Un nuovo cammino verso un’Europa della sicurezza

– Pubblichiamo, in due parti, un saggio di Olivier Dupuis sulla difesa europea e sulla necessità di ripensare profondamente la politica degli eserciti nazionali. La prima parte è disponibile a questo link.

Cominciamo con lo scartare il postulato secondo il quale la politica europea di sicurezza e di difesa dovrebbe costruirsi a partire da “l’accettazione da parte degli altri Paesi (della) leadership (francese e britannica) in questo campo(1). I progressi nel processo europeo di integrazione non sono mai avvenuti su questa base. Non che i “piccoli” stati membri non riconoscano il “peso” di quelli “grandi”, ma la forza del meccanismo di integrazione comunitario è consistita proprio nel riuscire ad armonizzare queste differenze, permettendo a ciascuno, “piccolo” o “grande” che fosse, di trovare una giusta collocazione.

Ripartiamo quindi da Jean Monnet. Dallo Jean Monnet eminentemente politico, dotato di una percezione acuta dell’opportunità e del possibile e di un profondo senso delle istituzioni. E’ a lui prima di tutto che dobbiamo l’architettura istituzionale che è stata l’elemento determinante per il successo dell’avventura comunitaria. Perché oggi, come ricorda opportunamente Pascal Lamy, “il ritorno al metodo comunitario non è (…) una questione di filosofia istituzionale; si tratta di essere abbastanza pragmatici da guardare nel passato ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato.”(2)

Se è vero che, più ancora che la moneta, la difesa tocca il cuore delle prerogative sovrane delle nazioni, a maggior ragione va lasciata agli stati membri e alla Nato la difesa stricto sensu, compresa la questione della deterrenza nucleare, per concentrarsi su una formulazione che è già oggetto di consenso in seno all’Unione:all’Europa competono le missioni di Petersberg (mantenimento della pace, imposizione della pace e missioni umanitarie) e alla Nato (e quindi agli stati membri) il mantenimento degli equilibri strategici.”(3)

Esercito unico versus esercito comune
Non si tratterebbe di fondere, in tutto o in parte, gli eserciti dei diversi stati membri – eventualità che, del resto, nessuno osa più considerare sin dal fallimento della CED (Comunità Europea di Difesa) nel 1954 -, bensì di creare, ex novo, accanto agli eserciti nazionali, un esercito europeo comune. Con il suo stato maggiore, il suo sistema di reclutamento, le sue scuole militari, le sue basi militari, i suoi organi di intelligence… Un po’ nel senso in cui i Britannici avevano raccomandato la creazione di una moneta comune (anziché una moneta unica).

Ipotizzando una cooperazione rafforzata (4) alla quale aderirebbero inizialmente dieci Paesi membri (Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi-Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna), trasferendo lo 0,2 % del loro PIL – ovvero dall’8 al 20 % dei loro rispettivi bilanci per la difesa (5) – dalla difesa nazionale all’esercito europeo comune, il bilancio annuale di quest’ultimo ammonterebbe a circa 18 miliardi di euro (6). Se, sulla linea delle recenti dichiarazioni del Presidente Hollande per il quale “dobbiamo concepire l’Europa a più velocità, ciascuno secondo il suo ritmo, prendendo quel che vuole dell’Unione, purché nel rispetto degli altri Paesi (7) , si privilegiasse un’Europa per così dire “polimorfa”, niente impedirebbe di riuscire a convincere i Britannici. In questo caso, il bilancio dell’esercito comune salirebbe a oltre 21 miliardi di euro, ossia l’equivalente della metà del bilancio attuale della difesa francese. Non poco, se si considera che questi mezzi dovrebbero essere essenzialmente adibiti alla proiezione di forza.

L’organo crea la funzione
Uno strumento militare comune costringerebbe gli stati membri a deliberare e decidere insieme se partecipare o meno alle missioni di mantenimento o di ristabilimento della pace, e in quale modalità. Contrariamente a ciò che afferma la specialista di politica di difesa Nicole Gnessoto (8), dunque, contribuirebbe a definire una politica estera comune. Perché, se come ricorda Pascal Lamy “la funzione non crea l’organo in questi campi(9), si può invece ragionevolmente pensare che l’organo (e il potere di agire che implica) contribuirebbe a creare la funzione (la politica estera e di sicurezza).

Inoltre, questo strumento comune di intervento porterebbe gli stati partecipanti a definire insieme le qualifiche tecniche degli armamenti necessari all’esercito comune – e, per proprietà transitiva, anche, in parte, quelle degli eserciti nazionali. Ciò consentirebbe agli stati membri di finanziare programmi che non sono più in grado di sostenere da soli – Gran Bretagna e Francia comprese – neanche attraverso cooperazioni bilaterali. Infine, l’esercito comune consentirebbe agli eserciti nazionali degli stati partecipanti di beneficiare di servizi che sempre più difficilmente sono in grado di procurarsi da sé (capacità di osservazione e di comunicazione satellitare, protezione contro le minacce batteriologiche, chimiche, nucleari (10), gruppi aeronavali, intelligence…)

Seguendo un approccio “comunitario”, la responsabilità politica dell’organizzazione e del funzionamento di questo esercito dovrebbe essere interamente attribuita al Presidente della Commissione europea e ad un commissario alla sicurezza e alla difesa. Spetterebbe a loro decidere dell’opportunità di impegnare o meno l’esercito comune in operazioni di mantenimento o di ristabilimento della pace. Questa decisione verrebbe sottoposta alla doppia approvazione dei membri del Parlamento europeo e del Consiglio (dei Ministri degli Affari esteri) dei Paesi partecipanti alla cooperazione rafforzata. Per mezzo del Consiglio, gli stati membri – e in particolare quelli più popolosi – manterrebbero un buon controllo numerico e un ottimo controllo politico sulla decisione di ricorrere alla forza.

