di PIERCAMILLO FALASCA – “Il mio timore maggiore è l’imponente invasione dei social network, strumenti tanto potenti quanto pericolosi“. Sono parole che il presidente della Camera Gianfranco Fini ha usato in un’intervista a Gente – Hearst Magazine Italia, in edicola da ieri 15 ottobre.

Il presidente della Camera è praticamente coetaneo di mio padre (nato nel 1951 quest’ultimo, nel 1952 l’inquilino di Montecitorio) e nelle sue parole leggo la stessa diffidenza – molto comprensibile, perché indirizzata a cose estranee alla propria quotidianità – che leggevo nelle riflessioni e nei commenti di mio padre fino a qualche mese fa. Dalla scorsa primavera, da quando cioè ha creato un proprio profilo Facebook che ormai usa regolarmente e con sufficiente dimestichezza, il signor Adolfo Falasca ha colto quel che un social network consente: ridurre gli spazi e le barriere al dialogo, alla condivisione di informazioni, sensazioni, emozioni. Il mio auspicio è che anche il signor Gianfranco Fini inizi a farlo, con lo stesso entusiasmo di mio padre.

I social network sono strumenti pericolosi? Non sono strumenti, caro presidente, sono luoghi della realtà. E come tutti i luoghi del nostro mondo serbano una loro pericolosità intrinseca. Camminare in strada è pericoloso, l’uscita da scuola può essere molto pericolosa per un bambino, persino stare con un proprio genitore, un fratello o un parente può esserlo in alcuni casi. Prestare attenzione ai luoghi che si frequentano e alle persone con cui si interagisce è una preoccupazione immutata nel corso dei secoli, indipendentemente dalle tecnologie adoperate. Cambiano ovviamente le precauzioni da adottare, ma per un genitore accorto può essere più facile proteggere il proprio figlio nei suoi vagabondaggi in rete che in strada. E così per qualsivoglia espressione delle relazioni umane che sorgono e si sviluppano nei luoghi della realtà, fisici o digitali.

Se amassimo la lingua italiana come dovremmo (per fermare il declino, occorrerebbe anche questo), useremmo di più il termine “reti sociali”, la versione italiana di “social network”. Sarebbe un’espressione meno estranea, aiuterebbe il dibattito e la comprensione del fenomeno. Facebook, Twitter, Google+ e tanti altri non ci hanno invaso, li abbiamo scelti noi, li scegliamo quotidianamente, li frequentiamo per molte ore al giorno. Non demonizziamoli, finiremmo per demonizzare le persone che li abitano, decine di milioni di persone.

Caro presidente Fini, i social network rappresentano una grande occasione per la democrazia, perché consentono a milioni di cittadini – in una prospettiva nemmeno troppo lontana, a tutti i cittadini – di essere più informati e più attenti. Riducendo l’intermediazione, avvicinando gli attori politici alle persone comuni, la qualità della politica può aumentare. Sta a noi, a quanti partecipano a vario titolo al dibattito pubblico, favorire il processo.