Il problema di D’Alema non è Renzi, ma il PD

di CARMELO PALMA – D’Alema ha detto che se vince, non si candida, ma se perde invece sì. Cioè che è disposto a sdegnare la vittoria, ma non ad accettare la sconfitta. Noi non siamo cultori di Sun Tzu e forse ci sfugge  la profonda razionalità bellica di quella sorta di omicidio-suicidio (un genere che va per la maggiore, nella politica italiana), che D’Alema minaccia per persuadere gli elettori democratici a respingere le lusinghe di Renzi.

A prima vista, però, ci sembra che Gori per “sceneggiare” il racconto delle primarie non avrebbe potuto trovare di meglio della resistenza di D’Alema, che somiglia per troppi versi a quella di Formigoni per non sembrare altrettanto perdente, non orgogliosa, ma narcisistica, non strategica, ma nichilista. D’Alema ha sempre detto che il capotavola è dove si siede lui. Se salta il posto, salta il tavolo. Se salta lui, salta il partito. Lo ha detto in modo così esplicito e peraltro prevedibile che a sorprendere è l’evidente assenza, nel campo bersaniano, di una exit strategy da questo abbraccio mortale in cui il D’Alema continua a stringere il “suo” candidato.

È D’Alema assai più di Renzi ad avere trasformato le primarie in un’opera dei pupi, in una fiera delle vanità e degli eroismi personali, in una questione privata risolta a colpi di durlindana. D’Alema, che come molti ex comunisti pensa che le sole questioni di sostanza siano quelle di potere, ha spoliticizzato la tenzone, più di quanto abbia fatto – ed è tutto dire – l’inclinazione anti-politica di Renzi e la sua paraculaggine giovanilista. Così la sfida tra Vendola, Bersani e Renzi diventa un duello d’onore tra i galletti del pollaio progressista, quando invece è (per fortuna) anche altro e riflette una discussione viva e decisamente appassionante per il cosiddetto popolo della sinistra.

La cosa, per quanto nefasta, è perfino comprensibile. D’Alema detesta il Pd, le sue logiche liquide e competitive, il suo imprinting veltroniano, la sua “superficialità” americana. E detesta in Renzi il figlio (forse degenere, ma comunque legittimo) di quel pensiero debole che ha fatto del Pd l’unico partito se non forte, almeno esistente della politica italiana. Già l’esistenza del Pd è una sconfitta per D’Alema. Che però possa esistere prescindendo da lui e dalla sua gente è un’ingiuria intollerabile.

Twitter: @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Il problema di D’Alema non è Renzi, ma il PD”

  1. Giorgio Frabetti scrive:

    Forse, Carmelo, il partito liquido e competitivo non è mai nato; forse sopravvalutiamo l’imprinting veltroniano. Forse scambiamo l’apparenza di dinamismo e competizione per doroteismo e lotta di correnti stile-vecchia DC. Questo credo sia un precedente più illuminante per comprendere che cos’è il PD di Veltroni ieri e di Bersani oggi, una federazione di correnti. Ricordiamo le camarille tra De Mita, Scotti, Forlani, Gava? Siamo a quel livello lì. Anche la DC ha avuto la sua stagione “rottamatrice” con i “cento” (elezioni 1976) che alla fine furono “usati” dalla nomenklatura Moro-Zaccagnini per far “piegare la testa” ai dorotei Rumor, Piccoli etc., rendendoli docili alla Segreteria. Bersani a mio parere sta usando Renzi allo stesso modo: per spuntare le unghie ai notabili PD come d’Alema, riducendone il potenziale divisorio, ma assimilandolo ai suoi disegni. E dal “Fatto” di oggi emerge che d’Alema, che ha il dente avvelenato contro Renzi, ha dichiarato che si impegnerà più di prima a sostegno di Bersani … Forse alla fine, come dice Totò, è “la somma che fa il totale”!

  2. lodovico scrive:

    Il problema del F.L.I non è………ma il F.L.I.
    Non si eliminano i problemi guardando le case altrui,specie quando si critica.

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