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Meno regioni, meno comuni, zero province, per un sistema di autonomie più efficienti

– Nel decennio che stiamo per lasciarci alle spalle il nostro paese ha sciupato parecchie occasioni. Da quella, di fondamentale importanza, di tornare a crescere a tassi decenti, a quella di poter innovare l’assetto istituzionale dello Stato nel senso di un peso maggiore del sistema delle autonomie locali.

A poco più di dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, il numero dei dipendenti delle amministrazioni centrali è calato in maniera non significativa. La spesa delle amministrazioni locali è cresciuta, ma l’aumento è attribuibile sostanzialmente alle maggiori erogazioni nel comparto sanitario da parte delle Regioni. L’autonomia finanziaria delle stesse amministrazioni locali, misurata dall’incidenza delle entrate proprie sul totale degli incassi, resta attestata su livelli nel complesso modesti. Sono dati che evidenziano un processo di decentramento incompiuto e lasciano intuire ridondanze a livello centrale.

Nell’arco degli ultimi anni si è diffusa la consapevolezza che il problema è rappresentato sia dalla presenza di numerosi livelli di governo intermedi tra Stato e cittadini, sia dalla proliferazione di enti nell’ambito di uno stesso livello.

In questo ambito è intervenuta di recente la spending review promossa dal Governo Monti. Lo ha fatto con l’attenzione che una legge di contenimento della spesa giustamente ha nei confronti dei saldi di bilancio, ma senza l’organicità che gli interventi per il ridisegno della mappa delle autonomia dovrebbero possedere.

La mappa delle Province è ridisegnata facendo affidamento su una coppia di parametri semplici (popolazione e superficie), senza prendere in considerazione la dimensione ottimale dei bacini entro cui erogare servizi a famiglie e imprese. Viene mortificato il ruolo di quella che è forse l’unica creazione istituzionale originale del nostro paese: il Comune. Con l’esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni fondamentali dei Comuni di piccole dimensioni si finisce per allontanare di un livello i cittadini da un lato e il luogo dove sono definite quantità e qualità dei servizi da erogare, dall’altro.

Negli ultimi mesi sono state spese molte parole nel sottolineare l’irreversibilità di alcune scelte quali, ad esempio, la collocazione del nostro paese nel contesto dell’Unione europea e l’adesione all’Euro. Varrebbe la pena ribadire anche la bontà di una scelta che tende ad avvicinare il luogo della scelta politica alle comunità locali, a correlare in maniera più stretta decisioni di spesa e scelte di finanziamento, a rendere possibili politiche coerenti con peculiarità, tradizioni, esigenze locali.

Una buona politica dovrebbe mettere in discussione l’assetto istituzionale ereditato alla luce delle sfide che le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad affrontare per tornare ad essere percepite come fattore di sviluppo e non zavorra. La strada da seguire è stata delineata in maniera abbastanza netta negli ultimi anni. Comuni con una superficie adeguata e una popolazione che possa rappresentare un bacino di dimensioni sufficienti per poter erogare in maniera efficiente i servizi, beneficiando delle economie di scala che si manifestano in maniera più accentuata proprio nel passaggio da enti di dimensioni micro a enti di dimensioni medie. Il livello di governo delle Province consegnato ai libri di storia. Regioni, più grandi e meno numerose, capaci di racchiudere all’interno dei loro confini porzioni di territorio sulle quali possa aver senso impostare politiche che si caratterizzino come risposte adeguate alle specificità del territorio e non come vocazione localistica fine a se stessa.

Si tratta necessariamente di interventi organici. Alcuni di questi richiedono modifiche costituzionali. Altri possono passare attraverso leggi ordinarie, ad esempio attraverso una revisione del Testo unico degli enti locali. Una buona politica dovrebbe preoccuparsi di governare il cambiamento, anche istituzionale, senza subirlo o peggio dare l’impressione di temerlo.


Autore: Alfredo Bardozzetti

Nato a Termoli nel 1976, laureato in Economia Politica ad Ancona con un successivo periodo di perfezionamento in ambito economico-finanziario a York. Economista, si occupa di finanza pubblica.

