Foxconn, gli operai non si ribellano al capitalismo ma al comunismo


Apple non sbaglia mai un colpo. Come previsto, la nuova gamma di MacBook, iPhone e iPod è già un successo planetario e, vendite alla mano, i concorrenti non sembrano più impensierire la casa di Cupertino. Tuttavia, le condizioni di lavoro imposte agli operai cinesi della Foxconn – azienda produttrice del nuovo iPhone 5 – hanno fatto storcere il naso a molti occidentali.

A porre l’attenzione internazionale sulle fabbriche cinesi sono stati gli scioperi della scorsa settimana, ultimi di una lunga serie di rimostranze da parte dei lavoratori, talvolta indotti al suicidio per la disperazione. In estate, l’onda di proteste valse agli impiegati di Foxconn un’insperata riduzione delle ore di lavoro e un notevole aumento dei salari; caso più unico che raro nella Cina dello sfruttamento minorile e della negazione dei diritti umani.

Per ora, l’azienda smentisce che migliaia di operai dello stabilimento di Zhengzhou abbiano incrociato le braccia per esprimere il loro dissenso nei confronti dei vertici aziendali, colpevoli di aver imposto la produzione anche durante la settimana festiva cinese e aumentato i pressanti controlli di qualità sull’assemblaggio del nuovo smartphone di Apple. China Labour Watch, tuttavia, ha confermato le indiscrezioni sul fermento operaio.

I fatti di Zhengzhou non possono non indignare l’Occidente, ma l’atteggiamento critico nei confronti di Foxconn e delle multinazionali che le commissionano la produzione (non solo Apple, ma anche Sony, Nintendo, Amazon) non deve assumere la forma di quella moda intellettuale del boicottaggio anticapitalista a cui, in fondo, non credono nemmeno i promotori. Al contrario, all’atteggiamento terzomondista e banalmente contrario alla presenza di grandi gruppi occidentali in Cina, deve contrapporsi un approccio ben più realista.

La timida apertura della Cina a una forma di economia di mercato e a una produzione di tipo capitalistico – seppur con tutti i suoi limiti, le sue violazioni e le sue distorsioni – ha innescato un lento ma graduale processo di emancipazione e presa di coscienza delle classi operaie. Fino a pochi anni fa, un’ondata così forte di scioperi e rimostranze nella Cina comunista non era nemmeno immaginabile.

Con il caso Foxconn, il capitalismo dimostra ancora una volta la sua innata capacità di porre le basi per il godimento di un maggiore benessere da un numero sempre più elevato di individui. Gli scioperi di Zhengzhou testimoniano che in Cina il processo rivoluzionario con cui il capitalismo è in grado di contagiare ogni società con cui entra in contatto è già in corso. Probabilmente non potremo apprezzarne la grandezza nel breve periodo, ma i rilevanti cambiamenti che già oggi attraversano la società cinese ne sono testimoni.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

2 Responses to “Foxconn, gli operai non si ribellano al capitalismo ma al comunismo”

  1. Bolscevico scrive:

    AVVISO IMPORTANTE !

    AVVISO IMPORTANTE per tutti gli italiani stupidi ignoranti e fascisti che dicono o scrivono cazzate assurde !

    Non avete studiato un pò di Storia?

    La Cina Popolare comunista NON è Più un paese comunista dal 1985 !

  2. Francesco scrive:

    ma chi scrive questo articolo? ma dove vive?

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