– Come è noto, una delle misure contenute nella “bozza” di legge di stabilità approvata dal Consiglio dei Ministri prevede che a decorrere dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, sia di 24 ore settimanali, cioè sei in più delle attuali, storiche, 18 ore settimanali. La ratio della disposizione è chiara: con l’incremento dell’orario di cattedra il personale docente sarà utilizzato per la copertura di spezzoni di orario e per l’attribuzione di supplenze temporanee. Tutto ciò a stipendio invariato, ma con il riconoscimento di due settimane di ferie in più.

In definitiva, l’obiettivo del Governo è spalmare le settimane di inattività dei docenti durante l’anno scolastico, innalzando l’orario lavorativo a 24 ore ed allineandoci al resto di Europa. Così almeno di sostiene, anche se il confronto dei dati  fa emergere una diversa realtà, nella quale i docenti italiani hanno un carico settimanale di ore di lezione in classe superiore alla media europea sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3) e praticamente identico nella scuola media  (18 contro 18,1).

Il continuo riferimento “all’estero” inizia a lasciare perplessi e a suonare come un espediente retorico, perché il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita sembri sempre derivare dalla rimozione di antichi e odiosi privilegi, di cui godrebbe l’intero comparto del pubblico impiego e il mondo della scuola, in particolare. Infatti, alla scontata obiezione del mondo della scuola che i trattamenti economici dei docenti italiani sono molto più bassi della media OCSE, la risposta del Ministro è stata la solita: a questo penseremo dopo!

Inoltre, non è vero che l’orario di servizio del docente è di 18 ore, nel senso che questo è, appunto, l’orario di cattedra, ma un docente è contrattualmente obbligato a essere presente ai consigli, ai collegi e agli scrutini per un totale di 80 ore annue, cioè almeno due ore in più a settimana nell’anno scolastico, anche se la loro distribuzione non è, per forza di cose, omogenea. A ciò poi si dovrebbero aggiungere le ore necessarie alla preparazione delle lezioni, alla correzione dei compiti e tutte le altre attività che rientrano pienamente nella prestazione lavorativa richiesta al docente, anche se non hanno una loro esatta quantificazione temporale, dipendendo quasi esclusivamente dal singolo docente, dalle sue capacità e dal suo metodo di insegnamento.

Alla facile obiezione che non tutti i docenti preparano adeguatamente la lezione, è facile replicare che in questo caso ci si lamenta (giustamente) di un inadempimento contrattuale del docente che chiama in causa non tanto l’orario di servizio, quanto l’efficacia degli strumenti di controllo della performance e di quelli sanzionatori e la previsione di misure promozionali per i docenti più meritevoli e capaci. Tra l’altro, paradossalmente il solo incremento obbligatorio dell’orario a titolo gratuito finirebbe per penalizzare proprio quest’ultimi, col rischio che qualcuno, magari prossimo alla pensione, molli gli ormeggi e si lasci cullare dalle docili onde del lassismo.

Non è nemmeno necessariamente vero che l’incremento di ore sarebbe a salario invariato, perché non è detto che gli spezzoni o le supplenze temporanee siano nello stesso plesso scolastico. Ciò vale soprattutto per le discipline in cui è previsto un minor numero di ore di lezioni settimanali. Ad esempio, un docente di una materia in cui sono previste due sole ore a settimana per classe, dovrebbe insegnare in ben dodici diverse classi! Siccome i docenti non hanno il dono dell’ubiquità, ciò significa che dovrebbero sostenere un costo economico e organizzativo per gli spostamenti aggravato dall’incremento di orario. Pertanto, ironia della sorte, si dovrebbe lavorare di più, per avere meno reddito disponibile.

La proposta non convince proprio sul piano del merito, come misura di  rigore. Non si contesta l’idea in sé, ma la sua conseguenza, che non è quella della razionalizzazione delle risorse disponibili né dell’incremento della produttività del settore. Sarebbe preferibile una maggiore prudenza, perché il sacrificio richiesto è molto gravoso e destinato a peggiorare la performaces dei docenti (l’attività di docenza non è una prestazione lavorativa qualsiasi e richiede concentrazione e impegno anche fuori l’orario di cattedra per un periodo almeno equivalente). Inoltre, la scuola (soprattutto dell’obbligo) non è più solo il luogo dell’insegnamento. Essa, suo malgrado, è diventata il primo presidio di un sistema di protezione e assistenza sociale, che è caduto sotto la scure dei tagli già da troppo tempo (d’altronde, non è una novità che nel nostro recente passato lo stato sociale spesso abbia trascurato coloro che ne avevano un maggiore bisogno).

Già oggi la normativa prevede la facoltà delle 24 ore di orario settimanale. Infatti, il dirigente scolastico deve, in prima battuta, chiamare il personale di ruolo e soltanto in caso di indisponibilità convocare il supplente. Ciò perché i corrispondenti aumenti in busta paga delle sei ore eccedenti sono comunque convenienti per l’amministrazione. È vero che talvolta il personale docente si rifiuta di effettuare le sei ore in più, per diverse ragioni, tra cui la stanchezza fisica per il personale più anziano o anche la solidarietà corporativa, per favorire i colleghi precari, che hanno bisogno delle supplenze per maturare anno dopo anno il punteggio necessario per transitare in ruolo, ma molto spesso l’incarico è accettato per evidenti ragioni di convenienza economica.

Quindi, la generalizzazione dell’obbligo di 24 ore a titolo gratuito si tradurrebbe in un banale e comune taglio agli stipendi pubblici, come hanno già fatto Grecia, Portogallo e Spagna. D’altronde, l’art. 36 Cost. prevede il diritto del lavoratore ad avere una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e quindi sarebbe incostituzionale una norma di legge che imponesse una prestazione lavorativa gratuita, anche solo parzialmente. Da ciò ne consegue che l’incremento proposto è un mascherato taglio stipendiale. E così sarebbe vissuto dal docente che domani dovrà svolgere lo stesso numero di ore di oggi – non sono pochi i docenti che già accettano di fare la 24 ore di lezione – ma con un corrispettivo economico di circa un quarto inferiore.

Last but not least, l’incremento proposto causerebbe una enorme moria di posti di lavoro dei c.d. precari, i quali, per chi non conosce direttamente il mondo della scuola, non sono ragazzini imberbi, ma spesso sono cinquantenni che se espulsi dal mondo del lavoro non avrebbero nessuna possibile alternativa.  Non si vuole dire che bisogna incentivare un modello di scuola “precario-centrica” . È merito del Ministro Profumo avere fissato il principio che per entrare in ruolo bisogna superare la selezione concorsuale e avere bandito un primo concorso, cui dovrebbero seguirne altri a cadenza biennale. Si vuole solo sottolineare che il precariato esistente non può essere eliminato con un tratto di penna, per non ripetere l’errore “esodati”.

Questo è un rischio che il governo non può più permettersi, perché il popolo italiano finora ha dato straordinaria prova di maturità e responsabilità nei confronti delle severe misure adottate (giustamente), ma rifiuterebbe (altrettanto giustamente) l’idea di impoverire (non solo economicamente) il ceto medio come strategia per uscire dalla crisi, perché il rigore è una cosa buona e giusta, ma non se innesca una spirale “repressiva” nella quale anche l’esperimento riformatore montiano rischia di naufragare.