di CARMELO PALMA – Se gli appalti di lavori potessero essere aggiudicati tutti a trattativa privata, il tasso di corruzione crescerebbe naturalmente. Regole “sbagliate” incentivano comportamenti “sbagliati”. Non è raro che sia la legge – o in generale un difetto di regolazione – a costituire la causa istituzionale (anche se non morale) del malaffare.

Nel caso dei sistemi elettorali, che in positivo non sono mai sistemi perfetti, il voto di preferenza è invece un meccanismo “perfetto”, ma in negativo. Si riduce naturalmente la trasparenza, la concorrenzialità e l’efficienza del mercato politico e, al di là delle apparenze, si deteriora dal punto di vista quantitativo e qualitativo la rappresentatività delle assemblee elettive. Le preferenze raccolte dagli eletti possono essere moltissime, ma sono sempre pochissime rispetto ai voti espressi dagli elettori. E i voti “comprati” o “affittati”, anche legalmente, hanno un costo politico molto più salato.

L’impressione suscitata stamane dalle inchieste milanesi finirà ora irrimediabilmente affogata nel chiacchiericcio moralistico e scandalistico. Se le accuse siano tanto solide quanto gravi, non lo sapremo né domani, né dopodomani, né lo scopriremo con la curiosità pettegola per il particolare di costume. Non avevamo però bisogno della non-notizia per scoprire che le preferenze sono il canale con cui gli interessi criminali possono non solo infiltrare, ma stabilmente colonizzare il sistema politico con propri uomini o con uomini “di servizio”.

Le preferenze godono tuttora di un favore discreto nell’opinione pubblica e entusiastico nella classe politica. Prima di quest’ultimo incidente la Commissione affari costituzionali del Senato si apprestava a licenziare (con il voto di tutti, ripeto tutti, i gruppi politici) un testo base che reintroduceva le preferenze nella legge di riforma elettorale per Camera e Senato. Alla base di questo rinnovato e immeritato successo, ci sono ragioni storiche e culturali, come l’inclinazione al particolarismo politico e l’abitudine alla negoziazione “privata” del voto e banalmente congiunturali, di cui la tenzone tra Renzi e D’Alema (il grande sponsor delle preferenze in casa Pd) è un esempio da manuale. Le preferenze consolidano infatti l’organizzazione feudale dei partiti e inceppano il meccanismo maggioritario delle primarie.

Una risposta responsabilmente politica allo scandalo, ancora tutto da dimostrare, di Milano sarebbe metterne in discussione la dimostratissima causa. Le preferenze non restituiscono il voto ai cittadini, ma lo consegnano a “grandi elettori” invisibili o poco presentabili e presentano il conto ai contribuenti, gonfiando i bilanci pubblici dei debiti politici degli eletti al guinzaglio.