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La Siria vista da Israele, Israele vista dalla Turchia

– Dopo ormai quasi una settimana di scontri tra Ankara e Damasco il rischio di confronto armato convenzionale, di una guerra, si fa quotidianamente più alto.

Le relazioni tra i due paesi, sino allo scoppio delle rivolte nei paesi arabi, sono state fondamentalmente amichevoli a partire dal 2003, anno in cui Ankara si rifiutò di aderire alla coalizione che entrò in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. La collaborazione anche in senso strategico, inoltre, faceva parte della strategia turca targata Erdogan del “zero problemi coi vicini” che risultava utile ad Ankara per aumentare il proprio ruolo nello scacchiere mediorientale a scapito dell’Iran e a Damasco per trovare un importantissimo appoggio diplomatico in funzione anti-israeliana.

La massiccia repressione delle proteste da parte dei soldati fedeli al regime di Bashar al-Assad, ancora prima che queste divenissero guerra civile, le ha però portato la fine dell’appoggio della Turchia che non poteva più permettersi un partner così scomodo. Nell’ambito di questo conflitto, uno spettatore molto interessato ai suoi possibili sviluppi è senza ombra di dubbio Israele. Gli eventi e i loro possibili evoluzioni, infatti, oltre a condizionare i suoi rapporti diretti con la Siria, hanno enorme rilevanza nelle questioni strategiche riguardanti l’Iran e le già citate pessime relazioni diplomatiche con la Turchia.

Ad oggi, la caduta del regime di Assad è improbabile, poiché le pressioni internazionali da parte della Cina e, soprattutto, della Russia (che è tuttora un alleato strategico) rendono più percorribile una – pur ardua – via diplomatica o quella di un intervento di un contingente ONU che cristallizzerebbe le posizioni. Ad ogni modo, essendo la situazione molto fluida, Tel-Aviv è costretta a considerare tutte le possibilità. Un’opera diplomatica che desse qualche garanzia a Mosca potrebbe aprire la strada ad altri scenari, come potrebbe farlo anche un’eventuale vittoria di Mitt Romney alle Presidenziali americane, poiché l’ex governatore del Massachussetts ha un approccio decisamente più interventista rispetto all’attuale Presidente Obama.

L’area mediorientale, notoriamente una polveriera da sessant’anni a questa parte, potrebbe anche trovare un nuovo assetto da un’eventuale soluzione definitiva della crisi siriana. Un intervento militare turco presumibilmente schiaccerebbe il regime di Assad, il cui esercito è costantemente indebolito dall’inoltrarsi della guerra civile, e potrebbe provocare tutta una serie di reazioni a catena.

In primis, porterebbe un indebolimento strategico dell’Iran, unico vero alleato del regime Ba’th, il che per Tel-Aviv sarebbe un indubbio vantaggio qualora volesse intervenire direttamente per fermare il programma nucleare del regime degli Ayatollah. Secondariamente, una Siria occupata faciliterebbe anche le spinte centrifughe delle popolazioni non arabe e una sostanziale “balcanizzazione” dell’area.

I primi a beneficiarne sarebbero i curdi, che già hanno uno Stato semi-indipendente di fatto nel Kurdistan Iracheno e che potrebbero, appunto, beneficiare dal crollo del regime e proclamarsi indipendenti. Peraltro, ciò rafforzerebbe anche i curdi di Turchia (con il loro braccio armato rappresentato dal PKK), il che renderebbe l’intervento armato di Ankara un’arma a doppio taglio. Un rafforzamento dei problemi interni rappresenterebbe un problema per uno Stato come la Turchia che ambisce a diventare la potenza regionale di riferimento.

D’altra parte, l’annientamento del regime di Assad potrebbe essere decisivo per quanto riguarda, per esempio, le Alture del Golan che, com’è noto, sono occupate e amministrate da Israele ma sono formalmente nella giurisdizione siriana. L’accentuarsi della guerra civile sta provocando un considerevole aumento delle richieste di cittadinanza israeliana delle popolazioni residenti, fino ad ora tenacemente contrarie a considerarsi sotto il governo di Tel-Aviv.

Israele quindi si trova in questo momento al centro di tutta una serie di eventi che rischiano di marchiare indelebilmente il futuro del Medio Oriente. La possibile nascita di uno Stato curdo indipendente che indebolirebbe la Turchia e l’altrettanto possibile fine della presenza strategica iraniana in quest’area segnerebbero cambiamenti epocali che avrebbero una portata anche maggiore di quella della fine del regime egiziano di Mubarak. Occorre dire, comunque, che un protrarsi ulteriore della guerra civile, ma anche una sua eventuale cristallizzazione, potrebbe portare a una “esportazione” di essa nel fragile Libano (quindi al confine) dove, in particolare nella parte settentrionale e nella città di Tripoli, vi sono già scontri tra alawiti e Sunniti.

In mezzo a tutti questi possibili sviluppi, comunque, un dato è già assodato: la guerra civile siriana ha portato alla fine della collaborazione del regime di Assad con Hamas, che lo ha dovuto sconfessare a causa del forte consenso popolare che la rivolta sunnita ha nella Striscia di Gaza.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

4 Responses to “La Siria vista da Israele, Israele vista dalla Turchia”

  1. gene scrive:

    nel suo articolo si evidenzia il suo schieramento antisraeliano molto settario . …..”Tel-Aviv è costretta a considerare tutte le possibilità…..”,perche citare tel aviv ,forse perche risiede il parlamento oppure perche è sede del governo israeliano????nulla di tutto ciò,la capitale di israele è gerusalemme anche se per motivi politici non riconosciuta a livello internazionale ,tel aviv è una ridente città d’israele con bellissime spiagge un intensa vita notturna dove risiedono numerose ambasciate …..punto

  2. Antonio Mastino scrive:

    Gentile lettore,
    cito Tel-Aviv per consuetudine geopolitica. Gerusalemme non è ancora riconosciuta ufficialmente come capitale dalla comunità internazionale, per cui, cercando il distacco che l’analisi impone, ho preferito utilizzare Tel-Aviv. Le consiglio, anche nella lettura di articoli con firme molto più autorevoli della mia, di evitare tanta emotività perché rischia di lasciarsi sfuggire il nodo delle questioni.

    Cordialità
    AM

  3. gene scrive:

    definire e citare ….”Tel-Aviv per consuetudine geopolitica”… è un errore,ogni stato decide quale deve essere la propria capitale, gerusalemme è la capitale dello stato d’israele,creata dal popolo ebraico oltre 3000 anni fa gia capitale del regno ai tempi di davide e salomone,continuare a tenere la sua posizione,dicendo che firme molto più autorevoli della sua fanno lo stesso non è una giustificazione,sempre errore si tratta,è ovvio che parlando di medio/oriente scrivere che le decisioni politiche dello stato d’israele partono da tel aviv rischia di banalizzare tutto l’articolo. cordiali saluti

  4. Antonio Mastino scrive:

    Le assicuro che banalizza molto di più accapigliarsi su Gerusalemme o Tel-Aviv.
    Cordialità

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