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Siae, più che inchieste e revisioni dei conti potrebbe il mercato

– L’obiettivo di risanamento della Siae, affidata ad un commissario straordinario dal marzo 2011, continua a non essere a portata di mano.
I debiti verso soggetti diversi da banche e istituti finanziari ammontano ad oltre un miliardo (1.047073702), in aumento di oltre 70 milioni rispetto all’anno scorso. Di questi, 786 milioni di euro sono debiti verso associati, mandanti e aventi causa. Seppur in diminuzione (-17 milioni di euro rispetto al 2010), i debiti verso gli iscritti rappresentano pur sempre oltre la metà del patrimonio complessivo della società, quattro volte i suoi ricavi e 1,4 volte gli incassi registrati in un anno dalla vendita delle licenze.

Oltre che versare in uno stato di dissesto finanziario cronico, la Siae continua a registrare tassi di inefficienza elevati.
Possibile che per incassare 654,9 milioni di euro di compensi per i diritti d’autore, debba sostenere costi per oltre 200 milioni di euro? Le provvigioni sugli incassi nominalmente ammontano a 98 milioni di euro, ma ad essi si devono aggiungere le quote pagate dai soci, 10 milioni di euro.

A pesare sono innanzitutto i costi del personale, 96 milioni di euro (+3,6%), a cui vanno sommati i compensi per i mandatari (43 milioni di euro), gli organi sociali (1,5 milioni di euro) e le consulenze (un milione di euro).

Come da tradizione, la nota al bilancio stigmatizza i problemi connessi allo spropositato costo del personale: “l’esistenza di istituti “anacronistici” privi ormai di alcuni significato operativo e comunque di ogni ragionevole fondamento”, “la sussistenza di un sistema retributivo a crescita esponenziale (automatismi che, sommati agli incrementi tabellari, hanno portato, nell’ultimo ventennio, a crescite comprese tra il 7,5% e l’8,5% ogni biennio)”, “la proliferazione di indennità ormai non più connesse ad effettive esigenze o condizioni lavorative”, “il sostanziale diritto generalizzato di assentarsi per tre giorni senza alcuna giustificazione” e “un eccessivo numero di giorni di ferie”. Da segnalare, infine, l’eccezionale “proliferazione di vertenze giudiziali”: l’80% dei dipendenti ha o ha avuto un contenzioso con l’azienda. Peccato che la revisione del contratto non abbia avuto alcun esito e il monte salari continui a crescere.

Eppure, raccontava Rizzo un po’ di tempo fa sul Corriere, la Siae è una grande famiglia: “ben 527 dei 1.257 assunti a tempo indeterminato (il 42 per cento del totale, appunto) vantano legami di famiglia o di conoscenza. Ci sono figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti. Ma anche congiunti di mandatari (cioè gli esattori dei diritti) di sindacalisti e perfino di soci. E poi rampolli di compositori e parolieri, perfino delle guardie incaricate della vigilanza nella sede centrale”. Ma si sa, fratelli coltelli, la pace non è di casa, nonostante le tante attenzioni (inclusa l’indennità “lavanderia” di 11 euro per pulire i panni al quarto giorno di trasferta) che i contratti prevedono per i dipendenti della Siae.

Costi insostenibili, inefficienze, un’associazione quasi sul lastrico.
Alla Camera, la commissione Cultura ha da tempo concluso l’indagine conoscitiva sulla Società italiana Autori ed Editori e si attende ora l’istituzione di una Commissione d’inchiesta dotata di poteri di indagine.

L’impressione è che tutto sommato la volontà sia quella di dilatare i tempi fino alla conclusione della legislatura. Non è una grave perdita. I dati sullo stato in cui grava la Siae parlano da sé e non sarà una riforma della governance a salvare la Siae e, ancor prima, i suoi iscritti. Finché gode di un monopolio legale, la rendita è inattaccabile e gli abusi rimangono una tentazione tanto facile quanto poche le probabilità di esser puniti.

Più ancora che un nuovo commissariamento o regole più stringenti, serve una disciplina di mercato. Solo la liberalizzazione del settore dell’intermediazione consentirebbe agli autori la possibilità di uscire dalla trappola di un macchina di debiti e votare coi piedi, scegliendo altre collecting society.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Siae, più che inchieste e revisioni dei conti potrebbe il mercato”

  1. creonte scrive:

    è ioncredibile come le major riescano ottenere mandati di cattura internazionale persino in Thailandia per chi elude i diritti d’autore… enppure coi terroristi o i pedofili succede

  2. Riccardo scrive:

    E lei di questi tempi ci viene a parlare di costi del personale?

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