale al compimento dell’età richiesta per esercitare il voto.

Ma a fianco di queste perplessità, che insistono nella latente convinzione che primarie auspicate come aperte si stiano tramutando in una consultazione “governata” delle opinioni di un elettorato organicamente riconducibile ai partiti della coalizione che le indice, vi sono dubbi di legittimità dell’intera procedura che destano maggiori preoccupazioni.
Pur non essendo disciplinato da una legge, il sistema di partecipazione al voto alle primarie di una coalizione o di un partito, per quanto possa essere autoregolamentato, non si sottrae al dovere di rispettare alcuni principi costituzionali e di legge vigenti in materie messe in esponente da questa vicenda.

Il voto alle primarie può essere più generalmente indicato come un momento della manifestazione del pensiero, con la conseguenza di doversi interrogare se una pre-registrazione così come la sottoscrizione di dichiarazioni di impegno a sostenere la coalizione ed il conseguente inserimento in elenchi pubblici siano condizioni legittime o meno rispetto all’esercizio di questa libertà.

Si afferma, ma anche qui con molta approssimazione nella scelta del linguaggio, che se un partito o una coalizione cede la sua sovranità per aprirsi alla partecipazione dei cittadini facendoli concorrere alla selezione di un candidato è legittimo chiedere l’identità di chi partecipa.
Al di là dell’uso improprio del concetto di sovranità in questo ambito, quasi che un partito fosse in possesso di un potere di origine divina non sindacabile dall’esterno, è, questa, un’affermazione che si potrebbe anche condividere nella misura in cui ci si fermi a chiedere l’identità degli elettori che si presentano al seggio.

Si smette, al contrario, di condividerenel momento in cui si ha intenzione, come annunciato dagli organizzatori, di chiedere a quello stesso elettore un impegno, quasi una dichiarazione di fede, a sostenere la coalizione qualunque sia l’esito del voto delle primarie e quali siano le scelte politiche che il candidato vincitore andrà a fare nel futuro.

E’ evidente qui la illegittimità dello “scambio” nel momento in cui la sottoscrizione di questo impegno è posta come condizione stessa per poter manifestare il proprio voto.

Dichiarazione di impegno e relativa redazione di elenchi pubblici sollevano preoccupazioni anche se guardati da un’altra prospettiva.
Queste procedure si traducono in una gigantesca raccolta di dati sull’orientamento privato della persona, dati che la legge definisce “sensibili” in quanto la espongono al rischio di subire trattamenti discriminatori qualora venissero diffusi pubblicamente. Rispetto allo scongiurare questo rischio l’autoregolamentazione dei partiti appare insufficiente: la raccolta di questi dati non può semplicemente giustificarsi con la manifestazione di un consenso scritto dell’elettore in quanto la legge richiede l’intervento del Garante per la privacy circa le modalità della raccolta, conservazione ed utilizzo dei dati.

Colpisce che una proposta di questo tipo venga dall’ambiente del Partito democratico, cui dovrebbe essere noto che la tutela della riservatezza ha conosciuto, nel nostro ordinamento, le prime forme di manifestazione positiva nel diritto del lavoro al fine di sottrarre il lavoratore al rischio di subire discriminazioni in ragione del proprio orientamento politico e sindacale.

Già solo questo dato di esperienza è sufficiente per capire come il tema delle regole primarie del centrosinistra non riguarda solo la democrazia all’interno di una coalizione ma investe centralmente questioni connesse alla civiltà ed al buon senso. Riguarda quindi tutti noi.

Twitter @fausto_cag


Autore: Fausto Caggia

Fausto Caggìa è ricercatore di Diritto privato comparato dell’Università di Enna “Kore”; è stato visiting scholar presso la Yale Law School di New Haven (Usa); Stipendiat del Max Planck Institut für ausländisches und internationales Privatrecht di Amburgo; ha soggiornato per periodi di ricerca presso l’Università di Heidelberg; è autore di saggi ed articoli in materia di diritto delle persone, della famiglia e della società multiculturale in prospettiva comparatistica. È da qualche anno che non si occupa più di politica ma la politica continua ad occuparsi di lui.

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