Lo Stato padrone di Chavez ha vinto ancora contro la responsabilità individuale

– Che novità: in Venezuela ha vinto le elezioni Hugo Chavez. Resterà al potere per altri sei anni, nel suo terzo mandato. E con questo faranno 19 anni ininterrotti di governo. Aspira a bissare il record di Fidel Castro? Se la salute glielo permette, può anche farcela. Il problema, per lui, è che l’opposizione inizia a farsi sentire.

Henrique Capriles, più giovane e liberaldemocratico, “rischiava” di vincere. Per la prima volta, in tredici anni, è un candidato emerso da una coalizione che ha messo d’accordo tutte le anime dell’opposizione democratica. Venti partiti in tutto, si sono riuniti nella coalizione Mud (Mesa de Unidad Democratica), una sorta di fronte di liberazione nazionale contro il presidente/caudillo.
Le elezioni sono state relativamente corrette. I numeri lo dimostrano: il presidente è stato riconfermato con il 54,4% dei voti (dieci punti in più rispetto a Capriles), non con un “bulgaro” 98%, come avviene tuttora nelle dittature ex sovietiche. Irregolarità e intimidazioni ce ne sono state, come documenta l’Economist:A certi impiegati pubblici – e il numero degli impiegati statali è raddoppiato, sotto Chavez – è stato sottoposto un questionario obbligatorio in cui si doveva specificare esattamente a chi si sarebbe dato il voto. Come per le tessere elettorali, questi questionari richiedevano anche una firma e un’impronta digitale: non è necessario spiegare che il governo avrebbe avuto la possibilità di controllarli al momento del voto”.

Più che truccate, si potrebbe parlare di elezioni “comprate”: attraverso l’assistenza pubblica. Secondo il quotidiano brasiliano La Folha de Sao Paulo, sarebbero state determinanti le “missioni”: i gruppi di volontari e medici cubani che assistono la gente nelle peggiori favelas del Paese. Ci sono circa 8 milioni di venezuelani che dipendono interamente dagli aiuti di Stato. Essi sanno che li perderebbero, se non votassero il presidente. In generale, solo nell’ultimo anno, la spesa pubblica di Caracas è aumentata del 30%. Un terzo in più.

Dopo 13 anni di Chavez, in una società come quella venezuelana, è difficile compiere una scelta indipendente: tutto, ormai, dipende dallo Stato. Sono ormai più di mille le aziende, locali e straniere, nazionalizzate dal suo governo, incluse le multinazionali Cargill, CocaCola, ConocoPhillips, ExxonMobil, Helmerich&Payne Hilton, McDonald’s , PepsiCo e Wendy’s. Le abitazioni private sequestrate sono circa 400. La terra è in parte collettivizzata: 2 milioni e mezzo di ettari sono stati requisiti dallo Stato per la loro “redistribuzione”. L’indice “Libertà economica nel mondo”, redatto dal Cato Institute, proprio perché si basa soprattutto sulla valutazione della protezione dei diritti di proprietà, classifica il Venezuela ultimo nel mondo, su tutti i Paesi scrutinati.

Non c’è libertà di stampa ed è possibile sentire quasi una sola voce da radio e televisioni. Dopo la chiusura o il sequestro di emittenti e testate “nemiche”, il governo può contare (oltre che sul suo canale nazionale) anche su una potenza di fuoco mediatica di 244 stazioni radio e 36 canali televisivi, teoricamente privati, ma “sponsorizzati” da Chavez. Freedom House ha classificato il Venezuela agli ultimi posti della libertà di stampa: è 166mo su 191 Paesi valutati.

In un contesto simile, è facile subire i peggiori flagelli del regime chavista. Come il collasso dell’ordine pubblico: gli omicidi, dal 1999 ad oggi, sono stati circa 120mila, uno dei peggiori tassi di criminalità di tutta l’America Latina. Gli assassinii sono quadruplicati da quando è al potere Chavez. Le condizioni dell’economia sono talmente disastrose che, come nella Romania di Ceausescu, ben 15 regioni su 23 subiscono regolarmente vasti blackout.
Eppure è possibile che… ai venezuelani piaccia così. Un governo forte, che silenzia le voci di opposizione, nazionalizza tutto e rende chiunque dipendente dallo Stato. E’ una via comoda, deresponsabilizzante, che ha il suo fascino. Pur essendo violenta e pericolosa, può ancora far sognare utopie, in patria e all’estero.

Fausto Bertinotti, intervistato dal Corriere della Sera, esalta il modello sociale venezuelano:Un modello che si può discutere – dice l’ex leader di Rifondazione Comunista – che passa dalle case date ai poveri e arriva a una politica forse troppo assistenzialista: ma che ha la forza di essere stato creato addosso a quel Paese, tagliato su misura come un sarto taglia un vestito. Non sfuggirà anche ai più tenaci nemici di Chávez che il Venezuela è il paese sudamericano dove minore è la distanza tra poveri e ricchi”. Chavez ha effettivamente ridotto il numero di persone al di sotto della soglia di povertà, dal 47% del 1998 al 27% attuale. Rendendo i poveri dipendenti dagli aiuti statali, come abbiamo visto. E impoverendo i ricchi, tramite la massiccia espropriazione delle loro terre e aziende.

Al netto di errori, anche grossi, come l’amicizia con l’Iran e qualche altra tentazione luciferina, al netto di tutto questo Chavez resta l’artefice, il protagonista d’una sperimentazione concreta di lotta contro la povertà”, dichiara Nichi Vendola, leader di Sel e candidato alle primarie del Pd.Le nostre felicitazioni per l’ennesima, limpida vittoria del presidente Hugo Chavez nelle elezioni in Venezuela – recita il comunicato di Paolo Ferrero, attuale segretario nazionale di Rifondazione Comunistaè la conferma della volontà popolare di continuare il processo della rivoluzione bolivariana che dura da 14 anni. Si rafforza così il percorso di trasformazione sociale in America Latina contro il neoliberismo”.

Se i comunisti nostrani esultano, allora qual è la differenza fra il comunismo e il socialismo di Chavez? Se lo chiedeva, decenni fa, anche la filosofa e scrittrice Ayn Rand. E poteva già giungere ad una conclusione: “Non c’è alcuna differenza fra comunismo e socialismo, tranne il metodo con perseguono il loro obiettivo finale: il comunismo propone di schiavizzare gli uomini con la forza. Il socialismo con il voto. E’ la stessa differenza che c’è fra l’omicidio e il suicidio”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Lo Stato padrone di Chavez ha vinto ancora contro la responsabilità individuale”

  1. marcello scrive:

    Il socialismo, non quello democratico, doveva essere una fase di transizione verso il comunismo, in cui spariva lo stato e ciascuno aveva secondo i porpri bisogni.
    Nell’epoca attuale il comunismo marxista non è esistito mai e allo stato dei fatti è irrealizzabile perché è difficlie conciliare le diverse esigenze. Quelli che ci hanno provato hanno creduto, di solito in mala fede, di saper interpretare le esigenze del popolo, ma imponendo in modo autoritario la loro volontà.

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