– C’è un episodio biblico che può guidare nel giudizio sulla vicenda del bambino di Padova “sequestrato” alla famiglia materna. E’ la storia del neonato conteso da due madri che ricorrono al giudizio di Salomone. Il re di Israele, nell’impossibilità di stabilire qual è quella vera, ordina alle guardie di tagliare il bimbo a metà con la spada e di darne un pezzo a ciascuna. Quella che si dispera e urla “no, piuttosto datelo a lei” è riconosciuta come la mamma autentica. Ecco, oltre ogni disposizione giuridica e ogni ragione tribunalesca, oltre ogni sentenza e perizia psichiatrica, c’è un principio di umanità che esiste dall’inizio dei tempi e risulta violato alla radice nelle immagini di due poliziotti che trascinano sull’asfalto uno scolaro delle elementari e lo infilano di forza in una macchina, come fosse un animale ribelle. Non so se i soldati di Salomone, qualora non fossero stati fermati dal sovrano, avrebbero eseguito l’ordine impartitogli. So che oggi, nel2012, in un Paese che si definisce civile come l’Italia, uno che veste la divisa e rappresenta lo Stato ha il diritto-dovere di dire: questo non lo faccio, questo non si può fare anche se lo richiedono ordini superiori.

La degradazione di questo principio di umanità è ciò che più colpisce non solo in questa vicenda, ma in molte altre che riguardano l’esercizio dei poteri di polizia. I casi Cucchi e Aldovrandi sono molto diversi, e assai più drammatici, ma ci si ritrova dentro la stessa perdita di “senso” e di limite. Così come obbligano a interrogarsi sullo stesso tema le violenze della Diaz, commesse contro ragazzi inermi e mezzo addormentati. Uno Stato arrogante coi deboli e debole coi forti. Questa è la sensazione incancellabile, e che tuttavia va cancellata: con provvedimenti esemplari, prese di posizione senza toni di grigio, condanne politiche non reticenti.

L’altro punto é tutto politico. Il contenzioso famigliare in Italia ha raggiunto livelli record per il rifiuto, tutto ideologico, di aggiornare il diritto di famiglia e le norme che gli ruotano intorno, a cominciare dal divorzio. I tempi infiniti dello scioglimento dei matrimoni e la sovrapposizione tra tribunali ordinari e dei minori alimentano un “mercato” indecente in cui la parte più spregiudicata dell’avvocatura sguazza, alimentando le liti anziché lavorando per la loro conciliazione. E forse non è un caso che la malattia psichiatrica diagnosticata al bambino di Padova (e all’origine della sentenza che lo ha portato in istituto) sia giudicata una discutibile teoria negli Usa e una favola furba in molti Paesi europei comela Spagna, mentre da noi è utilizzata dai consulenti di parte come strumento di strenue battaglie legali.

La Pas, cioè la “sindrome di alienazione genitoriale”, nel nostro Paese è stata “ufficializzata” ed è gestita – nel caso di Padova ma immagino anche in altri – come un abuso su minore, quasi alla pari di una violenza fisica. Ha un fondamento tutto ciò? O altro non è che l’esito dello strapotere degli avvocati e degli stratosferici fatturati del settore “divorzi e affidi”?

Patti prematrimoniali obbligatori, unificazione di separazione e divorzio (come in tutta Europa), divorzio breve, riconoscimento delle unioni civili, dimezzerebbero sofferenze e contese, oltreché gli onorari degli studi legali, ma da noi sembra vietato parlarne quasi che la divisione di due coniugi debba per forza essere una cosa difficile, dolorosa, complicata, costosa, dall’esito incerto e talvolta minaccioso per i figli.  E alla fine, questo calvario immaginato nel nome della famosa “centralità della famiglia”, per una evidente eterogenesi dei fini, produce l’esatto contrario: l’imbarbarimento, la perdita d’umanità, la cancellazione di valori ancestrali come il rispetto dell’infanzia inerme. E quella scena terribile del padre che trascina per i piedi un figlio, insieme a un uomo dello Stato, senza neppure rendersi conto che rompe un tabù che ha retto fin dall’epoca di Salomone.