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La Turchia e la possibile svolta della situazione in Siria

– Il parlamento turco ha approvato, con 320 voti favorevoli e 129 contrari, delle operazioni militari in territorio siriano a seguito dell’attacco da parte dell’Esercito di Bashar al-Assad nella cittadina di Akcakale, al confine tra i due Paesi, che ha causato la morte di 5 civili (tra cui una madre con i suoi tre figli). Il mandato dato dal parlamento però, a detta del Vice-Premier Besir Atalay, non è una dichiarazione di guerra ma un “deterrente”. Le Forze Armate turche, comunque, sono già intervenute in risposta al blitz siriano attaccando delle postazioni militari, uccidendo – a quanto affermato da un gruppo attivista britannico in loco – “diversi soldati siriani”.

La zona colpita dall’attacco da parte delle truppe di Damasco è un’area di confine in cui le milizie legate al Free Syrian Army trovano rifugio. La periferia della città di Akcakale, poi, si trova a meno di 50 metri dal territorio siriano. L’attacco segue di qualche tempo l’abbattimento da parte della contraerea siriana di un F-4 turco, avvenuto a fine giugno scorso, a cui seguì la convocazione richiesta da Ankara di un Consiglio della NATO che però non ruppe lo stallo internazionale nei confronti della crisi.

Sino ad ora la Turchia è lo Stato che ha maggiormente ha sofferto la guerra interna al vicino siriano. L’instabilità dell’intera area si è palesata con l’arrivo di centomila profughi siriani e col riacutizzarsi del problema curdo. Vi sono stati in questi mesi, infatti, una serie di attentati in territorio turco, l’ultimo dei quali è datato 25 settembre e che ha colpito la città di Tuncell, nell’Est del paese e a maggioranza curda. La firma di questi attentati è del PKK (il Partito dei Lavoratori Curdi il cui leader fu il celebre Abdullah Ocalan), in questo momento alleato del regime di Assad e, ad ogni modo, rafforzato dall’instabilità della Siria.

Quello di ieri rappresenta il primo vero attacco da parte delle FA turche in territorio siriano dall’inizio della guerra civile. Infatti, sino ad ora Ankara si era mantenuta sul terreno diplomatico, con l’obiettivo di ottenere la creazione di una zona cuscinetto nel Nord della Siria per evitare situazioni come quelle avvenute ad Akcakale e per l’appoggio ufficiale al Free Syrian Army. Stavolta la violazione della sovranità territoriale turca cambia le carte in tavola, perché dà ad Erdogan, il quale non ha mai nascosto per la Turchia ambizioni di potenza regionale economico-militare, la legittimità per contrattaccare con l’appoggio, tra l’altro, della NATO.

Il trattato NATO, infatti, prevede il principio, enunciato dall’articolo 5, per cui un attacco a uno solo dei Paesi dell’Alleanza Atlantica corrisponde a un attacco a tutti gli aderenti. Tale posizione è stata peraltro confermata dal Ministro Terzi il quale ha dichiarato che “fino ad ora si è rimasti nell’ambito dell’articolo 4 sul piano della concertazione politica fra paesi dell’Alleanza, ma anche nel Consiglio Nato di questa notte è stato riaffermato il principio della indivisibilità della sicurezza, al quale i membri dell’Alleanza tengono molto“.

Un’eventuale escalation bellica potrebbe rappresentare una svolta nella guerra civile siriana, ma potrebbe anche risultare un’arma a doppio taglio. Se da un lato, infatti, Ankara ha una schiacciante superiorità bellica nei confronti di Damasco, per cui un suo intervento potrebbe rappresentare l’inizio della fine per Assad, dall’altro potrebbe stimolare un intervento della comunità internazionale. Per esempio, e non è da escludere che Assad non l’abbia considerato, una missione ONU con l’ultilizzo dei caschi blu manterrebbe lo status quo e metterebbe d’accordo anche il Consiglio di Sicurezza (la Russia, infatti, salvaguarderebbe la sua base navale a Tartus). Una situazione simile potrebbe essere l’ancora di salvezza per il pericolante regime di Bashar al-Assad.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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