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Il Titolo V è un problema serio, una riforma “per decreto” non è una soluzione seria – 2

– In questo articolo, pubblicato in due parti, Giacomo Canale racconta in breve la storia accidentata del regionalismo italiano, fino all’ubriacatura “federalista” dell’ultimo ventennio e spiega perché oggi sarebbe sbagliato, per l’ennesima volta, forzare la mano e i tempi su di una “riforma manifesto”, per passare da un regionalismo disordinato ad un centralismo soffocante – Parte prima

Parte seconda

Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione è toccato alla Corte costituzionale (come presagiva l’indovinato titolo di un contributo di Antonio d’Atena del 2002: La Consulta parla … e la riforma del titolo V entra in vigore) farsi carico di individuare soluzioni tecniche e procedurali che garantissero gli interessi unitari e il funzionamento cooperativo del sistema, depotenziando, di fatto, gli elementi più innovativi, come la potestà legislativa residuale delle regioni, che avrebbe dovuto rappresentare la rivoluzione copernicana del nostro ordinamento giuridico.

Ciò detto, questo è il momento più sbagliato per mettere mano al Titolo V della Costituzione. In primo luogo, perché questa scelta riproporrebbe in forme diverse l’antico errore di subordinare il regionalismo a condizioni contingenti e di breve respiro della politica, come certamente è il clima di caccia alle streghe che stiamo vivendo.

In secondo luogo, perché si fatica a capire come faccia realisticamente un governo, per quanto di elevato profilo, a concepire e scrivere una riforma così importante in meno di una settimana, che per giunta dovrebbe essere approvata in doppia lettura in poco meno di sei mesi. Questa è pura follia! Infatti, presentare una riforma del regionalismo in questo momento e in queste condizioni temporali, significa costringere le Camere a votare qualunque cosa, senza nemmeno fiatare, pena l’assunzione di responsabilità del fallimento del tentativo di riforma, che oggi equivarrebbe ad una chiamata di correità col malaffare regionale.

In terzo luogo, perché bisogna riaffermare con forza la centralità del Parlamento ed in generale delle assemblee elettive. È ora di chiedersi, infatti, se uno dei reali fattori di criticità della c.d. Seconda Repubblica non sia stato proprio la compressione degli spazi politici delle assemblee elettive a scapito degli esecutivi, con la scusante della governabilità.
Quest’ultimo è un principio fondamentale, ma non può significare la rinuncia alla democrazia. D’altronde, assicurare la governabilità non può significare un governo che decide, con Camere che ratificano. Questo è un modello che l’Italia ha già vissuto sulla propria pelle e la Costituzione è lì a ricordarcelo.

Allora, è bene che il Governo faccia il suo mestiere, che non è quello di riscrivere la Costituzione, né quello di intervenire con decreto legge su questioni che sembrerebbero coperte da riserve di statuto o comunque di legge regionale. Ma questo è un problema all’attenzione della Corte costituzionale e per evidenti ragioni di opportunità, si omette di svolgere qualsiasi ulteriore considerazione in questa sede. Aggiungiamo soltanto che nulla cambia il fatto che nel merito si condividano pienamente le soluzioni indicate dal governo.

Infine, la riforma immediata del titolo V è sbagliata anche per ragioni politiche. Intanto, perché si sbaglia completamente obiettivo. L’opinione pubblica non è infuriata perché il regionalismo italiano è squilibrato. Per capire la rabbia della popolazione non bisogna leggere un pesante manuale di diritto regionale, ma andare al cinema a vedere l’ultimo film della saga di Batman, dove la bella Selina Kyle chiede a Bruce Wayne: “come avete potuto pensare di vivere così alla grande, lasciando così poco per tutti noi”. È questo non c’entra nulla con il regionalismo.

La maggior parte delle persone di questo straordinario Paese oggi tira a campare con poco più, o poco meno, di mille euro e rimane sgomenta ad apprendere che c’è gente, senza arte né parte, che vive da nababbo solo perché ha la fortuna di appartenere ad una oligarchia burocratica e partitocratica. E poco importa che questo avvenga in una regione o in una provincia, in un comune o in Parlamento, oppure in un altro settore di quello che si considera, a torto o a ragione,  il “mondo politico”. Occorre prendere atto, senza demagogie e populismi, che questa è la realtà e questo il senso della sfiducia dell’opinione pubblica.

Allora bisogna tenere distinti concettualmente la sacrosanta necessità di razionalizzare (e comunque ridurre) la spesa pubblica relativa al funzionamento degli organi istituzionali di qualsiasi livello territoriale (ed in generale all’attività politica dei partiti politici) dalla configurazione dell’assetto territoriale della Repubblica, fattore di democratizzazione e partecipazione, come testimonia il fatto che l’adozione di forme di stato regionali e/o federali è stato un dato comune di tutti gli ordinamenti europei occidentali che sono usciti da esperienze totalitarie e autoritarie.

Sarebbe davvero singolare che in nome di una maggiore democrazia, si invocasse un modello di stato unitario che è storicamente il frutto del cesarismo napoleonico. Ciò potrebbe costituire un rimedio peggiore del male, perché dimentico che le fortune elettorali delle formazioni leghiste non erano fortuite, ma basate su un diffuso malessere ancora oggi rimasto insoddisfatto. In altri termini, la “questione settentrionale” rimane lì con tutta la sua potenziale carica dirompente e sarebbe miope rispondere alla richiesta di una maggiore autonomia finanziaria dei territori con un soffocante centralismo.

Pertanto, malgrado tutto, preferiamo mantenere la fiducia in un diverso modello di organizzazione statale, ricordandoci che

“è dividendo e suddividendo la grande repubblica nazionale in queste repubbliche minori da un estremo all’altro della gerarchia, finché si giunga all’amministrazione da parte di ciascun individuo della propria fattoria; attribuendo ad ognuno la direzione di ciò che il suo occhio riesce a sorvegliare direttamente, che tutto verrà realizzato per il meglio”(Jefferson).

E se ciò non dovesse accadere, forse, è anche un po’ colpa nostra. Ma verosimilmente è proprio il rifiuto di questa verità il motivo per cui, oggi come ieri, preferiamo dedicarci alla caccia all’untore piuttosto che interrogarci sulle nostre responsabilità elettorali. Perché Fiorito è stato il candidato più votato nella sua circoscrizione, Formigoni è presidente da una vita, Penati era il principale esponente dell’establishment democratico lombardo … quindi l’amara verità è che una parte considerevole dell’elettorato italiano esprime il proprio consenso elettorale sulla base di logiche clientelari. Ed è questo, ancora oggi, il vero dramma italiano, a dimostrazione che in questi venti anni di continue riforme elettorali e costituzionali, nulla è realmente cambiato, o più correttamente tutto è peggiorato.

Quindi, se si vuole continuare sulla strada del riformismo gattopardesco, si provveda a revisionare il titolo V della Costituzione in fretta e furia, sapendo però che anche stavolta nulla cambierà. Anzi, sarà sicuramente peggio!


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

2 Responses to “Il Titolo V è un problema serio, una riforma “per decreto” non è una soluzione seria – 2”

  1. marcello scrive:

    Si devono ringraziare Berlusconi e Bossi che hanno affossato quel minimo di riforme costituzionali che si stavano facendo e che prevedevano la camera delle regioni.

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