Sugli “stipendi d’oro” la Consulta non blocca il risanamento, ma i pasticci del legislatore

Lo scorso 8 ottobre la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime alcune misure varate con la manovra di finanza pubblica dell’estate 2010. Tra quelle censurate sono ricomprese la riduzione del trattamento economico dei dipendenti pubblici per la parte eccedente i 90 mila euro e gli interventi sulla dinamica retributiva dei magistrati. Dopo la pubblicazione della sentenza si sono diffusi pareri molto critici.

Vi è stato chi ha esibito indignazione di fronte a una Corte che dichiara incostituzionali i tagli a stipendi da nababbi e nulla dice sui sacrifici accollati agli altri cittadini. Altri hanno sottolineato il conflitto d’interessi insito nel fatto che dei giudici siano chiamati a decidere sul trattamento degli appartenenti alla magistratura. Altri, infine, hanno posto l’accento sul fatto che la Costituzione di fatto stia limitando il processo di consolidamento dei conti pubblici, senza però chiarire del tutto se a loro giudizio l’ammodernamento del Paese debba passare anche attraverso una revisione della Carta o al di fuori (o contro?) la stessa. Può darsi il caso che l’opinione pubblica, stressata dalle conseguenze della crisi economica, abbia sviluppato negli ultimi tempi l’attitudine a esprimere giudizi netti sulla base di considerazioni emozionali, senza molto concedere a un’analisi più serena dell’evidenza.

Per quanto riguarda la riduzione del trattamento economico dei dipendenti pubblici, la Corte evidenzia la presenza di tutti gli elementi necessari per poter configurare la natura tributaria di un determinato intervento. Si tratta infatti di una decurtazione patrimoniale stabilita in via autoritativa, collegata al reddito da lavoro nel complesso conseguito dal dipendente pubblico, con il fine di concorrere alla sostenibilità della spesa pubblica. La Corte prosegue facendo notare che non può trattarsi di una modifica, ancorché unilaterale, del contratto di lavoro visto che lo Stato non era parte contraente di alcune tipologie di accordi (degli enti locali ad esempio), che pur sono soggette alla decurtazione. Il provvedimento varato nel 2010, quindi, non rappresenta una mera riduzione delle retribuzioni, ma un’imposta speciale a carico dei soli dipendenti pubblici. Imposta non coerente col principio di uguaglianza visto che determina una discriminazione ingiusta nei confronti dei dipendenti pubblici incisi dal provvedimento.

La Corte, peraltro, fornisce molteplici riferimenti a sentenze su casi analoghi pubblicate negli anni passati. Di sicuro interesse risulta la citazione di alcune delle principali conclusioni di una sentenza del 1997, relativa alle misure di finanza pubblica della manovra monstre del settembre 1992. In quell’occasione la Corte stabilì che sacrifici particolarmente onerosi per le varie categorie possono essere imposti a condizione che essi siano eccezionali, temporanei, non arbitrari e coerenti con l’obiettivo di un consolidamento a breve dei conti pubblici.

Questi parametri di riferimento sono anche alla base dell’analisi svolta relativamente al trattamento economico dei magistrati. Su questo aspetto specifico la Corte richiama una sentenza del 1978 secondo cui l’indipendenza della magistratura si consegue anche con la predisposizione di idonee garanzie sul versante economico. Per dare seguito a questo principio, nel 1981 è adottato un sistema che consente ai magistrati di beneficiare, in maniera automatica e con qualche anno di ritardo, degli aumenti mediamente registrati negli altri comparti del pubblico impiego. L’idea dell’automatismo è funzionale, peraltro, ad evitare che nel processo di contrattazione salariale possano emergere conflittualità che non si addicono all’ordinato rapporto tra poteri dello Stato. Accanto a queste considerazioni di carattere generale stanno altri rilevi particolari, collegati al fatto che gli effetti degli interventi si protraggono ben oltre l’orizzonte temporale triennale della manovra del 2010 e che la magistratura viene posta in una situazione di sfavore rispetto al resto del pubblico impiego sulla possibilità di recuperare in futuro una parte del potere d’acquisto perso nel triennio 2011-13.

Nel complesso si può quindi affermare che la Corte ha prodotto una sentenza che si colloca nel solco delle decisioni già prese negli anni precedenti, senza introdurre innovazioni di rilievo. La Corte, nel motivare in maniera dettagliata le proprie censure, offre al legislatore accorto le coordinate dei punti che potrebbero essere uniti con un tratto di matita per disegnare provvedimenti capaci di reggere meglio il vaglio dei giudici costituzionali, anche in tempi di crisi economica. I provvedimenti vanno valutati tenendo presente la sostanza delle norme: non basta dire che si tratta di una riduzione delle spese per evitare che sia valutata la presenza o meno dei tratti caratteristici di un tributo.

È possibile sospendere l’operare di automatismi per periodi di tempo ragionevolmente brevi; interventi duraturi vanno però varati con riforme di carattere strutturale. In casi eccezionali potrebbe ritenersi ammissibile la modifica unilaterale di alcune tipologie di contratti da parte del contraente pubblico, assicurando però una revisione degli obblighi dell’altra parte secondo ragionevolezza. Infine, i provvedimenti per non apparire arbitrari non possono proporre una ripartizione irragionevole fra categorie diverse di cittadini; questo perché se la situazione è davvero difficile è opportuno che tutti siano chiamati a dare una mano.

Interventi quali quello della Corte che stiamo commentando rappresentano un poderoso incentivo affinché sia adottata una tecnica legislativa, meno contorta e raffazzonata, capace di produrre norme rispettabili da parte dei cittadini. Infine, nel dare una valenza pratica a principi alti quali quello della capacità contributiva e dell’equilibrio tra poteri, anche in un periodo convulso quale l’attuale, la Corte mette davanti agli occhi di tutti il fatto che il rilancio del nostro Paese passa attraverso l’esercizio e la garanzia dei diritti sanciti nella Carta del 1948.

Non è la Corte che si pone di traverso sulla via del cambiamento, ma la latitanza di una buona politica; una politica che invece di nascondersi dietro l’eccezionalità delle leggi di spesa abbia il coraggio di intervenire sulle piante organiche dei dipendenti e che sappia modificare le parti economiche dei contratti. Le critiche di questi giorni, quindi, sono scoraggianti perché evidenziano che molti non hanno ben chiaro dove è necessario intervenire; e se si sceglie male dove intervenire si rischia di rendere irrilevante il dibattito sul come intervenire.


Autore: Alfredo Bardozzetti

Nato a Termoli nel 1976, laureato in Economia Politica ad Ancona con un successivo periodo di perfezionamento in ambito economico-finanziario a York. Economista, si occupa di finanza pubblica.

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