Il Nobel per la Pace rimane in Europa, avrebbe dovuto andare in Vietnam

di OLIVIER DUPUIS – Ecco una notizia che forse non rallegrerà molti ma, senza alcun dubbio, il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, il Presidente del Parlamento Martin Schulz (“”profondamente commosso e onorato”) il Presidente della Banca Centrale Mario Draghi, il Presidente dell’Ecofin Jean-Claude Juncker, il Presidente della presidenza di turno … che saranno probabilmente invitati ad Oslo, alla cerimonia solenne di consegna del premio. L’elenco non è esaustivo.

Ovviamente l’Unione europea ha favorito lo sviluppo delle cooperazioni e delle interdipendenze piuttosto che delle guerre civili, che hanno devastato il continente nel 1870, 1914 e 1939. Ha anche volens nolens accompagnato la transizione verso la democrazia delle ex dittature comuniste dell’Europa centrale. L’Unione significa anche l’apertura delle frontiere (interne), i viaggi senza passaporti, gli Erasmus, una prosperità che resiste, bene o male, quasi ovunque alla crisi di identità e di ruolo delle istituzioni di Bruxelles e “la promozione da sei decenni della pace” ancorché ben al riparo degli Stati Uniti e alla Nato.

Ma l’Europa “nobelizzata” è anche quella che ha lasciato crepare Sarajevo, Osijek, Vukovar, Srebrenica, quella che non si è mossa durante il genocidio ruandese o durante le due guerre russo-cecene. È l’Europa che si è rassegnata alla “potemkinizzazione” della democrazia russa. È anche quella che, fregiandosi di un’intransigente virtù, abbandona l’Ucraina ad una lenta deriva verso uno stato di non-diritto. È quella che è stata incapace di corrispondere la sfida turca, di chiamare Macedonia la Macedonia, di vedere l’Europa a Chisinau o a Tbilisi. È anche l’Europa senza mezzi e quindi senza volontà politica di fronte alla tragedia siriana. È l’Europa del “ciascun per sé” di fronte alla potenza emergente cinese, cieca di fronte alla realtà di un “nuovo” potere totalitario e del suo “nuovo” stile imperialista.

Certo il Comitato Nobel ci ha abituato a laureati senza grandezza. Per pudore, taceremo qui i loro nomi. Ma ce ne sono alcuni il cui annuncio ha vibrato nel mondo intero. Sono state scelte, queste, che hanno accompagnato attraverso il riconoscimento della lotta di una persona, la lotta e la speranza di milioni di altre per la libertà e la democrazia, vera sostanza della pace. Martin Luther King Jr., Andrei Sakharov, Lech Walesa, il Dalai lama, Aung San Suu Kyi o Liu Xiaobo (sempre imprigionato) e alcuni altri prima di loro hanno dato al Nobel, non ricevuto un senso di nobiltà. In questi casi il Comitato ha dato speranza a milioni di oppressi e pensiero e preoccupazione ai potenti che li opprimevano.

Gandhi è stato nominato tre volte. Mai premiato. Ma c’è chi è stato inutilmente nominato tredici volte. Nel 1978 e poi, senza interruzione, dal 2000. Si chiama Thich Quang Do. Vive in un Paese per il quale evidentemente non abbiamo ancora fatto pace con noi stessi. Prigionieri di un passato coloniale prima, “anti-imperialista” poi, avendo sfilato in massa e gridato a perderne la voce “Yankee go home”, gli Europei hanno abbandonato il popolo vietnamita alle sue nuove sorti: la dittatura del proletariato e le sue esecuzioni, i suoi campi di concentramento, le sue prigioni, le sue sedute di rieducazione e la sua cultura della menzogna.

Il Venerabile Thich Quang Do è nato il 27 novembre 1928 a Thai Binh (Vietnam del Nord). È il patriarca della Chiesa Buddista Unificata. Una chiesa proibita perché ha sempre rifiutato di congiungersi con la Chiesa Buddista ufficiale creata dal potere comunista nel suo delirio grottesco e violento di esercitare il suo ascendente non solamente sui corpi e le menti, ma perfino sulle anime. È stato arrestato la prima volta il 21agosto 1963. Imprigionato e torturato, è stato liberato nel novembre 1963 dopo la caduta del governo del cattolico Ngo Dinh Diem.

Arrestato nuovamente il aprile 1977, dopo la presa del potere da parte dei comunisti, è stato incarcerato a Pham Dang Luu (Saigon). In isolamento durante 20 mesi (in una cella di 90 x 190 cm), è stato giudicato il 10 dicembre 1978 e liberato lo stesso giorno. Arrestato di nuovo il 25 febbraio 1982, è stato condannato (senza processo) alla deportazione interna durante dieci anni nel villaggio di Vu Doai (provincia di Thai Binh, Vietnam del Nord). Ancora arrestato il 4 gennaio 1995, è stato incriminato di aver “provocato disordini” (1) e condannato il 15 agosto 1995 dalla Corte Suprema Popolare di Saigon a 5 anni di prigione e 5 anni di arresti domiciliari ed incarcerato nel Campo di Rieducazione di Ba Sao (Provincia di Nam Ha, Vietnam del Nord), poi nella prigione B14 nei pressi di Hanoi. Trasferito a Saigon il 2 settembre 1998, è stato messo agli arresti domiciliari nel Monastero di Zen Thanh Minh. Sebbene la sua condanna sia terminata 2005, si trova tutt’oggi agli arresti domiciliari.

Non sbagliamoci. Questo monaco buddista, a capo dell’unica organizzazione vietnamita libera a dispetto dei tentativi innumerevoli e violenti di comprarla da parte del partito comunista, non è solo un leader spirituale rispettato. È una personalità politica, che non ha mai smesso di lottare per la democrazia e lo stato di diritto in Vietnam. È anche un patriota le cui prese di posizione sulla questione dell’invasione e dell’occupazione delle isole Paracel da parte della Repubblica Popolare cinese nel 1974, offendono una gerarchia comunista vietnamita che il passato ed il presente hanno reso totalmente ostaggio di Pechino.
Appuntamento l’anno prossimo. Stesso giorno. Stessa ora.

(1) Per “sabotaggio della politica di solidarietà religiosa” e per aver “approfittato dei diritti della libertà e della democrazia per attentare agli interessi dello stato” in seguito ad una missione umanitaria che aveva organizzato a favore delle vittime di inondazioni


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

2 Responses to “Il Nobel per la Pace rimane in Europa, avrebbe dovuto andare in Vietnam”

  1. mogol_gr scrive:

    Sono europeo il Nobel l’hanno dato anche a me che da sempre leggo ste’caxxate e la replica é nel destinare (non implorare) come sempre (si spera).

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] HuffingtonPost, 12 octobre 2012, Libertiamo, 13 octobre […]