La giusta direzione. Infrastrutture materiali e non solo virtuali

– Ci sono opere che segnano l’ascesa di un popolo.
Che costituiscono non solo lo spot per dimostrare all’esterno, agli Altri, le proprie capacità realizzative, ma per mostrare a se stessi di essere pronti a raccontare una nuova storia. Opere che, attraverso uno sforzo condiviso, segnano l’avvio di una stagione migliore.

Dal Faro di Alessandria d’Egitto al ponte che collega Vladivostok all’isola Russkij. Dal faro alto 134 metri costruito sull’isola di Pharos da Tolomeo il Filadelfo al più alto ponte sospeso al mondo grazie alle sue torri di 327 metri, voluto da Putin. Strutture quindi, ma soprattutto infrastrutture.

Proprio come la nostra Autostrada del Sole, “La strada dritta”, della quale Francesco Pinto ha raccontato le diverse fasi (Mondadori, pp. 318, euro 18,00). Dall’idea iniziale, piena di incognite, alla sua realizzazione. Così “riuscita” da meritare una mostra al Moma di New York. Così compiuta da divenire una sorta di modello. Ma anche il segno che l’Italia era pronta a rialzarsi. Quello che sembrava poco più di un sogno, collegare con una viabilità veloce Milano con Napoli, trasformatosi, tra il 1956 e il 1964, in una concreta realtà.

L’idea avuta dall’Amministratore delegato della Società Autostrade di quegli anni epici, non era poi tanto differente da quella di magistrati, amministratori e più tardi, imperatori romani che vollero le grandi consolari, a partire dall’Appia. Le strade, in particolare, quelle più “grandi” ed in ogni caso le infrastrutture, seppur con le evidenti, differenti, implicazioni ideologiche e i benefici pratici apportati, costituiscono una “molla”. Un significativo impulso allo sviluppo. Le strade asfaltate sulle quali corrono gli automezzi, così come i binari sui quali si muovono i treni, continuano a rivestire un ruolo fondamentale.

Per questo le misure previste in tema di infrastrutture dalla nuova Legge di Stabilità, assicurano risorse alla rete ferroviaria di FS, alla rete autostradale e alla Tav Torino-Lione, oltre che al Mo.s.e. Non solo manutenzione straordinaria dell’esistente per il 2013, ma sostanziosi investimenti previsti fino al 2016 su opere da realizzare. Questa è la direzione giusta!

Al contrario di quanto sostenuto agli inizi di giugno da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in un editoriale sul Corriere della Sera. Illustrando le “false priorità del Paese” i due economisti partivano proprio dalle infrastrutture fisiche. Il loro punto di partenza era la constatazione che “A un Paese post industriale come l’Italia non servono più infrastrutture fisiche. Servono infrastrutture di altro tipo”. Insomma una giustizia veloce, certezza del diritto, regolamenti snelli, un’amministrazione pubblica efficiente e molto altro. La realizzazione di infrastrutture sarebbe stata, per loro, l’unica risposta che la politica incapace di produrre riforme, può opporre al nulla. Strade e ferrovie una specie di jolly da tirar fuori quando idee e proposte languono. Un ragionamento concluso con l’affermazione che a loro giudizio quell’ubriacatura di asfalto e traverse ferroviarie nessuna positiva ricaduta avrebbe sulla crescita del Paese. In sintesi, le infrastrutture non servono e sono idee figlie di una politica “vecchia”.

Contrarietà sull’argomento tutt’altro che isolate. Alla metà di Agosto, ancora sulle pagine del Corriere della Sera, ragionando di crisi e crescita, Francesco Daveri, dettava la sua ricetta per uscire dall’impasse. “Per tornare a crescere, all’economia italiana servono le idee, non le grandi opere pubbliche”, affermava. Il modello vincente nel dopoguerra oggi non funzionerebbe più. E’ all’ombra delle grandi opere e delle variazioni ai piani regolatori controfirmate da amministratori locali compiacenti che si creano ricchezze dal nulla. Così la malavita organizzata prospera più facilmente.

Le ragioni del “no” alla realizzazione di strade e ferrovie, analizzate singolarmente potrebbero non rivelarsi del tutto errate. Ma nel loro complesso sembrano tenere assai poco in considerazione che tra le esigenze primarie per molti esiste proprio la possibilità di spostamenti meno disagiati. Persone e merci, a dispetto del web, dei social network, viaggiano ancora su tracciati materiali. Per la cui percorrenza, fisica, i tempi nulla hanno a che vedere con quelli virtuali, della rete.

L’Italia è un Paese “fermo” anche per la difficoltà degli spostamenti. Per la pochezza delle sue infrastrutture. Per non aver saputo, dopo la straordinaria realizzazione della A1, ripensare il modello autostradale. Certo, rispondendo sempre meglio ai requisiti della categoria (ad esempio, con l’introduzione della terza corsia e l’utilizzo di particolari asfalti, di tipo drenante). Ma anche introducendo opzioni maggiori di quelle esistenti. Non soltanto rapide soste ai moderni Autogrill (parenti poveri dal punto di vista architettonico rispetto a quelli progettati per la “prima” autostrada del Sole oppure ai “Pavesi” realizzati dall’architetto Bianchetti sulla Milano-Varese e Milano-Laghi), o uscite per raggiungere le diverse mete.

