Un Rajoy enigmatico impegnato su troppi fronti, in una Spagna che non vede il futuro

Continuano, gli enigmatici silenzi di Mariano Rajoy, quasi come fosse in un film di Antonioni. Il salvataggio della Bce, cui in Italia con la nostra solita fantasia barocca abbiamo dato il nome di scudo “antispread”, qui si chiama semplicemente “rescate”: ed è temuto, caldeggiato, blandito,  atteso, rinviato. Tutto questo mentre il numero disoccupati sale, fino quasi a toccare il 25% dell’intera forza lavoro, la tensione sociale cresce (non c’è giorno nelle grandi città che passi senza un corteo); l’instabilità politica aumenta (la sfida catalana, ad esempio, ma anche le elezioni regionali in Galizia e Paese Basco). Non ci si può annoiare, nella Spagna dell’autunno del 2012.

Mariano Rajoy non è mai stato un politico particolarmente ciarliero. Lo è ancora meno da quando è arrivato al potere, ormai poco più di dieci mesi fa. La crisi, che ha ereditato, in questi mesi non ha fatto altro che avvitarsi su se stessa, secondo tanti anche per colpa sua, ponendo gli spagnoli di fronte al baratro del ritorno a una miseria ormai dimenticata. La mossa di Draghi dello scudo antispread e il salvataggio europeo delle banche spagnole (ridotte in pezzi dallo scoppio della bolla immobiliare) sono stati i “pannicelli caldi” che consentono a Madrid e a Rajoy di sopravvivere, nonostante tutto.

Ma ora il Presidente del Governo (qui si chiama così) è di fronte a una delle decisioni più difficili di una carriera politica che lo ha visto arrivare a grandi traguardi, con un’accortezza che gli ha fatto superare indenne anche le peggiori tempeste, come di chi fosse lì per caso, e non da leader. La sicurezza (quasi) totale della Spagna si chiamerebbe “scudo antispread”: Madrid chiede l’aiuto di Francoforte, che dovrebbe comprare i suoi titoli di Stato facendo scendere il differenziale tra i bond tedeschi e i bonos spagnoli. Sembra facile, lo sarebbe anche, ma le incognite sono tante. Nessuno dà niente per niente, e nessuno sa in che mani si metterebbe la Spagna se chiedesse quest’aiuto. Quali sarebbero, in sintesi, le contropartite di questa richiesta di aiuto.

Lo stallo sta tutto qui. Rajoy spinge perché l’acquisto di titoli di Stato da parte della Bce sia quasi indolore per le già fiaccate casse spagnole; la Merkel, spinta a questa posizione anche dai suoi alleati cristianosociali bavaresi e dai liberali, non vuole permettere che la Spagna possa diventare un modello al contrario (dal suo punto di vista) per eventuali richieste future di altri Paesi in difficoltà. In tutto questo, Draghi sta alla finestra: lo scorso 4 Ottobre ha infatti dichiarato che la richiesta di attivazione dello scudo dipende solo ed esclusivamente dai governi, ribadendo però che, qualora servisse, è tutto pronto.

La sensazione di chi scrive è che comunque Madrid chiederà lo scudo entro poco tempo (questione di giorni o settimane), il problema è capire a quali condizioni. Anche perché se queste ultime fossero troppo dure andrebbero a intaccare la carne viva di un Paese che sta soffrendo ogni giorno di più le conseguenze di una crisi che non accenna a fermarsi. Per dirne una: il pacchetto di misure economiche di luglio (tagli che avevano una sinistra coincidenza sia temporale che quantitativa con gli aiuti ricevuti dalle banche) prevedeva (tra le altre cose)  l’innalzamento dell’Iva al 21% (in alcuni casi, come per esempio teatri e cinema anche di 13 punti) e il congelamento delle tredicesime dei dipendenti pubblici.

Rajoy, almeno ufficialmente, continua a non rilasciare dichiarazioni. Facendosi scudo dei numerosi impegni internazionali frequenta pochissimo le sessioni di controllo del Parlamento del mercoledì, mandando avanti la sua vice Sáenz de Santamaría. Cerca di tenere un profilo basso e coperto, affinché “passi la nottata”. Comunica poco, e quando lo fa è vago. Ma i problemi per Rajoy non vengono solo dall’esterno. Molto del futuro politico del primo ministro si gioca anche nelle urne, in queste settimane.

Paese Basco e Galizia andranno a elezioni anticipate il prossimo 21 Ottobre. Se la situazione basca sembra più a uso e consumo interno, il dato interessante in ottica nazionale dovrebbe essere quello galiziano. Rajoy viene da lì. L’attuale Presidente della Regione, il popolare Feijóo è l’erede di uno dei mentori di Rajoy, quel Manuel Fraga, scomparso qualche mese fa, che fu ministro di Franco. La Galizia è terra di frontiera, dalla solida tradizione conservatrice. E una sconfitta lì – anche di misura, anche se i popolari rimanessero primo partito e fossero sopravanzati da un’alleanza delle minoranze – potrebbe essere un duro colpo per Rajoy. Intanto i socialisti stanno facendo di tutto per trasformare queste elezioni in un referendum su questi primi mesi di governo popolare.

Altro è quello che sta succedendo in Catalogna, dove ribolle sempre di più il sentimento indipendentista. La grande manifestazione dell’Undici Settembre (giornata di festa “nazionale” catalana) con un milione e mezzo di persone per il centro di Barcellona dietro lo striscione “Catalogna nuovo Stato d’Europa”, ha portato il Presidente della Generalitat, il nazionalista Artur Mas, a convocare elezioni anticipate per il 25 Novembre su una piattaforma “soberanista”. Non ha mai pronunciato la parola “indipendenza”, ma i passi che sta seguendo (non ultimo la promessa di convocare un referendum sul “diritto di autodeterminazione del popolo catalano” anche se il governo centrale non dovesse autorizzarlo) portano dritti a uno scontro frontale Barcellona-Madrid dagli esiti potenzialmente molto pericolosi per entrambi.

La disoccupazione, come detto all’inizio, cresce. Anche perché in molti stanno finendo di ricevere il sussidio che ha consentito loro bene o male di sopravvivere per un po’ di tempo. La riforma del lavoro fortemente voluta da Rajoy non ha per ora creato nuovi impieghi: l’emorragia non accenna a fermarsi, è inarrestabile. E andrà ancora peggio con l’inverno, che risente della mancanza di impieghi stagionali legati al turismo, che invece fanno la fortuna dell’estate. Ed è questa la vera emergenza: alcuni dati macroeconomici stanno migliorando e comunque non peggiorano;  anche  se non è stato spento, l’incendio è stato almeno sopito, ma un’intera fetta di spagnoli – la maggior parte giovani senza prospettive, ma anche adulti che hanno perso tutto e anziani che vivono al limite –  rischia di vedere spazzato via il proprio futuro, o di viverlo all’insegna dell’indigenza.

Finché uno spagnolo su quattro continuerà a non avere lavoro, le prospettive di questo Paese rimarranno fosche: vivere alla giornata con il poco che si ha, e sperare che domani sia meglio. Lo diceva Rossella O’Hara, ma quello era solo un film. E non di Antonioni.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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