Categorized | Capitale umano

Il Titolo V è un problema serio, una riforma “per decreto” non è una soluzione seria – 1

– In questo articolo, pubblicato in due parti, Giacomo Canale racconta in breve la storia accidentata del regionalismo italiano, fino all’ubriacatura “federalista” dell’ultimo ventennio e spiega perché oggi sarebbe sbagliato, per l’ennesima volta, forzare la mano e i tempi su di una “riforma manifesto”, per passare da un regionalismo disordinato ad un centralismo soffocante.

Non sono necessari dati statistici per comprovare come oggi l’istituzione regionale goda di scarso credito. I noti fatti di malcostume hanno avuto ampia eco e posto al centro del dibattito il ruolo delle regioni, facendo tornare in auge inaspettatamente il modello centralista, da cui sembrava discendesse ogni umano male appena qualche anno fa.  Ora sembra che il Governo abbia già pronto un disegno di legge costituzionale che riscrive il Titolo V della Costituzione. Un’altra medaglia al valore del Governo Monti! Ma è proprio così?

Se si ripercorre rapidissimamente la storia del regionalismo italiano, si noterà che essa è legata da un sottile filo comune: l’enorme incidenza delle contingenze politiche di corto respiro. L’errore è antico e addirittura congenito fin dalla nascita del regionalismo. Infatti, contrariamente a ciò che si può credere, in Assemblea Costituente vi era inizialmente una maggioranza antiregionalista. La relazione introduttiva dell’on. Ruini, che definisce l’ordinamento regionale come “l’innovazione più profonda introdotta dalla Costituzione”, non riscuote un diffuso consenso. A difenderlo non vi sono che i democristiani e i repubblicani, più gli azionisti, mentre i contrari sono proprio i liberali – con deputati del calibro di Nitti e di Croce che esprimono la preoccupazione che l’istituzione regionale possa minare l’unità della nazione – e i partiti di sinistra (comunisti e socialisti).  La posizione di questi ultimi però subisce un radicale capovolgimento in occasione della crisi del maggio 1947, nella quale le sinistre sono estromesse dal governo.

Come è noto, questo evento segna la fine della collaborazione tra i principali partiti, che aveva contraddistinto con successo la lotta partigiana e l’inizio della “normalità” repubblicana, in cui prevale l’asprezza della contrapposizione ideologica tra le forze politiche “atlantiche” e quelle “frontiste”. Questo evento è alla base del cambio di posizione dei due partiti di sinistra come dimostra da un lato la contestualità del dibattito parlamentare sulla crisi di governo (sedute dal 9 al 21 giugno 1947) e sulle autonomia (sedute dal 27 maggio al 22 luglio), e dall’altro l’intervento dell’On. Laconi (PCI) nella seduta del 12 giugno, il quale afferma che: “…particolarmente in quest’ultimo periodo, guardando intorno a noi e vedendo l’avviamento che va prendendo la situazione italiana, ci si è prospettata la necessità o l’eventualità di accedere a soluzioni diverse, di prendere in considerazione un rafforzamento degli enti locali che giunga anche a dare alla regione un volto autonomo. (…). Ed è per questa ragione, soprattutto per questa ragione, che accediamo a questa soluzione intermedia: ordinamento regionale contenuto nei limiti che non pregiudichino l’unità politica del Paese ma capace, ove si renda necessario, nel corso degli eventi, di fare delle regioni dei solidi presìdi della libertà e della democrazia”.

In definitiva, le sinistre, estromesse dal governo centrale, intravedono nelle regioni nuovi spazi di affermazione politica. Ma anche le forze politiche più autonomiste mutano parzialmente la loro posizione, rinunciando alla possibilità di conferire una potestà legislativa esclusiva alle regioni in favore di una sola, data dalla fusione di quella integrativa e concorrente, in quanto ora prevale l’esigenza di non indebolire eccessivamente il governo centrale.

