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A Brera i privati fanno paura (ad alcuni)

– Quasi generalizzato è lo stato di precarietà manifesta, contrassegnata da criticità recenti e passate, che impedisce, non solo alle aree all’aperto ma anche alle tante strutture museali, di esplicitare le loro enormi potenzialità.
Da Reggio Calabria (Museo Archeologico Nazionale) a Napoli (Museo Archeologico Nazionale e Museo Nazionale di Capodimonte), da L’Aquila (Museo Nazionale D’Abruzzo) a Palermo (Museo archeologico regionale “Salinas”, Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea e Albergo dei Poveri), da Locri (Museo archeologico Nazionale e Museo e Museo di Arte Contemporanea) a Taranto (Museo archeologico).

Fino a Brera. Insomma una macchina di grossa cilindrata che su pista, in una competizione, si fa andare ben al di sotto di quanto potrebbe. Collezioni di arte antica, moderna e contemporanea, a seconda delle circostanze, esposte in spazi inadeguati che ne mortificano, non di rado lo straordinario valore. Con allestimenti vecchi e strutture che nei pavimenti e nelle pareti mostrano la necessità di urgenti interventi.

Prodotti dell’umana capacità, per mancanza di spazi espositivi, costretti a rimanere stipati per sempre in magazzini malsani. Un patrimonio quasi sterminato di opere d’arte che richiederebbero di mostrarsi in luoghi adatti. Che non abbiamo o che, quando ci sono, avrebbero bisogno di investimenti. Insomma un stato delle cose generalmente preoccupante. Con situazioni per le quali, in mancanza di sufficienti risorse statali, si prospetta una ignominiosa “sopravvivenza”. Stentata.

Poi, ecco, alla fine del giugno scorso la conversione in legge del decreto sullo Sviluppo varato dal Ministro Passera, che oltre a prevedere misure su edilizia, trasporti e settore energetico, all’articolo 8, ha stabilito che “a seguito dell’ampliamento e della risistemazione degli spazi espositivi della Pinacoteca di Brera e del riallestimento della relativa collezione, il Ministro per i beni e le attività culturali, nell’anno 2013, costituisce la fondazione di diritto privato denominata “Fondazione La Grande Brera”, con sede in Milano, finalizzata al miglioramento della valorizzazione dell’Istituto, nonché alla gestione secondo criteri di efficienza economica”.

Immediato il putiferio. Esperti e storici dell’arte contro quelle norme. Che a loro dire preparerebbero la ritirata dello Stato. La preoccupazione di quei “noti” sfocia in una lettera inviata al Presidente della Repubblica, a quello del Consiglio e al Ministro dei Beni Culturali per esprimere i loro dubbi e opporsi al contenuto del decreto. Una serie di interventi sui quotidiani nazionali a motivare i perché dei loro “no”. Partendo da quello di Tomaso Montanari su Il Fatto del 9 Agosto e l’altro di Vittorio Emiliani sull’Unità del 20 Agosto. Poi molti altri. A destare le maggiori preoccupazioni, oltre naturalmente al caso specifico (Brera con la Pinacoteca nazionale e i suoi beni, mobili e immobili e il personale), la possibilità che essa possa costituire l’incipit di una operazione più articolata. Che così possa avviarsi un “effetto contagio” – pericolosamente perverso, per i firmatari dell’appello.

Come se tutto andasse bene. Oppure, ma questo è probabilmente un inconfessabile pensiero per gli statalisti “a prescindere”, come se, piuttosto che lasciare spazio ai privati, fosse meglio continuare così. Con un numero di visitatori generalmente molto scarso. Le sale spesso luoghi silenziosi, “profanati” solo da studiosi e personale addetto alla sorveglianza. Come raccontava nei primi giorni di Marzo, Sandrina Bandiera, Soprintendente e Direttore della Pinacoteca di Brera, sulle pagine del Sole 24 Ore, ricostruendo la storia della Pinacoteca negli ultimi cinquant’anni.