Continua a non esistere alcuna relazione tra il tracciato autostradale e i territori che attraversa. Solo poche le indicazioni per luoghi che rivestono un qualche interesse storico-artistico, oltre che ambientale. Nella maggior parte dei casi raggiungibili, nonostante spesso distanze anche ridotte, solo in maniera non agevole.
Provvedere ad indicare tutti i luoghi culturalmente significativi lungo i tracciati autostradali porterebbe significativi benefici ai diversi territori. Aggiungendo un indotto che in molti casi, ora, non hanno.

Un’idea, questa, riproposta anche alla Triennale di Architettura di Milano, quest’anno dedicata a “L’Architettura nel mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi”, nella sezione dedicata all’Italia. Sezione nella quale una grande installazione a parete mostra il percorso dell’A4 fino a Venezia, indicando tutti i luoghi culturalmente significativi lungo la “Serenissima”, persino un paio di ville palladiane pressoché invisibili, a poche centinaia di metri dal tracciato. Luoghi, tutti, non indicati.

Ma a dimostrare quanto il tema delle infrastrutture sia tutt’altro che marginale, anzi possa essere davvero una chance per ricominciare a crescere, provvede la possibilità di allargare il focus. Spostando l’interesse sul già esistente, ormai abbandonato. Proprio come accade al patrimonio edilizio di molte città e di tanti centri minori. Da Nord a Sud. Il riferimento più diretto in questo ambito è, ad esempio, agli oltre 6.000 Km di linee ferroviarie dismesse. Ci vorrebbe poco per riconvertirle in piste ciclabili, percorsi turistici e panoramici, collegandole meglio con il territorio circostante e le eccellenze locali.

Investire sulle infrastrutture può significare anche dare respiro ad operazioni che consentano a chi percorre una autostrada di essere messo nelle condizioni di decidere di fare una sosta per visitare una chiesa, come un’oasi naturalistica, come un borgo medievale. Puntare sulla spina dorsale italiana può contemplare anche rivitalizzare tracciati dismessi.

Un Paese “ricco” come l’Italia ha il diritto e l’opportunità di mirare ad uno sviluppo basato sulla produzione e sfruttamento delle idee. Recuperando la grande tradizione ingegneristica del periodo compreso tra gli anni ‘50, e la fine degli anni ’80. Servendosi di queste, ritrovate, capacità per costruire nuove autostrade che regalino al Paese prospettive meno incerte. Magari torneremo ancora al Moma.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “La giusta direzione. Infrastrutture materiali e non solo virtuali”

  1. Claudio scrive:

    Finalmente mi imbatto in un sito che parla di un discorso logico, serio, senza seguire la moda del momento: la moda che qualsiasi infrastruttura sia inutile; delle quali sono piene le pagine web, e non solo. Strade, ferrovie, ponti, gasdotti, elettrodotti ecc, tutti inutili e con risibili giustificazioni che si ripetono puntualmente con le stesse identiche motivazioni, e che ipocritamente vogliono coprire l’ormai diffuso fenomeno del NIMBY. Se per logica si comprende colui che ha paura di ricevere un danno, sia indiretto che diretto, da una qualsiasi opera che possa passare vicino la sua casa, ci si stupisce che le motivazioni addotte dai saccenti ambientalisti riescano, con veri e propri voli pindarici, ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare il loro NO a prescindere, anche su un qualcosa che non sia nemmeno in progetto, ma solo fonte di un’idea, un sogno esternato da un tecnico riguardo, appunto, ad un’una ipotetica infrastruttura. E, come già detto, si ripetono puntualmente per ogni opera osteggiata, non solamente con argomenti molto simili, ma con le stesse identiche frasi, ed in alcuni casi, anche con gli stessi identici errori ortografici ….
    Ottima sintesi !

  2. Marco Galliano scrive:

    Continua a non esistere alcuna relazione tra il tracciato autostradale e i territori che attraversa”. In alcune zone c’è ben poco da segnalare. Spesso le autostrade attraversano un paesaggio allo sfascio.
    Territori dove le costruzioni sono cresciute in modo disordinato e caotico. Altro che MOMA.
    E poi spesso le autostrade non fanno altro che moltiplicare attorno a se questo caos, sono attrattori di capannoni e centri commerciali.
    In italia ci sarebbe bisogno di una seria politica di tutela e buon governo del territorio, di ingegneri ambientali e paesaggistici, un sacco di lavoro da fare.
    Un sacco di crescita.

  3. marcello scrive:

    Oggi, più che le autostrade, serve riprendere una politica di sviluppo delle ferrovie. In Italia avviene quasi tutto su gomma e i prezzi delle merci lievitano come il traffico. Poi si è fatto questo per mantenere un’azienda come la Fiat, e per tutta risposta l’attuale dirigente vuole chiudere gli stabilimenti in Italia.

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