L’accordo politico trova la sua traduzione costituzionale in un progetto regionale sovrastato dai seguenti fattori “centralistici”:
–    la previsione del limite necessario dei principì “statali” sia per la competenza legislativa concorrente, sia per quella piena (o primaria) delle sole regioni ad autonomia speciali e province autonome;
–    il limite dell’interesse nazionale alla legislazione regionale;
–    il ruolo di indirizzo e coordinamento della funzione amministrativa;
–    il ruolo tutorio dello Stato attraverso un sistema dei controlli, di merito e di legittimità, sugli atti e sugli organi;
–    il potere di fissare le forme e i limiti dell’autonomia finanziaria delle regioni;
–    l’asimmetria procedimentale nei giudizi in via principale dinanzi alla Corte costituzionale, dove lo Stato poteva attivare un sindacato di tipo preventivo, mentre le regioni potevano impugnare le leggi statali solo in via successiva.

Ciononostante, proprio per non indebolire il governo centrale, si assiste al cosiddetto ostruzionismo della maggioranza nell’attuazione dell’ordinamento regionale, che, come noto, avverrà soltanto nel 1970, con l’istituzione delle regioni ordinarie.

Ma anche l’attuazione del regionalismo risponde a motivi di contingenza politica. E’, infatti, un dato comune che l’istituzione delle regioni abbia risposto anche alla necessità di creare spazi politici ai partiti di opposizione e, soprattutto, di dare prospettive di carriera e sistemazione al personale partitico, tant’è che i partiti sono stati molto attenti a fare in modo che il sistema politico regionale diventasse una mera e subordinata emanazione di quello nazionale (Fusaro), mentre il monito profetico di uno studioso francese già allora avvertiva che il successo dell’ente regionale sarebbe dipeso dal grado di emancipazione dei sistemi politici locali dai partiti nazionali fortemente centralizzati (Palazzoli). Il successo delle liste leghiste all’inizio degli anni novanta rilancia la questione regionale, divenuta nel frattempo, a parole, la questione federale, con l’improvviso esplodere delle vocazioni federaliste in tutti i partiti.

Tutti i partiti si scoprono federalisti e provano con alterne fortune a dimostrarlo con “vocazioni maturate in pochi mesi o addirittura settimane – scrive Augusto Barberanella primavera del 1995, al momento della formazione del governo Dini e alla vigilia delle elezioni regionali , vale a dire nel momento in cui la Lega, ribaltata la alleanza con Berlusconi, diviene l’ago della bilancia per qualunque maggioranza di governo. La Commissione D’Alema nel biennio 1997-1998 si spinge più avanti ma si arena a causa delle note difficoltà politiche insorte fra la maggioranza di centrosinistra e l’opposizione di centro destra che aveva recuperato la Lega di Bossi. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, in funzione tattica, nel (vano) tentativo di catturare voti dell’elettorato leghista, la maggioranza di centro sinistra, con una mossa improvvisa, stralcia il pezzo “federalista” della proposta della Commissione e procede a tappe forzate alla riforma del Titolo V della Costituzione”.

Il vero elemento differenziale rispetto all’elaborazione originaria del regionalismo è che, stavolta,
non vi è una traduzione costituzionale adeguata della volontà politica o più verosimilmente il processo di revisione è troppo frettoloso e approssimato, per cui la formulazione testuale delle singole disposizioni presenta gravi manchevolezze (si pensi all’inserimento di materie strategiche  energia, reti nazionali di infrastruttura nella potestà legislativa concorrente) e, soprattutto, il disegno generale è confusamente squilibrato, essendo venuti meno tutti i presidi unitari.

(continua)

 


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “Il Titolo V è un problema serio, una riforma “per decreto” non è una soluzione seria – 1”

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Posted on 11 ottobre 2012. Tag: Barbera, Canale, Costituzione, federalismo, regionalismo, riforme, Titolo V – In questo articolo, pubblicato in due parti, Giacomo Canale racconta in breve la storia accidentata del regionalismo italiano, fino all’ubriacatura “federalista” dell’ultimo ventennio e spiega perché oggi sarebbe sbagliato, per l’ennesima volta, forzare la mano e i tempi su di una “riforma manifesto”, per passare da un regionalismo disordinato ad un centralismo soffocante – Parte prima […]