Questo esercito comune sarebbe integrato nella Nato in quanto riserva strategica, secondo modalità da definire con l’insieme dei membri dell’Organizzazione atlantica. La cooperazione rafforzata sarebbe aperta a tutti i paesi dell’UE membri della Nato o, meglio, a tutti i Paesi dell’Unione che accettano che questo esercito comune sia parte integrante della Nato.

Una Window opportunity
Qualcuno obietterà che l’Unione europea ha altre gatte da pelare in questi tempi di crisi. Vorrebbe dire non considerare ciò che la creazione di un tale esercito europeo comune significherebbe in termini di credibilità politica del progetto europeo nel suo insieme, ivi compreso l’aspetto economico.

Peraltro, il bilancio dell’Unione verrebbe, in un colpo solo, aumentato di più del 20%. L’esercito comune consentirebbe anche di dare una prima risposta alle spinte centripete in termini di sviluppo economico conseguenti alla creazione della moneta unica, investendo i Paesi del sud delle principali infrastrutture necessarie. Così, per esempio, i gruppi aeronavali potrebbero essere installati a Salonicco, a Porto (Leixoes) e a Burgas mentre una forza di azione rapida di 50.000 soldati potrebbe stanziata nel centro o nel sud della Spagna, nei dintorni, per esempio, dell’aeroporto nuovo fiammante e già inutilizzato di Ciudad Real.

Angela Merkel, la cancelliera tedesca, Wolfgang Schäuble, l’uomo forte del suo governo, il presidente francese François Hollande, il presidente italiano Giorgio Napolitano, i primi ministri italiano, polacco e spagnolo, Mario Monti, Donald Tusk e Mariano Rajoy… raramente l’Europa ha visto la congiunzione di altrettante personalità di primo piano con convinzioni europeiste altrettanto affermate. Se si aggiunge un primo ministro britannico conosciuto per il suo pragmatismo, ci sono molte ragioni per ritenere che il momento sia propizio. La finestra di tiro è tuttavia stretta. Le elezioni legislative avranno luogo nella primavera prossima in Italia, poi in Germania… La questione è evidentemente complessa. Ma, come disse Winston Churchill in altri tempi particolarmente difficili per l’Europa: “Don’t argue the matter. The difficulties will argue for themselves.(11)

Tutto questo ci ha portato ben lontano dalla tragedia in corso in Siria. Infatti, quand’anche l’Europa decidesse – finalmente – di affrontare la questione della sua politica di sicurezza, occorrerebbe comunque del tempo prima che possa diventare operativa. Certo. Si può, però, ragionevolmente continuare a pensare che quest’assunzione di responsabilità da parte dell’Europa potrebbe avere degli effetti immediati su quei Paesi che oggi bloccano qualsiasi iniziativa possa portare a un’azione della comunità internazionale per fermare il letale regime siriano.

Note al testo:

(1)L’Europe reste le principal partenaire des Etats-Unis mais doit affronter deux défis“, Yves Boyer (FRS), LeMonde.fr, 19 gennaio 2012
(2)Pourquoi l’euro“, intervista di Pascal Lamy a cura di Sandra Desmettre e Henri Busson in L’Europe après la crise, Regards croisés sur l’économie, La Découverte, numero 11, giugno 2012
(3)Les bénéfices prévisibles d’un désengagement américain“, Jean-Jacques Roche (ISAD), LeMonde.fr, 19 gennaio 2012
(4) Secondo l’articolo 329 § 2 del Trattato o meglio, al fine di introdurre sin dall’inizio la co-decisione Consiglio/PE, modificando il trattato sopprimendo nell’articolo 329 §1 “e della politica estera e di sicurezza comune” e sopprimendo il § 2 dello stesso articolo
(5) Fonte: SIPRI
(6) Fonte: Eurostat
(7) Dichiarazione del Presidente François Hollande in “M. Hollande en visite cordiale à Londres“, Le Monde, 12 luglio 2012
(8)Avoir une politique de défense commune mais aucune politique étrangère commune ne servirait strictement à rien.” Nicole Gnesotto in “Quelle Europe de la défense après le sommet de l’Otan de Lisbonne et le traité franco-britannique“, in L’Union européenne face aux crises: quelles réponses, Armand Collin Ed. 2011
(9)Pourquoi l’euro“, intervista di Pascal Lamy a cura di Sandra Desmettre e Henri Busson in L’Europe après la crise, Regards croisés sur l’économie, La Découverte, numero 11, giugno 2012
(10) Claude-France Arnould, “Quelle Europe de la Défense après le sommet de l’Otan” in L’Union européenne face aux crises: quelles réponses, Armand Collin 2012
(11) Winston Churchill, nota del maggio 1943 sulla costruzione del porto Mulberry B di Arromanches. “Non mettete in discussione la questione. Ci penseranno le difficoltà a farlo

 


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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