Per funzionare, Monti dev’essere la risposta al montismo, non viceversa

– In molti sono a disposizione.
In questi giorni in Italia ci sono una moltitudine di associazioni, movimenti e fondazioni che fanno capo a uomini, professionisti, leader ed ex leader, politici ed ex politici, che si mettono a disposizione. Sono tanti i competenti, gli ultra competenti e gli aspiranti competenti, che si stanno mettendo a disposizione del paese.

Sono più maschi che femmine, più potenti che outsider, più vissuti che giovani. Sono possibili risorse del paese che in taluni casi rappresentano, per sineddoche, fasce sociali e professionali del paese, ed in altri casi non rappresentano nulla se non scatole vuote ma dal grande battage mediatico. L’ Italia pullula di uomini a disposizione, se volessimo fondare una Fondazione di sicuro successo (per partecipanti) potremmo fondare la “Fondazione italiani a disposizione”.

E questo non è un discorso cinico che vuole entrare nel merito della plausibilità o implausibilità dei personaggi in questione. La questione è un’altra. Data per assodata l’esistenza di una fetta di paese che, in taluni casi, potrebbe effettivamente dare qualcosa alla ricostruzione etica e morale, quindi civile, del paese stesso, la questione da risolvere è quella della modalità. Sembra che stia circolando una prassi politica che potremmo definire “per chiamata”. Sembra che il paese, non riuscendo a riprendersi dal suo schianto politico e civile, stia, per certi versi, formulandosi nella logica della evocazione salvifica.

Non stanno emergendo aree di pensiero politico e trasformativo, ma piuttosto personaggizzazioni. Si riflette su quale tra i personaggi “a disposizione” possa meglio salvare il futuro del paese. Le questioni sono due. I vari a disposizione si propongono di traghettare il paese dall’età dell’attuale sfascio della classe dirigente politica verso un futuro con una nuova classe dirigente, o vogliono semplicemente sostituirsi ai leader politici per i quali, quasi tutti, è scattato il game over?

Il paese ha bisogno di una nuova generazione di politici. Con generazione non si intende la “questione anagrafica” – quella è una bufala demagogica. Al momento quasi tutti i “mostri” impelagati nella scoperchiatura di quella fossa biologica che parrebbe essere la regione Lazio sono under 45. Con “nuova generazione” si intende una nuova cultura politica, una nuova vis civile, nuove competenze, nuove energie, nuove sinergie. Tutti predicati che prescindono dall’età, ma che attengono alla propria intima formazione culturale.

Al momento le tracce di questa auspicabile nuova generazione sono poche e flebili, ma comunque ci sono, e forse non sono abbastanza forti e diffuse da far pensare ad una nuova classe politica, che effettivamente non c’è, o che se c’è, non tira fuori un vero programma, se non appariti scenici di propaganda mediatica. Se il nuovo che avanza è uno slogan che timbrerà nella storia uno dei più grandi bluff della nostra storia politica, a questo punto dei giochi l’unica speranza è che qualcosa di nuovo cominci ad avanzare per davvero.

Per compiere questa trasformazione – al momento, però, tragicamente assente di veri presupposti certi e credibili – si potrebbe anche pensare ad una sorta di età politica di mezzo nella quale si renderebbe plausibile la “chiamata” alle armi di una qualche figura, apparentemente extrapolitica,che possa fare da mentore o da chioccia, o ancor meglio, da padre nobile a questa nuova generazione che, nel mentre, avrebbe modo e tempo di emergere, di farsi le ossa, di acclimatarsi, per poi (finalmente) imporsi e prendere assise ai vertici politici del paese. Tutto ciò presupporrebbe che il presunto “padre nobile” così come è disponibile ad appalesarsi, allo stesso tempo, poi, sia disponibile a farsi da parte. Ma siamo sicuri che sia cosi? Siamo sicuri che tra coloro che sono a disposizione non ce ne sia qualcuno che, in realtà stia semplicemente cercando di lanciare un’OPA politica sul paese? E in modo classicamente italiano… con pochissime azioni nel portafogli.

