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La politica, l’impolitico e l’etica

– Politica e antipolitica.
Sono le due aree teoriche (con buona pace di chi dirà che questo è un discorso frutto dell’antigrillismo) che si contendono la sfera politica italiana dell’oggi. Da un lato la politica, con tutti i suoi sconquassi, le sue illiceità, le sue frodi, le sue inadempienze, ma con anche le sue potenzialità e le sue sacche di onestà (con buona pace, come sopra, dei grillini e di chi fa di tutta l’erba un fascio – per questi italiani diffusi i politici “tutti eguali sono”), da un lato l’antipolitica, ed in mezzo una terza area della quale nessuno parla (forse non la si conosce) ma che in un’utile intervista della RAI di qualche tempo fa al filosofo, di assoluto livello, Roberto Esposito (Professore ordinario di professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Istituto italiano di scienze umane) è ben spiegata: l’impolitico.

Tutte e tre queste aree hanno a che fare con l’etica politica.
L’impolitico più che una categoria è una prospettiva, una modalità di sguardo, un modo di guardare alla politica; non è una categoria perché categoria già dà l’idea di qualche cosa di compiuto, di definito, di un concetto, diciamo. Mentre si tratta, in questo caso, appunto più di una tonalità, di una modalità di sguardo. E poi è difficile definire l’impolitico perché in qualche modo esso prende corpo proprio in opposizione alla categoria di rappresentazione.

La rappresentazione è stata la grande categoria della politica; la politica ha sempre avuto bisogno di rappresentazione, di rappresentanza. Il filosofo e politologo tedesco Carl Schmitt diceva: nel nostro tempo (si tratta di un saggio degli anni Venti) in fondo il monopolio della politica è ormai tenuto solamente dalla chiesa cattolica, perché solamente la chiesa cattolica romana possiede questa potenza della rappresentazione, cioè questa capacità di legare sempre il fatto politico, la decisione politica all’idea, il diritto alla giustizia, il bene al potere. Ecco, se si dovesse dire in negativo a cosa allude l’idea di impolitico, sarebbe proprio questo: che tenta di interrompere questo circuito, questa connessione tra bene e potere tipica della tradizione della filosofia politica. Cioè tenta di, in qualche modo, identificare la realtà della politica, il fatto della politica, nella sua dimensione realistica di fattualità, di effettualità, senza legittimarla in valore, senza stabilire un rapporto teologico-politico tra il conflitto politico (in fondo la politica ha al suo fondo sempre un conflitto di potere per il potere, anche se rivolto a fin di bene).

Ecco, l’impolitico, in qualche modo, determina, confina la politica nel suo elemento realistico di puro fatto, di semplice fatto, diciamo così; e quindi sfugge al corto circuito teologico-politico che tende invece a definire questo fatto come valore, a valorizzare il fatto della politica. Naturalmente ciò non vuol dire che la prospettiva dell’impolitico, identificando la politica nel suo elemento fattuale, perda ogni riferimento a una alterità “valoriale”; solo che considera questa alterità (il bene, la giustizia, il valore) come qualche cosa di indicibile politicamente. E questo è un riferimento che non può essere rovesciato in positivo per non cadere in una forma di autolegittimazione, di ideologia, di idolatria, si può dire.

Quindi l’impolitico, in definitiva, non contrappone alla politica un’altra realtà, ma semplicemente identifica la realtà della politica per quello che è, senza farne l’apologia; cioè mantiene un atteggiamento, come dire, di riserva mentale rispetto a un’ipotesi di valorizzazione, di apologia della politica. Si pensi, per esempio, a come funziona la macchina legittimante della modernità; funziona in questo modo: definendo per ogni concetto un’opposizione che pone in un polo tutto il bene e in un polo tutto il male, in un polo tutto il positivo e in un polo tutto il negativo. Si pensi per esempio alla democrazia contrapposta al totalitarismo, al lògos contrapposto al mito, all’Occidente contrapposto all’Oriente.

Ecco, l’impegno dell’impolitico è quello di demistificare, di sfondare, di criticare questo atteggiamento autolegittimante della modernità che dice: “io, con le mie categorie, sono il valore“, contrapponendosi a un disvalore che essa stessa, in qualche modo, costituisce. E qui entra in campo l’etica politica.

L’etica che la politica può fare propria, cioè l’atteggiamento etico che l’uomo politico può assorbire, non è l’etica tout court, è una forma specifica d’etica: l’uomo politico può fare proprio solo una forma specifica di etica. E qual è questa forma specifica d’etica che non coincide con l’etica in generale? Qui bisogna richiamarsi a Max Weber, alla famosa conferenza politica Politik als Beruf, in cui Max Weber distingue tra etica della responsabilità ed etica della convinzione; qual è questa differenza?

Dice Weber, l’etica della convinzione è quella di chi segue rigorosamente i propri principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze che avrà la propria azione, di chi non si preoccupa degli effetti della propria azione ma tiene a seguire i principi puri della morale; viceversa, colui che agisce secondo l’etica della responsabilità tiene sempre presente le conseguenze di ciò che farà, gli effetti della propria azione.

E, dice ancora Weber, solo questa seconda è un’etica veramente politica, perché l’etica della convinzione (quella che guarda ai principi puri, ai principi assoluti senza preoccuparsi delle conseguenze) è un’etica impolitica. Viceversa l’etica del politico deve essere sempre in qualche modo un’etica responsabile, cioè un’etica che tiene conto di quali saranno le conseguenze, gli effetti di ciò che si fa.

E però a questo punto Weber stesso è consapevole di un problema. E qual è questo problema? E’ il fatto che l’etica della responsabilità, che abbiamo visto essere l’unica etica che l’uomo politico può fare propria, non essendo un’etica assoluta, non seguendo principi assoluti ma tendendo sempre a fini determinati, è costretta, spesso, per ottenere quei dati fini positivi buoni, a servirsi di mezzi e di strumenti che a volte non sono altrettanto buoni. Questo è un grande tema anche dello stesso Machiavelli: chi vuole agire in questo mondo e ottenere determinati risultati, a volte è costretto a fare dei compromessi con la realtà, a fare dei compromessi, diciamo, con i poteri di questo mondo.

Mentre per l’etica assoluta della convinzione, diciamo così, il bene scaturisce solo dal bene, per l’etica relativa della responsabilità a volte il bene può derivare anche dal male, anche da un metodo cattivo. Questo è il grande problema del rapporto tra etica e politica, che non si può nascondere e che i grandi pensatori non nascondono, non semplificano dicendo semplicemente: la politica deve diventare morale e la politica deve diventare etica.

Certo ciò non significa che l’uomo politico non debba tendere sempre a costituire condizioni sempre migliori per il maggior numero di individui, che non debba sempre cercare di fare, come dire, compromessi sempre più alti con la realtà; ma con la consapevolezza che si occupa di qualche cosa, usa un materiale (la politica), che di per sé non coincide e non può totalmente coincidere con l’etica.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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