La “ristatalizzazione” dei processi politico-istituzionali, dopo una lunga fase in cui l’autonomia di regioni e enti locali ha rappresentato una sorta di valore non negoziabile e neppure ragionevolmente discutibile, non è solo la conseguenza del crollo della Lega Nord, ma anche dell’uso disordinato e parassitario che un po’ dovunque – e al Sud ben più che al Nord – la classe politica locale ha fatto della propria autonomia.

La fotografia della fine dell’equivoco “federalista” è nell’immagine dei governatori che vanno a Palazzo Chigi per chiedere al governo di mettere in riga le regioni sui costi della politica e di “abusare” benevolmente di un potere che, in teoria, non gli riconoscono ma in pratica gli concedono, implorando affinche lo eserciti, visto che loro non possono, non vogliono, non riescono…Venti regioni che chiedono a Roma di fare quello che ciascuna di loro da tempo avrebbe potuto fare da sé. Venti regioni che in nome dell’autonomia si affidano pirandellianamente all’eteronomia “salvifica” del professore.

Nel federalismo italiano c’era (e rimane) un evidente difetto di sistema e un altro, ancora più macroscopico, di qualità della classe politica. Il contenzioso fra Stato e Regioni, che la Consulta sta arginando con una giurisprudenza sempre più disinvoltamente centralistica, ha superato il livello di guardia e, visti i risultati percepiti, di tollerabilità e dunque non stupisce che il consenso che fino a poco tempo fa premiava le spinte verso il basso oggi premi chi dall’alto – ieri, ad esempio Monti – interviene per rimettere le cose a posto.

L’impressione però è che anche il neo-centralismo “moralizzatore” sia come il federalismo opportunistico una delle tante maschere di una politica trasformistica, che un po’ insegue la piazza e un po’ ne finisce inseguita ed è sempre disposta ad attaccare il ciuccio dove vuole il padrone. E poco importa che il padrone sia Bossi o Grillo, la secessione da Roma o direttamente dalla politica, l’indignazione civile onesta o l’invidia sociale disonesta.  L’importante è salvare la pelle, se non il vitalizio. La politica come l’intendenza segue, perché di suo non sa dove andare.