Prima, nel 1950, la riapertura al pubblico con una spesa di 50 milioni di lire coperta dalla Stato, dopo la distruzione dell’ultima guerra mondiale. Più tardi, negli anni Settanta, l’inizio del declino. E il succedersi di alcuni progetti non realizzati. Con i soprintendenti Gian Alberto Dell’Acqua e Franco Russoli a denunciare l’inadeguatezza dei finanziamenti statali, la totale assenza di aiuti per la manutenzione delle strutture dell’intero Palazzo di Brera, le carenze di personale e, soprattutto, gli spazi inadeguati alle necessità di un museo moderno.

Per questo nel 1972 opportunamente venne deciso da parte del Demanio di acquistare, per un miliardo e 148 milioni, il vicino Palazzo Citterio. Dapprima ceduto alla Soprintendenza per i Beni Architettonici, poi, nel 1974 riconsegnato al Demanio che lo trasferì alla Soprintendenza alle Gallerie. Alcuni anni fa il Palazzo è stato riconsegnato alla Soprintendenza ai Beni Architettonici perchè provvedesse alle necessarie opere di manutenzione. Per interessamento degli Amici di Brera con finanziamenti della Fondazione San Paolo ne fu progettata la ristrutturazione che non fu realizzata, fatta eccezione per alcuni interventi alle fondazioni.

Ancora. Nel 2008 venne bandita una gara per l’attuazione del progetto cosiddetto “Brera in Brera”, limitata al solo palazzo di Brera, vinta da Mario Bellini e Associati. L’intenzione quella di trasferire l’Accademia di Belle Arti e allargare la Pinacoteca per aumentare gli spazi espositivi. In modo da poter allestire le circa 800 opere non esposte. Anche in questo caso non se ne è fatto nulla.

Mentre risulta impossibile apportare quei significativi miglioramenti, che accrescerebbero l’appeal nei confronti dei visitatori, i costi per così dire “di gestione” della struttura esistente continuano ad essere considerevolissimi. La situazione economica del museo è quindi di un continuo disavanzo che si è accumulato negli anni. Al termine del 2010 era di 987.907 euro, e si è sommato a quello dell’anno precedente di 217.254 euro. Lo stanziamento ministeriale del novembre 2011 di circa 550 mila euro ha sanato parzialmente la situazione, ma l’importo concesso dal Ministero relativo al nuovo progetto di gestione 2012 sarà di 400 mila euro.

Sandrina Bandiera, consapevole della pericolosa, perché senza soluzione, impasse, proponeva la costituzione di un Polo museale con il Cenacolo, l’altro museo statale milanese, e poi il restauro di Palazzo Citterio. Operazione quest’ultima per la quale servirebbero a suo parere tra i 12 e i 20 milioni di euro. Ma non dimenticava come si dovesse porre mano anche al risanamento di Brera, alla riqualificazione del piano terreno, al restauro della collezione dei Gessi dell’Accademia di Belle Arti e della Chiesa di Santa Maria di Brera e al recupero dell’Orto Botanico.

Richieste inascoltate. Soprattutto per questo la creazione della Grande Brera. Avversata da alcuni, sostenuta da altri. Sia tra l’opinione pubblica che tra le forze intellettuali, fermamente convinte della necessità di gestioni più efficienti e privatistiche. Delle quali la Fondazione dovrebbe costituire l’esemplificazione. Svolgendo il ruolo di attrattore di contributi da fondazioni bancarie e altri soggetti indispensabili.

Le proposte di chi afferma che basterebbe defiscalizzare gli interventi dei privati e trattenere gli incassi per dare ossigeno a Brera, più che tardive appaiono, al momento, irrealizzabili. Le contrarietà all’istituzione di una Fondazione sembrano più ideologiche che reali. Forse, ancora più semplicemente, sono dovute a una conoscenza superficiale della grave situazione di Brera. Che per risollevarsi avrebbe probabilmente bisogno di solide certezze, che forse neppure la Fondazione può assicurare. Ma anche di un dibattito sereno tra i sostenitori delle tesi diverse. Che, come spesso accade in Italia, non c’è.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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