4 Responses to “Meno regioni, meno comuni, zero province, per un sistema di autonomie più efficienti”

  1. zse scrive:

    A chi propone riforme epocali (vedi abolizione di enti costituzionali o fusioni di comuni, diminuzione di regioni, ecc…) che non portano a nulla per la complicanza dei proceduimenti e perchè demolire senza saper cosa ricostruire è sempre un danno, propongo di riflettere su qualcosa di più semplice da attuare:
    perchè non si aboliscono i migliaia di enti non costituzionali governati da NOMINATI della politica (non eletti) che ci costano miliardi solo in gettoni di presenza dei consigli di amministrazione e si danno le loro competenze alle province o alle regioni?
    Via enti parco, ATo, consorzi vari: basta una semplice legge per farlo senza scomodare procedure azzardate e sicuramente incostituzionali.
    Perchè non lo si fa? Perchè i giornali non ne parlano?
    Meglio il fumo negli occhi ai cittadini, tanto sono tutti stupidi e non si accorgono che i politici li stanno prendendo per i fondelli offrendogli un facile boccone di demagogia (vedi province), ma non affrontando seriamente i problemi.

  2. enzo51 scrive:

    Per zse:

    Interessante,molto interessante…!

  3. pippo scrive:

    Abolire le province comporta una modifica costituzionale mentre ridurle è più semplice. 2 parametri più la regola del capoluogo di Regione e del confine con Città Metropolitana e altra Regione.

    Fondere i Comuni sembra difficile mentre più facile obbligare a gestione comune per chi è troppo piccolo. Per accorpare ci vorrebbe una legge che obbliga ad avere una dimensione di superficie e di abitanti minima e chi non rientra deve scegliere il Comune confinante a cui fondersi. Numero di abitanti minimo che potrebbe salire gradualmente ogni anno. Ma forse è più facile aumentare i compiti dei Comuni in modo che chi non riesce chiede di fondersi.

    Anche per le Regioni ci vorrebbero dimensioni minime con obbligo di fusione con Regione confinante, si cominci dal Triveneto, Alpi Occidentali, Marca Adriatica 3 nuove regioni al posto di 10

    Viterbo e Rieti all’Umbria
    Latina e Frosinone alla Marca Adriatica o alla Campania
    Roma Capitale senza Regione
    Una altra Regione in meno

  4. Andrea B. scrive:

    Una cosa che mi è parsa molto criticabile a riguardo della riduzione del numero delle province promossa da questo governo ( oltre a sostenere personalmente che le province andavano abolite e basta) è stata l’aver imposto una riorganizzazione delle stesse rigorosamente entro i confini regionali…se, al contrario, fosse stato invece possibile “rompere” tali confini, tale elastità avrebbe giovato non poco.
    Esempio: la Liguria avrebbe dovuto avere nessuna provincia, con Genova città metropolitana che inglobava in sè tutto il territorio regionale !
    Ovviamente questo non era possibile… risultato: si sono messe insieme le province di Imperia e Savona, mentre quella della Spezia è rimasta uguale a prima, una delle più piccole d’ Italia.
    Immediatamente ad est, superati i confini regionali ed entrando in Toscana pare che sorgerà una provincia “monstre” con Massa, Carrara, Lucca, Pistoia e Prato… praticamente dalla Cisa fino alle porte di Firenze !
    E’ bene sapere che la zona della Toscana a ridosso della Liguria, la Lunigiana, ha sempre gravitato, storicamente, economicamente e culturalmente (dialetto, tradizioni…) sul territorio spezzino più che su Massa e Carrara; tanto per dire il fiume Magra che scorre in Lunigiana, sfocia poi in Liguria (ente bacino ora biregionale, sai che comodità).
    Ovviamente se i Comuni della zona fossero interessati ( ed alcuni si dicono tali) si potrebbe riequilibrare la situazione, passando tale territorio nella provincia della Spezia e giungendo a soluzioni più funzionali e razionali nella gestione dei servizi, ma per il momento non si può, ogni regione rimane intangibile !
    Scommetto che tali situazioni non sono poche in giro per l’Italia, ma a noi piace fare le cose maluccio, a quanto pare …

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