Trent’anni fa, quando in Italia gli ebrei si potevano ammazzare

di DANIEL FUNARO – Ci vorrà ancora del tempo per sapere se, a trent’anni di distanza dall’attentato alla Sinagoga di Roma, in cui morì un bambino di due anni, Stefano Gay Taché e furono ferite 38 persone, l’Italia saprà rendere giustizia al suo passato. Per ora a dare un senso a questo anniversario c’è stato unicamente il gesto di Giorgio Napolitano che, come annunciato lo scorso 9 maggio nella giornata del ricordo delle vittime italiane del terrorismo, ha deciso di inserire anche Stefano in questo elenco ufficiale, risolvendo l’anomalia per cui un bambino ebreo ucciso a due anni sotto il fuoco del terrorismo palestinese non ne faceva inspiegabilmente parte.

Bisogna però ripartire da più lontano, dal 9 ottobre 1982, o forse da tempo prima. Erano gli anni della guerra in Libano, della strage di Sabra e Chatila e del sentimento antisionista che pervadeva una certa sinistra. Il clima in Europa per le comunità ebraiche era pessimo. In tutte le maggiori capitali europee agli ebrei era rimproverato il loro legame con Israele. Un certo antisemitismo aveva ricominciato a circolare e si moltiplicavano gli atti di violenza nei confronti di luoghi ebraici e degli ebrei in generale. Come accadde a Roma, quando poche settimane prima dell’attentato, in un corteo della Cgil, vi fu un gesto gravissimo che apparve e quasi come un segno premonitore. Alcuni manifestanti decisero di deporre una bara da bambino di fronte alla lapide per i deportati sotto la Sinagoga di Roma.

L’avvertimento suonò sinistro, allora come oggi. Per i detrattori d’Israele, gli ebrei da vittime della Shoah si trasformarono in carnefici. Si rimproverava a chi era sopravvissuto ai campi di sterminio che gli ebrei volessero difendersi, che le vittime sacrificali delle follie dell’umanità avessero deciso di vivere come ogni popolo libero avrebbe fatto, riservandosi, se necessario, anche il diritto di reagire. Era una nuova forma di antisemitismo che si rigenerava nell’odio contro Israele.

Fu così che l’Italia decise di vendere, ancora una volta, al miglior offerente gli ebrei , dimenticando che anch’essi erano cittadini italiani. Lo fece per la prima volta quando il Parlamento, con la nobile eccezione dei repubblicani di Spadolini, allora Primo Ministro, e dei radicali di Pannella, meno di un mese prima dell’attentato alla Sinagoga, ricevette con tutti gli onori Yasser Arafat, leader dell’organizzazione terroristica palestinese dell’Olp, allora nota per gli attentati contro gli ebrei in tutta Europa e ancora lontanissima dall’idea di un negoziato politico con Israele. Il tutto in un clima di festosa amicizia con quello che Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, per rivendicare la posizione italiana dopo la crisi di Sigonella e giustificare la decisione di liberare gli assassini dell’ebreo americano Leon Klinghoffer durante il sequestro dell’Achille Lauro, avrebbe tre anni dopo paragonato niente meno che a Giuseppe Mazzini. Paragone decisamente inappropriato, come ha ricordato ieri il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni nel suo discorso alla cerimonia di commemorazione dell’attentato, per il semplice fatto che i rivoluzionari come Mazzini non sparavano ai bambini all’uscita dai luoghi di culto, né agli anziani sulle sedie a rotelle.

L’Italia vendette gli ebrei ai terroristi con il cosiddetto Lodo Moro, l’accordo svelato dall’ex Presidente della Repubblica Cossiga, in base al quale era stato concesso ai terroristi palestinesi di agire liberamente nel suolo nazionale, a fronte dell’impegno di non colpire obiettivi italiani. L’immunità garantita da parte palestinese non riguardava però gli ebrei, quasi che questi non fossero italiani, come quelli colpiti a Roma in quel 9 ottobre di trent’anni fa. L’Italia vendette gli ebrei in modo forse più consapevole e calcolato di quanto si possa pensare. Il giorno dell’attentato, a differenza che in quelli precedenti, non c’era la solita camionetta della polizia a difendere gli ebrei romani. Un’ambigua e inquietante casualità che lascia ombre su una storia da sempre poco chiara.

Per questa ragione oggi c’è una pagina di storia dell’Italia che non può essere chiusa. Ci sono ancora troppi dubbi e troppe responsabilità non accertate. La realtà è che avremmo bisogno di uno scatto d’orgoglio collettivo. Bisogna rendersi conto che quella di Stefano è la storia di un bambino italiano ammazzato, per cui l’Italia non si è neppure data pena di inseguire ed estradare l’unico degli attentatori a cui la giustizia ha dato un nome, Osama Abdel Al Zomar, che vive liberamente in Libia dalla metà degli anni ’80.

Dobbiamo pretendere che il velo d’ipocrisia che ha oscurato la nostra politica internazionale per lungo tempo sia finalmente strappato. Immaginare di rispondere come uno Stato democratico sarebbe una grande vittoria per il paese. Togliere il segreto di Stato su vicende che precedono e accompagnano anche l’attentato alla Sinagoga consentirebbe all’Italia di consegnare, quantomeno al tribunale della storia, i responsabili di quella strage. Un po’ poco forse per chi perse un figlio o un fratello, ma in realtà una grande vittoria per la coscienza di un paese che intende essere civile.


Autore: Daniel Funaro

Laureato in Scienze Politiche e studente di Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma. Ha ricoperto il ruolo di responsabile politico dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia e direttore del mensile dell'organizzazione Hatikwa.

3 Responses to “Trent’anni fa, quando in Italia gli ebrei si potevano ammazzare”

  1. Silvana Bononcini scrive:

    Ottimo articolo, condivido tutto!!

  2. Simone Disegni scrive:

    Perfetta ricostruzione

  3. andrea scrive:

    bellissimo questo articolo e totalmente condivisibile

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