Rottamazioni. “Fare il giovane” non serve, non basta e soprattutto non dura

– Che in un paese invecchiato e gerontocratico la “rivoluzione” sia giovane – e i giovani diventino la nuova classe generale destinata a trascinare l’Italia fuori dalla preistoria politica –  è giusto anche se non è vero, è positivo, anche se non è di per sé propizio ed è comunque salutare, anche se quella giovanile fosse (come è) una nuova manifestazione della vecchia malattia trasformistica, che contagia a tutti i livelli – e non solo a quello politico –  il mercato del potere ed in uguale misura i grandi vecchi e i giovani impazienti di svestire i panni del garzone di bottega.

Dunque Renzi, pretendendo di rottamare tutti i padri nobili del Pd, ha finito oggettivamente per agevolare un processo di ricambio, che altrimenti il galateo oligarchico dei “senatori” avrebbe gravemente rallentato. Gliene va dato atto, se non merito. E perfino Bersani dovrebbe ringraziarlo, perché senza Renzi non avrebbe avuto né la forza né la possibilità di rispondere a D’Alema che, se vuole la deroga alla regola delle tre legislature, deve chiederla (e, aggiungiamo noi, non può pretendere che il partito lo implori per consentirgli il beau geste di un generoso rifiuto).

Ciò detto, di questo giovanilismo ideologico e politicamente agnostico non ci si può fare nulla di buono. Una classe dirigente più “giovane” non esprime di per sé un disegno più innovativo e neppure uno stile più anticonvenzionale. I veri nemici politici di Renzi dentro il Pd – i giovani turchi del sinistrismo democrat, la guardia rivoluzionaria del socialismo 2.0: Orfini, Moretti, Stumpo… –  sono giovani come lui e in alcuni casi più di lui e sembrano tutti usciti dalle Frattocchie nel 1964. Anche Alfano ha più o meno la sua età e una carriera di vertice non più lunga della sua. Anche la prima fila della Lega maroniana – Cota, Zaia, Tosi, Salvini… è fatta di quarantenni.

L’età, nella politica italiana, non dice nulla. Né nella lotta tra i partiti, né in quella, più sanguinosa, interna ai partiti. E’ un titolo “nobiliare” (a scadenza), non una virtù repubblicana. Anche la “verginità” istituzionale, il crisma non politico che accompagna il nuovo “popolo eletto” dei mai eletti e mai candidati e della cosiddetta società civile – tipo Briatore, per dire, o Emilio Fede, o perché no, Nicole Minetti nel 2010, che era nuova e giovane insieme – non è né una promessa né una garanzia di rinnovamento. Se e quando vincerà – e per quello che conta ce l’auguriamo anche, per noi più che per lui – Renzi se vorrà fare sul serio dovrà smettere di “fare il giovane”. Perché non basta, non serve e soprattutto non dura.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Rottamazioni. “Fare il giovane” non serve, non basta e soprattutto non dura”

  1. Giorgio Frabetti scrive:

    Apprezzo in pieno il tuo intervento, Carmelo! L’ho detto a Luigi Massa, servono sì giovani, ma capaci. Grazie ancora.

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