– E’ stato riportato, in merito al triste episodio di Cittadella, che la decisione della Corte di Appello di Venezia si è basata su una relazione del consulente tecnico di ufficio (CTU), che attribuiva il rifiuto del ragazzino di incontrare il padre all’esistenza di una conclamata e avanzata “PAS” (Parental Alienation Syndrome, ovvero Sindrome da alienazione di uno dei genitori). A seguito di ciò il ragionamento fatto dalla maggior parte dei commentatori – On. Flavia Perina compresa – è del tipo: si è intervenuti a causa di una diagnosi di PAS; la PAS non è riconosciuta come patologia dal DSM5 e per la scienza medica non esiste; quindi l’intervento non ha giustificazioni, è un abuso di potere.

Messi da parte in questa sede i commenti sul tipo di intervento deciso dalla Corte (inserimento in casa-famiglia) e sulle modalità del prelievo del bambino, facciamo attenzione a quella specie di sillogismo sulla PAS che sta a fondamento di un tipo di obiezione più consistente perché ampiamente generalizzabile.
Per essere meglio compresi rammentiamo le informazioni di base su questa condizione certamente anomala (per una documentazione esaustiva, con particolare riferimento alle applicazioni in Italia, si veda Parrini A. Separazioni distruttive tra conflittualità e alienazione, 2008).

Nel 1985 negli Stati Uniti il Dr. Richard A. Gardner – che presta servizio regolare e ufficiale anche se non retribuito presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Columbia University di New York City, come Clinical Professor di Psichiatria Infantile – segnala alla comunità scientifica una sua teoria secondo la quale certi atteggiamenti dei figli di genitori separati sono da attribuire alle sottili manipolazioni di un genitore verso l’altro, che ne inducono il rifiuto. A questa condizione dà il nome di PAS, attribuendole il carattere di una vera e propria malattia psichiatrica. Più esattamente, la definisce in questi termini

“…a disorder that arises primarily in the context of child-custody disputes. Its primary manifestation is the child’s campaign of denigration against a parent, a campaign that has no justification. It results from the combination of a programming (brainwashing) parent’s indoctrinations and the child’s own contributions to the vilification of the target parent. When true parental abuse and/or neglect is present the child’s animosity may be justified, and so the parental alienation syndrome explanation for the child’s hostility is not applicable”.

Vale la pena di evidenziare, traducendole, le ultime righe: “In presenza di reali abusi o trascuratezza dei genitori, l’avversione del bambino può essere giustificata e, di conseguenza, la Sindrome di Alienazione Genitoriale come spiegazione dell’ostilità del bambino non è applicabile”.
E’ dunque lo stesso Gardner a porre il giusto limite applicativo alla sua teoria, distinguendo i rifiuti effetto di manipolazione da quelli che sono conseguenza di maltrattamenti. Il compito del giudice – che di regola delega a ciò uno specialista, nel caso di Cittadella uno psichiatra – è dunque quello di accertare l’origine del comportamento del minore.

Il problema non è quello del nome da dare al fenomeno (sindrome, malattia, disturbo ecc.) aspetto che può interessare solo gli accademici, ma di ammettere che quei comportamenti sono il segno palese di una condizione anormale, che provoca sofferenza e danno al bambino, e di adoperarsi per porvi rimedio e meglio ancora per prevenirla; così come non è di alcun peso lo pseudo argomento delle vicende personali di Gardner e del suo suicidio. Interessa il fenomeno, non la vita di chi lo ha osservato per primo.

