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Perché il ‘polo riformatore’ deve fare le primarie

– In un sistema politico come quello italiano che da sempre tende a favorire gli incumbent, Matteo Renzi non può certo essere considerato il favorito nelle primarie del Partito Democratico, ma da quello che stiamo vedendo le sue chance stanno crescendo di giorno in giorno.
Va riconosciuto al PD di aver costituito un’infrastruttura di regole che può portare a successioni interne e che può fare crescere nuove leadership, in un panorama politico in cui prevalgono i partiti biografici, quelli che coincidono con il ciclo politico di un unico capo carismatico.

Oggi molti elettori non di sinistra guardano con interesse ed in certi casi persino con speranza alla corsa del sindaco di Firenze e questo fatto dovrebbe indurre parecchi a riflettere. Se tanta gente oggi si trova, in buona sostanza, a fare il tifo nel campionato altrui è perché finora è sempre stata privata di un proprio campionato – privata di una competizione trasparente di persone e di idee nella parte politica nella quale naturalmente tende a collocarsi.

I partiti che finora hanno coperto l’area liberale, moderata e conservatrice hanno drammaticamente sottovalutato l’esigenza di aprirsi creando le condizioni formali e sostanziali per garantire il pluralismo interno ed il ricambio,
Quando il centro-destra non ha assomigliato ad una monarchia assoluta, è perché al massimo ha assomigliato ad una federazione di monarchie assolute e si è lasciato per anni che le sue dinamiche si risolvesssero nei rapporti di forza tra pochi leader – sempre gli stessi. Nei fatti l’unica alternativa alla leadership incostrastata di Berlusconi era di volta in volta chiedersi “E ora cosa fa Bossi?”, “Cosa fa Fini?”, “Cosa fa Casini?”. A parte questa limitata variabilità, per diciassette anni praticamente niente è successo sotto il sole ed il cesarismo e la cooptazione hanno rappresentato i principali meccasnismi di carriera politica – al punto da creare nel tempo uno scollamento sempre più profondo tra il centro-destra ed il paese reale.

E’ chiaro che oggi è necessario offrire a quanti non si sentono rappresentati dal PD, dal punto di vista filosofico e programmatico, un’alternativa che possa essere effettivamente percepita come credibile ed in sintonia con la società.
In un contesto come questo il nuovo polo riformatore della cui costituzione si sta discutendo in queste settimane non può eludere la necessità di dotarsi di strumenti di democrazia interna che garantiscano adeguata pluralità e contendibilità, incluso in primo luogo il ricorso – il più possibile esteso – alle elezioni primarie.

Peraltro, in questa fase, lo spazio politico non pidiellino e non di sinistra è occupato da un certo numero di partiti e movimenti che faticano a trovare un comune denominatore.
C’è il movimento di Oscar Giannino che appare il più determinato a pretendere discontinuità – anche nei nomi – rispetto alla Seconda Repubblica; c’è la “cosa” di Montezemolo la cui forza relativa dipenderà in gran parte da quanto il presidente della Ferrari avrà intenzione di spendersi personalmente; ci sono alcuni ministri del governo Monti interessati a convertirsi ad una posizione più classicamente politica; e poi ci sono i partiti che provengono dall’esperienza del Terzo Polo, l’UDC e FLI.
E’ un quadro attualmente frastagliato e conflittuale, nel quale non si sta delineando in questa fase una competizione aperta e trasparente, ma piuttosto assistiamo ad una lunga serie di mosse tattiche che fanno perdere tempo prezioso e possono conferire un vantaggio decisivo ad un partito, come il PD, che invece ha già avviato il suo processo di selezione della leadership per le elezioni del 2013.

E’ evidente che tra le varie forze politiche alla ricerca di uno spazio alternativo a PD e PDL sussistono elementi significativi di divisione.
Uno di questi è la posizione nei confronti del governo Monti, in quanto esiste una contrapposizione tra chi sembra schierarsi con il premier perinde ac cadaver e chi viceversa ritiene che l’attuale esperienza di governo non rappresenti ancora una discontinuità rispetto alle politiche stataliste del tassa e spendi che hanno contraddistinto anche gli esecutivi precedenti.
Forse ancora più rilevante è, poi, la contrapposizione tra “vecchi” e “nuovi” – da una parte i riflessi “difensivi” dei partiti organizzati del vecchio terzo polo e la la loro rivendicazione di legittimità nel prendere parte al nuovo soggetto, possibilmente per guidarlo, dall’altra la ricerca della “rottura” invocata da chi per la prima volta si presenta attivamente nell’agone politico.

Il problema che si sta ponendo era abbastanza prevedibile e forse andrebbe affrontato in un’ottica di pragmatismo.
E’ chiaro che non è pensabile che le classi dirigenti di UDC e FLI scelgano un ordinato suicidio, così come all’opposto non si può pensare che Fermare il Declino ed Italia Futura possano accettare di riconoscere come rinnovamento un’UDC allargata, impreziosita da qualche inserto dalla società civile.

Nella pratica, se esiste una possibilità di comporre questo conflitto, questo passa proprio dall’organizzazione di vere primarie, alle quali magari corrano – perché no – Giannino, Montezemolo, Fini e Casini. La chiave, in altre parole, sta in un accordo sulla base del quale i “nuovi” non pretendono di squalificare a priori i “vecchi”, ma al tempo stesso i “vecchi” non pretendano di trarre dalla loro posizione di incumbent un diritto automatico a spartirsi il nuovo soggetto.
Saranno i cittadini a decidere quanto è credibile questo o quel candidato, naturalmente tenendo conto della sua eventuale storia passata a suo merito o a suo demerito.

In questo senso, è più che comprensibile che alcune delle new entries della politica, come Fermare il Declino, siano molto restie a “compromettersi” con l’esistente, sia per il discredito in cui si ritrova la politica attuale, sia perché un programma di discontinuità in senso liberista è meno convincente se portato avanti in alleanza con chi è concausa dell’attuale livello di statalismo.
Tuttavia questo timore risulterebbe fondato solo se un eventuale soggetto unitario sorgesse su basi, per così dire, “consociative”, in cui i soggetti fondatori si spartissero i posti secondo i rapporti di forza presunti, ed in cui in definitiva Boldrin dovesse fare squadra con Bocchino.

Le primarie cambiano le cose perché introducono il concetto di competizione e fanno sì che gli esiti del processo non siano una semplice media ponderata delle correnti politiche in ingresso al processo stesso.
Rendiamoci conto che Matteo Renzi non è affatto “sminuito” nella propria carica innovativa dal fatto di stare in un partito in cui ci sono Bersani e Fassina ed anzi è percepito come così dirompente proprio perché fa la sua campagna in in un partito “grande”, che può aspirare a governare, con l’obiettivo di “rottamarne” la vecchia classe dirigente e di ridefinirne in modo significativo i riferimenti politico-culturali.

Quindi, purché ci si doti da subito di elezioni primarie, fare una “cosa grande” non vuol dire fare la sommatoria di UDC, FLI e così via, ma vuol dire piuttosto creare il “campo da gioco” in cui declinare in modo competitivo la dialettica tra innovazione e conservazione ed in cui un nostro outsider, un “nostro” Renzi, possa aspirare ad una leadership di un progetto politico di almeno il 15-20%.
Pensiamoci bene, perché potrebbe davvero essere la quadra.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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