– L’analisi degli effetti delle scelte fiscali è più complessa di quel che qualcuno potrebbe credere. La manovra varata dal Consiglio dei ministri non è uno “scambio Iva-Irpef”: il governo Monti non ha scelto autonomamente di aumentare le aliquote IVA per finanziare la riduzione delle aliquote sull’imposta del reddito delle persone fisiche (dal 23 al 22 per il primo scaglione e dal 27 al 26 per il secondo). L’aumento dell’imposta sul valore aggiunto era già in programma, fissata dal governo Berlusconi (che, secondo un costume affermato, approvava leggi a scoppio ritardato, cioè con entrata in vigore differita) per un’entità addirittura superiore a quella che ci ritroveremo: l’Iva doveva aumentare dal 21 al 23 per cento dal 1 ottobre 2012; Monti aveva già rimandato l’aggravio al luglio 2013; ora, questo è ridotto della metà.

Per amore di verità, quindi, va detto che la manovra del governo tecnico ha ridotto la pressione fiscale per il 2013, sia sul fronte Iva che su quello Irpef. Lo spettro delle alternative era ovviamente vasto, da una maggiore riduzione della spesa pubblica che permettesse di annullare l’aggravio Iva e di consentire il taglio dell’Irpef fino ad un mix diversamente bilanciato di misure. Tuttavia, rispetto a come saremmo stati in assenza della manovra, con la legislazione vigente, pagheremo meno tasse e avremo meno spesa pubblica. Qualcuno dovrà anche provare a dirlo, senza tema di essere travolto dalla folla con i forconi. Fino a qualche giorno fa, chi avrebbe scommesso un euro sulla possibilità che prima delle prossime elezioni politiche la griglia delle aliquote Irpef fosse ritoccata al ribasso? E’ accaduto, ma il dibattito è confuso e inquinato dall’ammuina pre-elettorale e dallo scarso coraggio delle forze politiche, incapaci persino di difendere una manovra di riduzione del carico fiscale.

Ciò detto, è bene riflettere sulla filosofia di fondo della scelta di privilegiare un taglio delle aliquote Irpef rispetto all’Iva: è un tentativo di spostare la tassazione “dalle persone alle cose”, per dirla come la diceva Tremonti (che però non l’ha fatta) e per farla come la stanno facendo in Germania, dove il riequilibrio tra imposte dirette e indirette è un percorso intrapreso negli ultimi anni. Si riduce, seppure leggermente, il carico fiscale sulla produzione di reddito dei lavoratori in Italia e si gravano di più i beni consumati, tra i quali un peso consistente è ricoperto da quelli importati. Un piccolo “effetto svalutazione” che in prospettiva può contribuire in quota parte a rivitalizzare la produzione nazionale e l’export. Stante il calo dei consumi, poi, non è detto che a breve l’effetto complessivo sia davvero negativo per le tasche degli italiani, mentre nel lungo il ritocco al ribasso dell’Irpef dovrebbe stimolare la ripresa.

Monti surprises Italians with tax cut“, scrive il Wall Street Journal, forse più sorpreso dei contribuenti italiani. Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo di ridurre in modo significativo la pressione fiscale sui contribuenti – su tutti i contribuenti – ma questa manovra è una buona notizia, con il premier che prova giustamente a sottolineare come questo sia il frutto della scelta del rigore e della disciplina di bilancio. Ora c’è bisogno che per i prossimi mesi il governo continui a tracciare il solco, se le forze politiche della sua maggioranza gliene daranno ancora la possibilità. Stante ad alcuni importanti episodi degli ultimi giorni (vedi: ddl sulla riforma della professione forense alla Camera e dossier esodati), le nubi coprono l’orizzonte.