E qui è obbligatorio sottolineare la grave anomalia che il rifiuto rappresenta. Il modo distorto con cui si guarda la famiglia separata spesso non consente di percepire la “stranezza” delle più comuni regole adottate per essa o ad essa imposte dalle circostanze. Il sistema legale, soprattutto, così abituato a standard da lui stesso creati, non realizza quanto sia abnorme che un genitore si debba relazionare con un figlio attraverso un “diritto di visita”, per giunta limitato a particolari finestre temporali, per cui se in un giorno (non “suo”) in cui piove questi passa a prendere il figlio a scuola rischia una denuncia penale; non capisce quanto sia assurdo che un genitore, in regime di affidamento condiviso, debba assolvere al suo dovere di soddisfare i bisogni del figlio dando del denaro all’altro invece che direttamente e personalmente. Allo stesso modo la maggior parte degli addetti ai lavori non si rende conto della totale follia di voler “convincere” un figlio, attraverso profondi squilibri nei contatti con i genitori, che una sola è la casa che deve sentire sua, mentre nell’altra ci va sì, ma per starci da ospite, non vedendo l’ora di rientrare nel vero, unico, nido.

In un sistema così distorto pochi, quindi, si rendono conto del fatto che non si dovrebbe chiedere a un figlio se ha voglia di smettere di giocare o di guardare la TV quando il genitore “non collocatario” (che non dovrebbe esistere) lo viene a prendere e che attribuirgli questo potere decisionale, piegandosi alle sue scelte, è quanto mai diseducativo. Si permetterebbe al figlio di genitori non separati di selezionare a suo capriccio i contatti con i genitori? Pochi capiscono che così facendo si crea nel bambino l’idea (per altro aderente alla volontà del sistema legale) che c’è un solo genitore che conta, mentre l’altro è figura marginale, priva di autorevolezza.

E’ facile vedere che gli esempi fatti non invocano affatto la maldicenza, la polemica, il volontario discredito; così come dall’altra parte non si sta considerando l’ipotesi di disinteresse, maltrattamenti, e meno che mai pedofilia; situazioni in cui se c’è un rifiuto nessuno parla di PAS e il bambino fa benissimo a difendersi. E’ di per sé che un regime di vita come quello sopra descritto (purtroppo ordinario) getta i semi, crea le premesse per quello che in taluni casi diventa il rifiuto totale. Non ci vuole, infatti, una grande immaginazione per comprendere che quando all’interno di un modello profondamente discriminatorio si aggiungono le continue accuse e una pesante condanna morale implicita o esplicita del genitore poco presente da lì al rotolarsi per terra quando quel genitore compare il passo è brevissimo. Anche perché di regola il pianto o la bizza (non alludo al caso di Cittadella) pagano, perché il bambino sa che se si impunta gli adulti cedono. Sistema legale compreso.

E’ per questo che l’unico mezzo per recuperare al minore un atteggiamento sano e normale è quello di fargli toccare con mano che i genitori sono ugualmente importanti nella sua vita; e l’unico modo per farlo è togliere potere a chi ne ha in eccesso. E allora in questo senso non è forse corretta la decisione, purtroppo isolata, del giudice veneziano, nell’ipotesi che quel padre non abbia colpe e che il rifiuto del figlio sia solo la conseguenza di un indottrinamento distruttivo?

Viceversa, se responsabilità è giusto dare alla magistratura è nell’essere quasi sempre infedele al messaggio del legislatore e alle relative prescrizioni, chiaramente enunciate nella legge 54. E con ciò l’invito a fare un esame di coscienza va rivolto anche a quanti continuano ad ostacolare – come attualmente in Senato – la possibilità di realizzare un modello realmente equilibrato, riscrivendo in modo ineludibile le norme a tutela del diritto dei figli ad una effettiva bigenitorialità. La manipolazione dei figli per trarli a sé si verifica, difatti, pressoché in tutte le separazioni, e da ambo le parti, essenzialmente per la paura di essere il genitore allontanato, emarginato prima dal sistema legale e poi dal figlio. E questo rende necessaria una normativa che garantisca il diritto-dovere dei genitori di restare accanto ai figli a prescindere dalle vicende di coppia, in accordo con l’art. 30 della Costituzione.

Compreso questo, è evidente la responsabilità di chi crea le condizioni perché altri figli vivano lo strazio della ingiustificata perdita di un genitore, con l’aggravante che i figli stessi – cioè i principali danneggiati – debbano portarne anche l’apparente responsabilità.