Poi c’è un’altra questione. E’ la questione Monti.
Il professore è chiamato, da aree politicamente trasversali del paese, al ruolo di leader. Con Monti, per questioni anagrafiche e culturali, è plausibile che un suo eventuale impegno a capo del governo sia da considerare nelle logiche di ristrutturazione e traghettamento. Ristrutturazione del paese e traghettamento dal presente verso un paese lasciato felicemente nelle mani di una generazione politica nuova. Un nuovo governo Monti potrebbe, simbolicamente, essere quello di transizione dai vecchi ai nuovi futuri leader del partiti che l’appoggeranno. Monti potrebbe essere, sempre in termini simbolici, una sorta di Papa del concilio – che governa mentre all’interno del corpo della Chiesa tutto si ridiscute e si riformula, con la speranza che i cardinali delle nuove istanze riescano a soppiantare quelli delle vecchie, se Dio vuole, ma talvolta non ha voluto.

In questo momento Monti è invocato come guida del paese, per chiamata. Non si mette in dubbio la qualità dell’invocato, ma il problema è la logica simbolica di ciò che sta accadendo. Quando si chiama qualcuno al ruolo di leader le possibilità sono due; o lo si chiama per ciò che è, o lo si chiama per ciò che rappresenta. Se lo si chiama per ciò che è siamo nel campo di quelle azioni che hanno riempito la nostra storiae che sono nella sfera simbolica del monarchico o del leaderismo salvifico. Chiamiamo lui perché solo lui potrà, per questioni genetiche, spirituali, carismatiche, ecc. ecc.

Questa modalità rimanda, nell’immaginario, ad un tema profondo, l’impotenza. Classe dirigente impotente e società impotente che contro potentissime avversità non possono che sperare nelle virtù taumaturgiche di un capo piovuto o richiamato da una sorta di altrove, extrasociale. Questa modalità è stigma dell’impotenza della classe dirigente politica, incapace di trasformare la realtà senza ricorrere ad un trasformatore deus ex machina esterno. Questa modalità, però, alla figura di Monti è già stata applicata. E questa è una modalità che non può essere tirata alle lunghe, non può diventare una linea di condotta, perché imporrebbe a tutto il paese di riconoscersi in questa sorta di imprescindibilità monarchica, o di condottiero o di super eroe, che nel contesto storico della contemporaneità non può che provocare una reazione di rigetto.

Questo rigetto è dovuto al paradigma psicologico presente nell’inconscio di tutte le società democratiche che ad una età dell’emergenza sentono di contrappore un’età del ripristino e della trasformazione, ossia, il ritorno a quelle logiche costitutive che prevedono l’abbandono delle armi, la destituzione dell’emergenzialità e la rimozione del sentimento di stato di necessità, per pensare ad un nuovo diverso futuro. Pensate a Churchill, a De Gaulle, e compagnia cantante.

Ma si può tentare l’inverso. Di cosa ha bisogno il paese? di eticità? di moralità? di rigore? di discrezione? di autorevolezza? di competenza? di serietà? di onestà? di senso delle istituzioni? di innovazione? Bene. Prima si costruirà e si divulgherà, sperando che da qualche parte possa attecchire, una narrazione sociale, condivisa, pervasiva, sincera, dialettica, sperimentale, che possa coinvolgere una porzione del paese vitale su questi predicati politici e culturali. Si semineranno, se si è in grado di farlo, queste istanze e questi bisogni sociali. Che se da bisogni non si tramutano in desideri… rimangono sterili.

Poi, per chi è d’accordo che Monti possa essere una risposta congrua, forte e circostanziale a questi desideri di trasformazione, a questi attestati (in molti lo pensano) allora sarà Monti, oppure un suo equipollente (chi?) a rispondere. In poche parole, l’unica possibilità che Monti possa davvero diventare una risposta elettoralmente condivisa è quella che Monti sia una logica oggettualizzazione di un (presunto, costruendo, preeseistente?) montismo sociale, un montismo culturale, e non viceversa.

E questo montismo non può essere solo e semplicemente la scelta di rifugiarsi in una figura salvifica, che può essere confusa con una scappatoia per nascondere il fine vita di una classe dirigente, ma deve essere espressione di un sentire sociale, o meglio, costruzione di un sentire sociale. Il testo politico e l’immaginario politico sono un prodotto culturale, e il prodotto deve essere la risposta ad un desiderio, se no, il prodotto in quanto tale, il prodotto come cosa in sé, non è condiviso. Non vende.

E’ come in pubblicità, ahimè. O in amore.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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