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Perché è necessario cedere asset dello Stato

– Fra le ipotesi più controverse in materia economica c’è quella che prevede la cessione di asset in mano allo Stato al fine di ridurre lo stock di debito accumulato.

Le critiche sono varie e trasversali e arrivano dall’intero arco costituzionale con motivazioni diverse.
A destra si paventa la perdita di sovranità; a sinistra la perdita di controllo pubblico nei grandi player industriali nazionali; qualcun altro sostiene che il problema non è il montante di debito pubblico ma la sua sostenibilità futura. Per avvalorare quest’ultima obiezione si cita l’esempio giapponese, caratterizzato da un rapporto su PIL quasi doppio rispetto al nostro, eppure gravato da bassi tassi di interesse, senza considerare che l’economia del Sol Levante ha peculiarità diverse da quelle in cui si muove il sistema degli stati europei.

Il ministero delle finanze calcola il rapporto debito/PIL al 125%, in salita nell’esercizio corrente e per buona parte del 2013. Solo nell’anno successivo dovrebbe iniziare a scendere, per attestarsi su valori fra il 122 e il 123 nel 2015. Questi valori sono al lordo degli impegni sottoscritti a favore del Meccanismo Europeo di Stabilità e basati sull’ipotesi di un aumento nel periodo di 7 punti percentuali delle entrate fiscali.

È indubbio che agendo sul denominatore della crescita il rapporto migliorerebbe ipso facto.
Per troppi anni in Italia sono mancati i fattori di stimolo alla crescita, in primo luogo una politica fiscale corretta e non predatoria. Se la tendenza alla stagnazione dell’economia è, però, così patologica, vuol dire che non possono bastare a far ripartire la macchina produttiva decreti legge in condizioni di necessità e urgenza, ma servirebbero riforme profonde e radicali.

Ma da cosa è composto il debito e chi sono i creditori?
Circa 1600 miliardi sono titoli di Stato emessi e circolanti che andranno rinnovati in un futuro prossimo. La maturità media è di 6 anni ad un tasso ponderato che, per effetto delle tensioni sugli spread degli ultimi 18 mesi, è passato dal 2,6% al 4,2%. Il 44% di questi bond è in mani straniere.

La spesa per interessi sul debito è aumentata, dal 2010 ad oggi, di 20 miliardi: il peso di una manovra finanziaria.
Agire sul tasso, che riflette la sostenibilità del debito nel medio/lungo periodo, non basta. Ridurre il fabbisogno di debito consentirebbe non solo di blindare la sostenibilità, ma anche di ridurre il valore assoluto degli interessi sui conti pubblici.

La quantificazione di asset dello Stato alienabili è stata oggetto di molteplici studi dai quali sono emerse alcune certezze e altrettanti punti oscuri.
La Cassa Depositi e Prestiti, in un lavoro pubblicato nell’autunno 2011, quantificava il patrimonio complessivo ,al netto delle riserve auree, in 1900 miliardi, praticamente l’ammontare del debito pubblico. In questo valore erano compresi beni immobili e terreni, crediti, concessioni e partecipazioni. Queste ultime erano stimate in circa 44 miliardi, un 50% dei quali concentrati nelle 3 principali società pubbliche, Enel, Finmeccanica e Eni.

Più difficile la valutazione degli immobili perché una parte consistente risulta sottoutilizzata o addirittura non accatastata. Il rendimento medio dei fabbricati cosiddetti fruttiferi restituisce uno 0,2% che non ha bisogno di commenti.

Il governo Monti ha lavorato ad un programma di dismissioni attraverso la già citata CdP e la costituzione di un fondo immobiliare, prevedendo per il prossimo triennio un controvalore incassato pari ad 1 punto di Pil, ovvero fra i 15 e i 16 miliardi. Troppo poco, a nostro giudizio, se si vuole riportare in 20 anni il rapporto sul debito sotto 60, come concordato in eurozona.

Una valorizzazione degli oltre 500.000 immobili, buona parte dei quali di pregio e per i quali si può considerare prudentemente un valore di mercato di 368 miliardi (dati elaborati dal Mef), consentirebbe di abbattere rapidamente il debito pubblico di 10 punti, avvicinando la finanza pubblica agli obiettivi sottoscritti.

Al resto dovrebbero pensarci le riforme per la crescita.


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

2 Responses to “Perché è necessario cedere asset dello Stato”

  1. l’eni ha avuto un utile di 6 miliardi e l’enel di 4 miliardi.
    anche da un punto di vista liberista, non si vede perchè si debba vendere società che assicurano cospiscue entrate allo Stato, specie in periodi di mercato fiacco(e quindi vendita sottoquotata).

  2. Costantino De Blasi scrive:

    Da “un punto di vista liberista” le ragioni di una privatizzazione non stanno nella capacità di Enel ed Eni di produrre profitti. Ad ogni modo non a caso ho indicato il controvalore di quelle partecipazioni, non particolarmente significative rispetto al totale del patrimonio valorizzabile.

    Grazie per le sue osservazioni

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